GIRO
DEL
MONDO
A VELA
di
Bruno
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di questo fantastico viaggio e altro ancora...
http://web.tiscali.it/BrunoFazzini/index.htm
L'IMPORTANTE E' PARTIRE
Ho scritto questo libro per raccontare un lungo viaggio fatto col Pink Jaws il mio Ketch di 47
piedi, dall'Europa all'Australia, durato quasi sei anni, un po' anomalo e diverso dal solito. I periodi navigazione con numerose soste nei più bei paradisi tropicali si sono alternati con momenti di stop per ritornare in Italia alle proprie occupazioni normali.
E' dedicato a tutti coloro che, possedendo una barca a vela, sognano di partire per il giro del mondo ma convinti che tradurre in realtà la fantasia sia impossibile navigano solo in Mediterraneo o addirittura circoscrivono la loro area di crociera al Tirreno o al massimo alla Sardegna.
Questo racconto li stimolerà e incoraggerà a cambiare il loro rapporto col mare e con la barca e a trovare in essa il mezzo ideale per vedere il mondo.Visitare un'isola arrivando in barca è sicuramente un modo più profondo e completo di conoscerla in tutti i suoi aspetti che non atterrando col solito volo charter per passare una settimana rinchiusi dentro un villaggio turistico. L'essenza del navigatore sta nel suo perenne desiderio di partire, di studiare sempre nuove rotte e destinazioni per assaporare non solo il piacere della sosta ma anche quello ben più appagante delle lunghe traversate oceaniche.
Il libro si articola in quattordici capitoli, dall'idea iniziale fino alla destinazione vera e propria che è maturata di volta in volta senza un preciso progetto iniziale ed è probabilmente per questo motivo che ogni tappa, ogni traversata hanno un sapore particolare come se si fosse raggiunta la meta definitiva ma che poi, come per magia, si trasformasse nel punto di partenza per un nuovo viaggio
Primo capitolo - "L'IDEA"
Descrive il sogno che lentamente prende corpo e si concretizza nella decisione irrevocabile di partire da
St. Tropez per andare verso ovest anche se disponiamo di una solo settimana. Quindi via ai preparativi durati tutta un'estate, con il controllo della barca, la ricerca, spesso non facile, di portolani,carte nautiche e meteo. Anche l'equipaggio non sarà di facile formazione tanto che spesso saremo in tre, io mio fratello Vitto e Franco affiancati a volte da amici presenti più nelle soste che nelle traversate.
Secondo capitolo - "L'AVVICINAMENTO"
Tratta della lunga crociera per avvicinarsi all'Oceano attraverso il Golfo del Leone, la Costa Brava, le Baleari, la Costa del Sol, una navigazione quasi tutta a motore ma con soste molto interessanti sia per i luoghi piacevoli sia per l'ottima cucina spagnola. Durante il
trasferimento a Gibilterra, durato quasi un anno, il Pink Jaws lentamente si attrezza e trasforma per poter affrontare l'Atlantico in tranquillità. Montiamo
GPS, frigorifero, nuovi serbatoi in acciaio per l'acqua,lo stupefacente WIND PILOT un timone a vento tedesco di una precisione estrema in tutte le andature,
compresa la poppa piena e sotto spi. Ormai siamo pronti per uscire dal Mediterraneo.
Terzo capitolo - "LA PRIMA VERA TRAVERSATA"
E' dedicato al battesimo dell' Atlantico, la prima navigazione lunga, l'incontro con l'aliseo portoghese, il ritmo della nuova vita in barca, i turni, i tramonti infuocati dell'Africa. Insomma il primo assaggio di quello che ci attenderà nei prossimi mesi. Visitiamo Lanzarote e Gran
Canaria. L'esperienza, seppur breve di questa crociera, serve per correggere gli errori e fare nuovi aggiornamenti al Pink Jaws compreso il montaggio di un telex Standard C per comunicare con casa e l'acquisto di nuove vele.
Quarto capitolo - "L'ATLANTICO IN TRAVERSATA"
E' la realizzazione del sogno di ogni velista, spesso riposto in fondo al cassetto. Il vero aliseo con le sue nuvolette bianche che si stagliano nel cielo terso, i pesci volanti, l'incontro con le grandi balene, i delfini, il respiro dell'Oceano che finalmente anche noi sentiamo. Le albe e i tramonti si susseguono e anche le giornate passano veloci, il ritmo della traversata ben presto viene assimilato e potremmo continuare all'infinito. L'atterraggio a Barbados dopo ventuno giorni di traversata sarà il più emozionante e intenso del viaggio.
Quinto capitolo - "LE PICCOLE ANTILLE E IL MAR DEI CARAIBI"
Il paradiso della vela è proprio questo, lunghe veleggiate nei canali che separano le isole con l'aliseo sempre al traverso e con ridossi ben protetti e tranquilli. Sebbene siano un po' troppo frequentati, non solo dalle barche, offrono ancora ancoraggi solitari e tipicamente tropicali.
Visitiamo tutte le isole a sud della Martinica fino a Grenada, poi dopo uno stop di due mesi a casa a maggio partiamo per le Antille Olandesi. A Bonaire lasciamo il Pink Jaws per l'estate. Qui ritroviamo gli amici del
Tatanai, Enzo e Rita Russo che ci insegnano ad utilizzare la radio ssb che provvederemo ad installare a Panama. A Novembre attraversiamo l'ultimo tratto del Mar dei Caraibi fino a Panama dove lasciamo la barca per tre mesi.
Sesto capitolo - "PANAMA"
Marzo '93 è arrivato il grande momento, l'attraversamento del canale ci aprirà le porte del Pacifico. I preparativi sono lunghi e meticolosi dobbiamo percorrere quasi 5000 miglia per raggiungere Tahiti. Finalmente disponiamo anche noi di una radio e grazie agli amici del Messer Polo, Lauretta e Vincenzo, entriamo a far parte del magico mondo delle trasmissioni radio. Grazie a questo prodigioso strumento conosciamo Pierluigi che dall'Italia mette la sua stazione radio a disposizione di tutti i navigatori italiani in giro per il mondo e naturalmente creiamo i presupposti per le solide amicizie che nasceranno con gli equipaggi delle altre barche già in Pacifico, Federico e Fulvia del
Toti, Sandro e Renata del Mowgli, Enzo e Rita del Tatanai.
Il passaggio del canale e le peripezie per monntare il pilota elettrico valgono un intero capitolo.
Settimo capitolo - "GALAPAGOS"
Una traversata in gran parte a motore ci porta nell'ultimo paradiso terrestre. Il benvenuto ce lo dà una grossa testuggine all'entrata di Accademy Bay nell'isola di Santa
Cruz.
La sosta è breve di soli tre giorni ma sufficiente per vedere l'intera isola,ammirare pellicani e altre migliaia di uccelli, nuotare coi leoni marini, visitare il centro Darwin, pranzare al ristorante di Fulvio, l'amico toscano che da anni vive qui. Si uniscono a noi anche Lauretta e Vincenzo col figlio Marco. Meriterebbero sicuramente una visita anche le altre isole dell'arcipelago ma i permessi di navigazione sono molto rari e costosi e l'esclusiva è lasciata alla compagnia che gestisce le piccole navi da crociera che girano per le isole e ai locali diving che organizzano le immersioni guidate.La sua natura selvaggia ci affascina e quando riprendiamo la rotta verso le Marchesi diamo non un addio ma un arrivederci.
Ottavo capitolo - "LA TRAVERSATA DEL PACIFICO"
Non abbiamo mai avuto molta fortuna con il vento ma durante questa traversata tocchiamo veramente il fondo. Spesso non arriviamo nemmeno alle cento miglia giornaliere, l'aliseo di Sud Est soffia raramente sopra i sei,sette nodi e solo grazie all'impiego dello spi uno e della carbonera unitamente al dislocamento abbastanza leggero del Pink Jaws riusciamo ad avanzare.
Ma viste le notizie che ci arrivano via radio della terribile tempesta che si sta abbattendo nel Nord Atlantico sulle barche che tornano dai
Caraibi, cominciamo ad apprezzare questo aliseo leggero che piano piano ci porta alle Marchesi. Il bilancio della tempesta sarà pesante, molte barche affondate di cui due italiane e un uomo disperso.
Dopo 23 giorni finalmente ci appare l'alta sagoma di Fatu Hiva, la traversata è finita.
Nono capitolo - "LA POLINESIA FRANCESE"
La baia delle Vergini chi avrebbe mai pensato di arrivare fin qui. Spesso abbiamo paura di risvegliarci da questo sogno straordinario. Il primo contatto con gli abitanti della
Polinesia è veramente fantastico. Sono ancora ospitali, generosi e altruisti col culto della famiglia e dell'amicizia. Fatu Hiva è incantevole tanto bella da sembrare finta. Visitiamo l'isola e barattiamo una vecchia imitazione di cqr con gasolio, due polli ruspanti, una bombola di gas. Molto a malincuore ripartiamo per Papeete il tempo stringe entro fine maggio devo essere in Italia per la Cresima di mia figlia Caterina. A Tahiti troviamo un buon cantiere dove alare il Pink
Jaws.
Tornerò in agosto con Vitto e Caterina per visitare Moorea, Huainé, Raiatea, una splendida crociera che ci farà conoscere ed apprezzare ancora di più questo popolo.
Altro stop poi ritorno in ottobre con equipaggio stranamente numeroso, oltre ai soliti tre ci accompagnano anche Raffaele e Stefania la mia fidanzata. Sosta bellissima a Bora Bora e poi via verso le
Tonga.
Decimo capitolo - "LE ISOLE TONGA"
Visitiamo il gruppo delle Vavau e ne restiamo veramente colpiti. E' un insieme di una cinquantina di isolette protette a Est dal reef per cui si naviga sempre con vento e mare liscio un vero paradiso. Ci sono un numero infinito di ormeggi sempre nuovi e diversi tra loro. Neiafu la capitale si trova al fine di un profondo e sinuoso fiordo, la sua baia è considerata un ottimo Hurricane Hole e le barche in questo periodo sono sempre numerose poiché vi fanno tappa tutti coloro che poi passeranno la stagione dei cicloni in Nuova Zelanda. Al Bounty bar unico ritrovo dei navigatori si respira un'aria magica , ci si ritrova con personaggi incredibili di ogni estrazione e nazionalità. Ci immergiamo sul relitto quasi integro di un cargo affondato nella baia di
Neiafu, immersione impegnativa ma molto interessante ed emozionante.
Doveva essere una sosta breve invece rimaniamo per più di una settimana.
Undicesimo capitolo - "MINERVA REEF"
Si trova a circa 350 miglia da Vavau sulla rotta per la Nuova Zelanda ed è costituito da due atolli distanti tra loro una ventina di miglia e con una circonferenza di circa 16. Sostiamo, insieme al Toti e al
Mowgli, una settimana nell'atollo Sud . La terra emerge solo durante la bassa marea per il resto sembra di essere ancorati in pieno Oceano.
Il reef emerso è disseminato di ostriche e altri frutti di mare, le spaccature aperte verso l'Oceano con l'acqua profonda spesso meno di un metro sono zeppe di aragoste, basta mettere le mani e prenderle come nelle vasche delle pescherie. Le immersioni all'esterno della passe sono straordinarie in tanti anni di esplorazioni subacquee non ho mai visto una natura così incontaminata.. Incontriamo squali, cernie giganti, murene tropicali, barracuda, tonni e tutte le infinite specie di pesci colorati che popolano il
reef.
Dopo una settimana di dieta a base di aragoste e frutti di mare salpiamo per affrontare la traversata forse più difficile del viaggio, rotta Sud verso la Nuova Zelanda. 700 miglia da percorrere allontanandoci per la prima volta,dopo tanto tempo,dalla fascia dei venti costanti, dall'aliseo incontro alle perturbazioni che arrivano dal Mar di Tasmania e che spesso sollevano un mare enorme.
Dodicesimo capitolo - "LA NUOVA ZELANDA"
E' grande come l'Italia ma vi abitano solo 3.300.000 persone e contiene in sè i paesaggi di un intero continente: dai territori vulcanici fumanti e deserti alle verdi colline con pinete e fiumi, dai ghiacciai alle foreste lussureggianti, dalle spiagge tropicali bianchissime ai freddi fiordi del Sud. Una terra baciata dalla fortuna una sorta di vero ultimo paradiso dove l'ecologia non è una scienza ma un modo di vivere nel rispetto della natura e dei suoi cicli.
A febbraio assistiamo alla partenza della Whitbread, una grande festa della vela che solo in questo paese può contare su un pubblico da Gran Premio, più di 100.000 persone e oltre 10.000 barche in mare.
Tredicesimo Capitolo - "LA NUOVA CALEDONIA"
Finalmente si riparte dopo una sosta di quasi quattro anni. Via con rotta a Nord verso la prima terra francese dopo la Polinesia. Siamo in equipaggio ridotto, io e Stefania, la traversata sarà tra le più dure ma la Nuova Caledonia sarà tra le isole più belle che visiteremo.
Quattordicesimo capitolo - "L'AUSTRALIA"
Equipaggio numeroso per la traversata dalla Nuova Caledonia a Brisbane, siamo in cinque a bordo. Traversata inizialmente da pieno Aliseo con sole e vento costante poi da brivido con l'incubo di un ciclone in rotta con noi.
Infine la scoperta dell'incredibile Australia.
Gennaio 1990 , Porquerolles isole d'
Hyeres
Finalmente un po' di riposo, abbiamo combattuto tutto il giorno contro un generoso Mistral, provando come sempre le varie andature dalla bolina al lasco, con continui cambi di vele e prese di terzaroli, il tutto ancora una volta per capire il comportamento della barca, i suoi limiti, le vele più adatte ad un certo vento e gli angoli migliori di risalita in bolina per trovare il giusto compromesso tra sbandamento e velocità.
Da anni navighiamo a vela per il per il Mediterraneo, dalla Corsica alla Sardegna alla Costa Azzurra, ma sempre durante le veleggiate, soprattutto d'inverno, scopriamo qualche nuovo segreto, qualcosa che ti rende più padrone del mezzo e aumenta la fiducia nello stesso.
La navigazione invernale tra queste isole è una delle meraviglie della vela che pochi conoscono. Molto affollate d'estate già in autunno ridiventano vivibili.
Il vento è sempre presente dalla brezza tesa ai numerosi colpi di vento da Ovest che raggiungono spesso forza di burrasca. Un vero e proprio paradiso per chi ama la vela.
In tanti anni di navigazione ho visitato e rivisitato innumerevoli volte Port Cros e Porquerolles, ma quando mi capita di ritornarci provo sempre le stesse piacevoli sensazioni.
L'odore forte di macchia mediterranea, il rumore assordante delle cicale, le lunghe spiagge bianche quasi tropicali, l'acqua cristallina, la vegetazione, le coste rocciose e a picco, la completa assenza di auto e motori, i silenzi dell'interno sono tutte caratteristiche che fanno di queste isole, così vicine alla costa, delle vere perle del Mediterraneo. I Romani le chiamavano Isole d'Oro.
La giornata volge al termine, a bordo, come sempre d'inverno, siamo in tre; oltre a me, mio fratello Vitto e l'amico Franco.
La faticosa giornata in mare con vento e freddo ci ha stancato molto. Siamo ben ormeggiati alla banchina del porticciolo, riscaldati dalla mitica stufetta elettrica, mitica perché da anni resiste all'umidità, al salino e a tutto quanto gli capita, compresi sballottamenti vari quando viene dimenticata e non riposta in navigazione.
Sulla stufa un bel minestrone e in forno un po' di verdure contribuiscono ad aumentare la temperatura.
Fuori il mistral soffia ancora forte, 30/35 nodi, qualche raffica a 40 e ciò rende ancora più gradevole lo stare sottocoperta al caldo, davanti ad un buon bicchiere di rosé di Porquerolles gustando le olive della Costa Azzurra.
I discorsi spaziano dalle previsioni meteo per domani, alla giornata trascorsa e immancabilmente ai programmi delle future navigazioni, alle prossime vacanze di agosto ed alla mia idea fissa, quasi paranoica: l'Oceano.
Penso che questo sogno delle lunghe navigazione, dell'Aliseo, dell'Oceano insomma, sia presente in chiunque possegga o usi una barca a vela. E' un tarlo che ti rode continuamente, che puoi solo addormentare leggendo i classici dei racconti di mare e navigazione, dal mitico Moitessier a Chichester a Tabarly ed altri ancora.
La vela non ha limiti, tutti possono sognare mete lontanissime, addirittura il giro del mondo. E anche per me, come per i miei compagni, è sempre stato solo un sogno. D'accordo, non c'è limite alla navigazione a vela, non sei legato al pieno ed al rifornimento di gasolio come i "ferri da stiro" o le pilotine, però esiste sempre un confine, spesso invalicabile, imposto da fattori esterni quali il lavoro, la famiglia, gli impegni sociali.
Quindi il punto diventa come conciliare il tutto e riuscire ad avere il tempo di effettuare queste lunghe navigazioni.
Poi il Pink Jaws manca ancora di un sistema di navigazione automatico, è predisposto per il Mediterraneo e non dispone ancora di GPS ma solo di Loran.
E noi come equipaggio abbiamo tanta esperienza nei nostri mari ma assolutamente nessuna in Oceano.
Eppure qualcosa bisogna fare per trasformare questo sogno in realtà. La cosa più importante, leggevo su un'intervista a un giramondo di cui non ricordo nemmeno il nome, non è tanto programmare, preparare la barca, sistemare tutto ma partire, si proprio partire. Il resto diceva verrà per conto suo, se non ci si stacca da terra non si sarà mai pronti.
Parole sacrosante. Allora spiego ai compagni la mia idea cercando di convincere soprattutto me stesso.
Bisogna partire, fissare una data mettere prua a ovest e via! Anche se disponiamo di una o due sole settimane diamo inizio al nostro giro del mondo. Salpiamo da un porto per approdare in un altro più a ovest sempre più lontano e ritorniamo a casa con treno o aereo per riprendere le rispettive occupazioni e prepararsi alla tappa successiva.
L'idea non viene accolta con entusiasmo, sembra un po' irrealizzabile ma mano a mano che se ne parla prende sempre più forma anche nei dettagli.
Alla fine della serata pare di essere arrivati già ai Caraibi. Ma il Mistral che fischia tra le sartie sempre più forte ci riporta alla realtà e ricorda che domani è domenica, dunque sveglia di buon'ora e rientro speriamo col vento in poppa a St Tropez nostra base in Costa Azzurra.
Il rientro in auto è piuttosto lungo ma i 400 chilometri di autostrada passano in un attimo tanto siamo presi dalla discussione sulla partenza.
Ormai ho convinto me stesso e il mio non molto numeroso equipaggio. Già anche quest'ultimo è uno dei problemi che dovremo affrontare .
La mancanza di equipaggio è una della pene di chi va per mare. D'estate quando fa caldo, soffia solo qualche brezzolina, l'acqua è invitante e la barca dondola per gran parte del tempo in baia si ha un eccesso di presenze. Ma non appena l'aria si rinfresca, si entra in autunno e inverno, quando finalmente il Mediterraneo diventa navigabile anche a vela e non solo a motore i marinai estivi si dileguano per rimaterializzarsi solo dopo la metà di giugno.
Va be ! in tre siamo, qualche altro lo troveremo.
La decisione ormai è irrevocabile dopo le vacanze di Agosto ancora una volta lungo le affollate rotte dell'alto Tirreno, si parte verso ovest, verso le Colonne d'Ercole.
Durante i successivi week-end, ormai mentalmente partiti, abbiamo limitato le navigazioni e iniziato un meticoloso controllo del Pink Jaws .
Ingrassiamo gli winches, mettiamo a punto il sartiame, le manovre, la timoneria, controlliamo i consumi elettrici accendendo tutto radar compreso, montiamo due nuovi serbatoi in acciaio per l'acqua, rivediamo l'impianto elettrico e idrico, sostituiamo le pompe vecchie, cambiamo olio a motore e invertitore.
Le rande sono un po' vecchie, le ho ricondizionate da poco, la trinchetta è nuova.
Le vele di prua sono in buone condizioni il fiocco è nuovo la tormentina anche i genoa uno, due, tre vanno bene. Lo spi è un po' leggero e grande 200 mq adatto alle ariette mediterranee.
Vediamo adesso quello che ci manca.
Non disponiamo come detto ne di timone a vento ne autopilota elettrico, niente GPS radio SSB frigorifero, alternatore supplementare, e poi ancora qualche vela in più, altri spi, rande nuove. Fino a Gibilterra possiamo arrivare senza grossi problemi.
Comunque confido di riuscire lungo la strada ad attrezzare come si deve il Pink Jaws.
Fortunatamente svolgiamo tutti un lavoro autonomo per cui non ci è difficile focalizzare i periodi di partenza, facendoli coincidere con i momenti di stanca del lavoro.
Vitto e Franco oltre che amici sono anche soci in affari e gestiscono una piccola impresa di service musicali per cui il grosso del loro lavoro si svolge da maggio a settembre.
Mentre io con mio fratello Remo, più grande di due anni e tipico marinaio estivo, ho una ditta di importazione di abbigliamento e anche per noi il periodo di maggior lavoro è l'estate e coordinandomi con lui posso assentarmi anche a lungo.
Gli altri sono scapoli senza grossi legami io invece sono sposato e ho una figlia, Caterina di nove anni.
Il mio matrimonio si trascina da qualche anno in una difficoltà ormai cronica. Forse questa decisione di prendere il largo darà soluzione a questo continuo tiramolla di situazioni deteriorate e difficilmente ricucibili.
Decidiamo di partire con calma, cioè via verso ovest ma senza prefissarci scadenze troppo vicine. Andiamo in là e gustiamo questo ultimo tratto di Mediterraneo fino alle Baleari, alla Costa del Sol, a Marbella.
Il programma lo faremo di volta in volta senza stress o fretta.
Iniziamo anche la raccolta dei portolani e delle carte nautiche. Per questo visitiamo spesso la Libreria del Mare di Milano veramente la più attrezzata in Italia per la documentazione nautica sia ufficiale, sia per il diporto .
Anche se i prezzi sono un po' cari rispetto alle librerie di Londra. Proprio in questa città trovo K.Hughes Books una vera miniera d'oro per chi deve programmare una crociera di questa importanza.
Anche in Francia a Montecarlo e Antibes recupero portolani e carte nautiche a prezzi inferiori.
Naturalmente il libro più letto è quel "Guida alle rotte di tutto il mondo" di Jimmy Cornell che riassumendo e sintetizzando le informazioni dei libri ufficiali dell'Ammiragliato Britannico quali il mitico "Passage the World" e le proprie esperienze di navigazione dà un incredibile aiuto a chi vuole pianificare una traversata oceanica o un giro del mondo.
Leggere i portolani consultare le carte nautiche, le Routeing chart dei vari mesi diventa un passatempo quasi più piacevole del navigare.
Parlando di questa o quella rotta sembra di essere già partiti. Direi che conosciamo quasi a memoria tutte le mete che andremo a raggiungere e le difficoltà che incontreremo.
La sola cosa che non considero minimamente, per il momento, è l'influenza che potrà avere questa partenza su di me, sulla mia personalità, sul mio modo stesso di concepire e vivere la vita. Essendo un inizio in sordina, senza stacchi improvvisi e netti dal quotidiano, subirò anch'io una trasformazione lenta ma continua che mi farà diventare alla fine del viaggio, se mai avrà fine, una persona completamente diversa.
CAPITOLO SECONDO
"L' AVVICINAMENTO"
Settembre 1990. Il grande giorno è arrivato.
La nostra partenza per il giro del mondo avviene in treno. Prendiamo forse per la prima volta un treno per recarci in barca. Questa decisione perché non sappiamo ancora dove finiremo questa tappa e con quale mezzo torneremo a casa.
Il meteo non è dei migliori, si aspetta un colpo di vento da Ovest. Per questa prima uscita disponiamo di una settimana.
Sistemati i bagagli, completata la cambusa, rabboccati i serbatoi dell'acqua, decidiamo di partire appena pronti anche se ormai è notte fonda. Non abbiamo potuto fare gasolio, quindi prima tappa sarà
Hyeres.
Sono le due di notte quando lasciamo il porto di Saint Tropez. Il vento è completamente assente per cui ci affidiamo al nostro aifo per iniziare questa avventura. Scivoliamo a sei nodi su un mare piatto in una notte buia senza luna. Sul radar la sagoma di questo golfo che tante volte abbiamo percorso a piene vele in tutte le direzioni. Mi prende un po' di malinconia nell'abbandonare questa bellissima palestra d'allenamento per la vela, ma ormai non si torna più indietro. Penso che la prossima volta che il Pink Jaws atterrerà qui lo farà provenendo da Est, dal Mar Rosso.
Alle sette del mattino siamo già a Hyères attraccati al molo del carburante in attesa dell'arrivo del benzinaio. Il meteo promette 30/40 nodi da Ovest, quindi il nostro programma di attraversare in un solo balzo il Golfo del Leone viene riposto in attesa di tempi migliori.
Per domani è però prevista una attenuazione del vento.
Considerato il meteo e conoscendo bene la zona issiamo le rande prendendo due mani alla maestra, le trinchetta, il fiocco pesante e tentiamo inutilmente di risalire il vento cercando di entrare nel Golfo del Leone attraverso lo stretto passaggio tra Porquerolles e la penisola di Giens. Alla fine molliamo, laschiamo le vele e ci portiamo nella costa est di Porquerolles, ben ridossata dal Ponente. Visto che bisogna aspettare io e Vitto indossiamo la muta e via per una battuta di pesca subacquea. Almeno in questo siamo fortunati e tre bei saraghi vanno ad arricchire il nostro menu.
Il vento non cala, passiamo la notte nell'amato porto di Porquerolles in attesa di condizioni migliori. Dopo due giorni finalmente un meteo favorevole, salpiamo la mattina presto e costeggiamo il Golfo del Leone in modo da potersi rifugiare velocemente in uno dei numerosi porti in caso di un altro colpo di vento.
Ha inizio anche la nostra sfortuna che ci accompagnerà per un bel pezzo. Per sfortuna, intendo la quasi totale mancanza di vento; la troveremo in tutti gli spostamenti mediterranei come se questo mare che per tanto tempo ci ha ospitati, non volesse farci partire.
Il contagiri fisso a 1800, il log a sei nodi, le rande issate per stabilizzare, non certo per sfruttare il vento, sono le note caratteristiche di questa prima tappa. Superata Marsiglia col suo grande traffico di navi fissiamo in Gruissan, posto al centro del Golfo del Leone, vicino a Narbonne, la nostra meta di arrivo.
Ricorderemo questa notte come una delle più lunghe, infatti incontriamo un numero incredibile di pescherecci, tanto che dobbiamo fare i turni al radar per controllare le rotte ed evitare possibili collisioni. Nessuno di noi riesce a dormire. Salutiamo con gioia l'alzarsi del sole, primo perché finalmente i pescherecci ad uno ad uno spariscono, secondo perché la prima meta è ormai raggiunta.
Dopo una difficile individuazione del canale d'entrata del porto, essendo la costa molta bassa e piatta, finalmente accostiamo alla banchina dell'accueil.
La prima brevissima tappa è terminata, se l'importante era partire, noi lo abbiamo fatto.
Ottobre 1990. E' ormai trascorso un mese dal nostro arrivo a Gruissan e oggi ritorniamo in auto per riprendere il nostro viaggio verso ovest.
Stavolta meta ambiziosa: le Baleari.
Quando arriviamo è in atto una forte burrasca da sud-ovest, l'uscita del canale è irriconoscibile, spazzata da enormi frangenti. Niente da fare, finché non passa non si può partire. Vicino al canale scopriamo un vivaio sperimentale di frutti di mare, con pochi franchi ci riforniamo di ostriche e cozze.
L'attesa del tempo buono non è poi così frustrante.
Visitiamo la vicina Narbonne, bella cittadina con vestigia romane e un canale che l'attraversa.
La burrasca dura ancora due giorni che dedichiamo alla manutenzione del Pink Jaws.
Il giorno 13 possiamo partire. Il tempo non è dei migliori. La burrasca ha lasciato un'onda lunga al traverso che fa rollare molto, il vento forte è cessato, ma è arrivata una nebbia incredibile. Queste condizioni di navigazione sono pressoché nuove per noi. Abbiamo una visibilità di poche decine di metri, a volte scompare perfino la prua della barca. Solo grazie al radar riusciamo ad attraversare questo nebbione da pianura padana. Navighiamo così fino a metà pomeriggio. All'avvicinarsi del confine franco-spagnolo e quindi alla Costa Brava, dove termina la pianura e i Pirenei sovrastano il mare vediamo il cadavere di un delfino che sinistramente galleggia nel mare grigio. Un incontro che rabbrividisce i nostri corpi già penetrati da una pesante umidità.
Poi, come d'incanto, la luce ed il sole scacciano la nebbia e all'orizzonte si profilano le alte cime dei Pirenei.
E' come passare dall'inferno al paradiso, dalla morte alla vita. Col sole arriva anche una leggera brezza che ci permette di far riposare il nostro diesel e procedere a vela anche se a 4/5 nodi. Siamo vicini al porto di La Selva quindi decidiamo di sostare per la notte anche per dimenticare questa giornata di pessima navigazione, forse tra le più brutte mai passate.
La Selva è il primo contatto con la Spagna. Un grazioso paesino di casette bianche con un porto piccolo, ma ben attrezzato. Numerose sono le trattorie e, a caso, ne scegliamo una ed iniziamo a gustare il "pescado a la plancia", i gambas, le tortillas, la cerveza che ci accompagneranno in tutti gli approdi spagnoli fino alle Canarie .
Abituati al servizio meteo della Costa Azzurra, trasmesso in continuo sul canale 23 VHF e aggiornato tre volte nelle ventiquattrore, rimaniamo sbalorditi quando alla nostra richiesta del bollettino il capitano del porto dopo aver lanciato uno sguardo al cielo ci risponde : "Tutto bene, il tempo è
ok, partite pure."
Comunque il barometro è alto, diamo fiducia al nostro informatore e prendiamo il largo per queste 240 mg di traversata per Palma. Naturalmente vento zero, le solite rande issate, trinchetta e genoa in coperta legati alla battagliola. Usciamo dal golfo e doppiamo Capo Creus, poi navighiamo paralleli alla costa, ma già in rotta per Mallorca. Questo inizio della Costa Brava è veramente stupendo, un susseguirsi continuo di calanchi, coste alte e rocciose, insenature sovente deserte, paesini arroccati o insinuati nel fondo delle baie. Un vero paradiso per il diporto, peccato che non abbiamo tempo di visitarlo.
Riusciamo però a vedere bene, dalla barca naturalmente, Cadaques il paesino reso famoso da Salvator
d'Alì.
Dopo le isole Medas, parco marino, la costa lentamente si allontana dalla nostra rotta fino a scomparire. La notte navighiamo ancora a motore, iniziamo i turni di guardia e sperimentiamo il turno due svegli e uno a dormire. Senza il pilota automatico è indispensabile la presenza di due persone di guardia, infatti uno solo dopo mezz'ora di timone con gli occhi fissi sulla bussola comincia a barcollare come ipnotizzato. In due invece è più semplice stare svegli, alternarsi al timone, controllare la navigazione. Però così si dorme molto poco, occorre assolutamente installare un sistema di timoneria automatico.
Alle otto mancano ancora una quarantina di miglia, ma l'isola è già da un po' ben visibile. A mezzogiorno doppiamo la punta Sud-Ovest di Mallorca e superiamo la selvaggia isola di Dragonera, poi troviamo un bel vento dritto in prua di 10/15 nodi. Dopo una decina di miglia incrociamo i due Moro di Venezia in allenamento per l'Americas Cup, che si ingaggiano vicini.
Verso le 16 attracchiamo al Real Club Nautico di Palma de Mallorca.
Passiamo un paio di giorni in relax per riposarci dalla lunga navigazione, lunga perché i parametri sono ancora mediterranei. Poi abbandoniamo la barca e ritorniamo a casa.
In dicembre siamo di nuovo a Palma con una settimana a disposizione per visitare la città e l'isola Cabrera.
La navigazione è incredibilmente a vela, un bel Ovest Sud-Ovest ci spinge velocemente verso Cabrera. Questo piccolo arcipelago, brullo e deserto, è veramente stupendo. Esiste solo un distaccamento militare al cui comandante bisogna chiedere il permesso di attracco, che viene normalmente concesso, soprattutto fuori stagione.
Una volta ormeggiati al pontile in cemento insieme a due grossi pescherecci provenienti da Alicante, visitiamo lo spaccio militare dove per pochi pesos si può bere una buona Aquila. Facciamo conoscenza con l'equipaggio del peschereccio, il cui comandante consiglia di rinforzare gli ormeggi, poiché l'ultima carta meteo da lui ricevuta indica un rinforzo del vento da Ovest, Sud-Ovest fino a forza di burrasca e tempesta, nelle prossime ore. Non ce lo facciamo ripetere due volte e nel giro di pochi minuti, il Pink Jaws è saldamente legato alla banchina da una ragnatela di cime.
Durante la notte e la giornata seguente l'anemometro rimane fisso a 40/45 nodi con punte spesso oltre i 50 nodi. Fortunatamente il Puerto de Cabrera è un vero e proprio fiordo naturale, completamente ridossato dal mare. Saliamo in cima alla punta che domina l'insenatura e vediamo fuori un mare tutto bianco di schiuma. La burrasca dura ben tre giorni durante i quali soffriamo un bel freddo, essendo privi di elettricità. Non abbiamo riscaldamento se non durante i pasti. La temperatura interna è attorno ai 12/13 gradi. Sarà passione per la vela o pazzia? Ogni tanto me lo chiedo.
Quando il vento diminuisce su 20/25 nodi salpiamo però senza affrontare il ritorno di bolina a Palma e dirigiamo la prua verso la costa sud-est di Mallorca in modo d'avere il vento al lasco. Una bella veleggiata ci porta a Cala LLonga nel nuovo marina di Cala d' Or.
Adesso arriva Natale, poi c'è gennaio, dopo tutto il freddo patito, rimandiamo la prossima tappa alla fine di febbraio.
Ci dedichiamo così in questo periodo d'attesa alla montagna ed allo sci, seconda nostra grande passione.
Alle boline sostituiamo le ripide discese di Andermatt e Davos. Questi weekend in montagna disintossicano dal mare e rafforzano nel contempo il desiderio di ripartire.
A fine febbraio siamo a bordo io e Vitto, Franco questa volta non c'è, ma ha promesso un sostituto, che ci raggiungerà direttamente a
Mallorca. Infatti dopo cena arriva Vittorio, che oltre che sostituto ne è anche l'esatto contrario. Alto e grosso tanto l'altro è piccolo e minuto e subito fin dalla prima navigazione si guadagna il titolo di
stomacone, mentre Franco si è sentito un vero marinaio solo dopo aver scoperto i braccialetti anti mal di mare. Unico problema nell'avere Vittorio a bordo, lo scopriremo più avanti, è la cambusa che dovrà esser tenuta sempre sotto chiave.
Quando salpiamo da Cala d'Or abbiamo naturalmente un bel Sud Ovest in prua. Con vele ridotte iniziamo a risalire, ma dopo quattro ore di bolina e venticinque miglia percorse ci accorgiamo di essere avanzati di sole sette miglia. Decido allora di entrare nel bel fiordo di Cala Figuera posto tra due alte scogliere con al fondo un paesino di pescatori e turisti e con un porto molto pittoresco. Da un gozzo che rientra acquistiamo del pesce ancora vivo.
Il giorno dopo il vento e il mare diminuiscono un po', quindi si parte alla volta di Palma non essendo per ora raggiungibile la nostra vera destinazione, Ibiza.
Sostiamo di nuovo a Cabrera, ma stavolta il comandante non si dimostra molto ospitale. Veniamo infatti invitati ad allontanarci dal pontile e a dare fondo in mezzo alla baia da dove ripartiremo il mattino seguente alla volta di Palma. Attraversiamo velocemente questo tratto di mare spinti da un bel vento al traverso.
A Palma attracchiamo al nuovo Marina di Club del Mar. Molto attrezzato, ben gestito e con un ottimo servizio meteo.
Il Sud-Ovest con forza di burrasca è previsto per altri tre giorni poi dovrebbe girare ad Est o addirittura a Nord-Est. Vista la nostra sfortuna col vento non ci crediamo molto. Comunque, essendo la settimana di carnevale partecipiamo ai festeggiamenti in svolgimento nella città vecchia di Palma. Pur essendo inverno i turisti non mancano.
Ripartiamo confortati da un meteo che prevede per almeno 24 ore un bel Nord-Est di 30/35 nodi. Due mani alla maestra, mezzana,
trinchetta, fiocco e il Pink Jaws finalmente soddisfatto di navigare a vela vola con il log che spesso supera gli otto nodi. Il vento al lasco rimane sempre attorno ai trenta nodi con qualche raffica a 35/40. Il mare molto grosso ha assunto una direzione da NE, spesso planiamo sulle onde con il log piantato a fondo scala, oltre i 12 nodi. Tutto questo ci permette di percorrere quasi tutte le settanta miglia per Ibiza in meno di nove ore, dico quasi perché le ultime dieci saranno un calvario a motore con cielo coperto, pioggia gelata e un leggero Sud Ovest in prua.
Quando entro, ancora in cerata, nell'ufficio della capitaneria del porto nuovo di Ibiza per riservare il posto barca, le giovani impiegate hanno un sussulto quasi avessero visto un fantasma. Una bella doccia calda e il tepore della nostra stufetta contribuiscono a risollevare il morale e a cancellare il ricordo di queste ultime dieci miglia bagnate e gelide.
Nota positiva della tappa è che, dopo un vero e proprio lavaggio del cervello, riusciamo a coinvolgere Vittorio nel nostro progetto.
Lo convinciamo anche a partecipare con noi a due settimane di vacanza con una barca a noleggio ai
Caraibi. In questo viaggio ci accompagnano anche Remo, nostro fratello, e Livio, un amico appassionato anche lui di vela.
Questo intermezzo tropicale, navigando tra la Martinica e le Grenadines non fa che aumentare enormemente la nostra voglia di Oceano e di Aliseo, ma visto che dobbiamo passare un'altra estate in Mediterraneo poiché il periodo buono per la traversata atlantica verso i Caraibi inizia dopo la metà di Novembre ce la prendiamo comoda e aprile ci vede circumnavigare Ibiza e scoprire gli angoli più nascosti e solitari di questa splendida isola.
Le sue coste frastagliate imponenti e solitarie contrastano con le colate di cemento degli agglomerati urbani di Ibiza città, San Antonio. Le spiagge bianche di Formentera nulla hanno da invidiare a quelle dei
Caraibi.
Stabiliamo la nostra base al Club Nautico di San Antonio, molto più piccolo e meno attrezzato del porto nuovo di Ibiza, ma vicino alla stupenda e deserta isola di
Conejera.
Passiamo tre settimane fantastiche con immersioni bellissime a Conejera e lungo la costa di Nord-Ovest ricca di insenature e completamente deserta anche in Agosto.
Peschiamo molto pesce, ricci enormi e perfino aragoste. Ibiza ci rimarrà per sempre nel cuore per questa sua capacità di unire caratteristiche completamente contrastanti. Selve di palazzi con natura selvaggia, spiagge affollate e calanchi deserti, il chiasso di una vita notturna fin troppo esasperata e i silenzi sia dell'interno che delle insenature solitarie.
Insomma un cocktail di qualità positive o negative, secondo i punti di vista, che ne fanno una delle più belle isole del Mediterraneo.
Per me Ibiza ha un sapore particolare perché legato al ricordo di una breve, ma intensa vacanza con Stefania, che ho da poco conosciuto, ma che ben presto diventerà molto importante e sarà parte integrante della mia vita.
Durante una cena a giugno al ristorante del Baffo, altro amico molto appassionato di vela, scorgo su una rivista inglese un articolo che parla molto bene di un timone a vento di nuova generazione molto leggero, preciso nelle andature portanti e facile da regolare.
Non ho dubbi, la ricerca del nostro autopilota è finita. Non mi avevano mai troppo convinto i mastodontici mustafà o i vecchi timoni inglesi e francesi. Questo è tedesco, quindi sicura qualità ed affidabilità.
Mando subito un fax al costruttore che chiede le caratteristiche della barca , il peso e le misure della poppa per poterlo adattare alla perfezione.
A fine agosto entriamo in possesso del nostro Wind Pilot Pacific Plus.
Partiamo quindi per Ibiza, portando anche da montare un impianto frigorifero e un GPS Shipmate visto che da Ibiza in poi il loran non è più affidabile. In tre giorni di lavori forzati riusciamo a montare il tutto in due, in quanto Franco è in preda ad una dolorosa colica renale. Questa volta l'equipaggio è numeroso, infatti per la crociera ci raggiungono Beppe e
Dodi. Usciamo per collaudare il timone a vento e con nostra sorpresa, lieta naturalmente, vediamo che governa magnificamente il Pink Jaws sospinto sotto spi da una leggera brezza a soli tre nodi. Se governa così bene con lo spi con solo due - tre nodi di velocità sicuramente farà ancora meglio alle altre andature e con più vento. Si rivelerà infatti un acquisto eccezionale ormai indispensabile quanto le vele per navigare.
Dopo una notte brava, spaghettata alle sei del mattino e un breve riposo in branda, alle dieci mettiamo la prua in rotta verso la costa spagnola. Tanto per cambiare motore a 1800 giri, rande stabilizzatrici e timone a vento disoccupato.
A parte il motore sempre acceso questa sarà una crociera molto rilassante. Navigazione lungo costa, a pranzo fermi per il bagno in qualche insenatura, la sera in uno dei numerosi porti e via, alla ricerca di una buona trattoria. Spesso siamo accompagnati dai delfini. Memorabile il tratto davanti Malaga. Fin dove arriva l'occhio si vedono delfini, sono centinaia.
La nostra destinazione è Torre Molinos distante da Gibilterra circa 50 miglia. Qui ci fermiamo e concludiamo questa crociera più gastronomica che marina.
L'avvicinamento è finito, siamo a poco più di 60 miglia dall'Atlantico.
Naturalmente non resistiamo e noleggiato un pulmino visitiamo Marbella, Gibilterra e ci spingiamo fino all'Atlantico.
Ritorniamo a casa da Malaga, abbiamo poco più di tre settimane per preparare la nostra prima vera traversata atlantica.
CAPITOLO TERZO
"LA
PRIMA TRAVERSATA"
La prima cosa da fare è pensare al ritorno. Passo un intero pomeriggio in agenzia da Paolo prima di riuscire a strappare una buona tariffa all''Iberia. Andata da Milano su Malaga e ritorno da Gran Canaria scalo a Madrid e infine ancora Milano Linate, il tutto ad un prezzo inferiore alle cinquecentomila lire a testa.
Sistemata questa parte tecnica molto importante non rimane che salutare tutti a partire per questa nuova avventura.
Oltre al consueto maxi bagaglio con attrezzature sub, vele riparate etc. stavolta ci portiamo anche una vela nuova, una carbonera preparata espressamente dal nostro velaio di fiducia Viganò.
Il giorno 26 settembre siamo di nuovo a bordo del Pink Jaws. Questa volta equipaggio al gran completo: Vitto, Franco, Vittorio ed io. Tutti pronti e gasatissimi per la navigazione che ci attende, una primizia per tutti.
In un rifornitissimo supermercato di Malaga troviamo tutto il necessario per creare una cambusa per tre settimane. Mi rimarrà impresso questo supermercato per l'incredibile banco del pesce, ricco delle più svariate specie, crostacei e frutti di mare, ci sono perfino gamberi di fiume vivi.
Prepariamo una superba cena inaugurale sul Pink Jaws a base appunto di gamberi di fiume, ostriche, frutti di mare, astici, il tutto innaffiato con un ottimo vino bianco spagnolo. Ciò in barba alla mia dieta pressoché vegetariana di mantenimento contro la gotta, mia malattia cronica.
Di questi eccessi culinari e dei continui strappi alla dieta durante la traversata, ne coglierò i frutti durante l'ultima crociera caraibica con un bell'attacco acuto al solito piede sinistro.
Finita la cena propiziatoria e dopo una bella dormita per smaltire il buono, ma perfido bianco spagnolo, il giorno 27 salpiamo senza rimpianti dalla troppo popolosa Torre Molinos alla volta di Gibilterra, meta alla quale nessun navigatore si può sottrarre. Noi siamo volenti o nolenti costretti alla sosta, peraltro già programmata, da un vento da ovest dritto in prua, che impone una velocità di soli quattro nodi al Pink Jaws a causa di una corrente contraria che ci penalizza nelle ultime dieci miglia di avvicinamento alla imponente rocca di Gibilterra.
Verso le sedici attracchiamo alla banchina del porto turistico. La città ci delude un po', molto sporca, mal tenuta, un unico grande mercato di macchine fotografiche, telecamere, stereo, e tante altre cose. I prezzi non sono cari, ma nemmeno straordinari. Però gli Shipshandler sono attrezzatissimi e acquisto un segnalatore di soccorso EPIRB e un'asta Ior di segnalazione uomo in mare. Sono anche a
un attimo dall'acquistare una radio ricetrasmittente a onde corte per radio amatori , ma poi desisto perché ancora non abbiamo nessuno con cui poterci collegare. Sarà questo l'unico errore di cui ci pentiremo e a cui porremo rimedio solo a Panama.
Il porto non è dei più tranquilli essendo adiacente alla pista dell'aeroporto, ma l'aria che vi si respira è straordinaria. Aleggia in ogni cosa il sapore dell'Atlantico, delle lunghe navigazioni, delle rotte da sempre sognate.
Il vicino non arriva da Saint Tropez o da Lavagna o da Porto Cervo, qui ognuno ha una storia da raccontare, c'è chi arriva dall'Australia come una bellissima goletta di 20 metri, oppure dagli USA come una barca con a bordo una famiglia di polacchi che ora dirigeranno verso la Grecia. Insomma, per noi mediterranei la scoperta di tutto questo è una sensazione già di per sé appagante. Sembra un sogno, ma anche noi stiamo per diventare navigatori oceanici.
Però non tutto fila liscio. Il meteo promette due o tre giorni di vento forte forza 7/8 da ovest quindi impossibile uscire dallo stretto. Poi subiamo la prima avaria meccanica. Mentre il motore gira per ricaricare le batterie mi accorgo di un leggero fumo, classico odore di scarico, che aleggia nel quadrato. Spengo subito e con gli altri inizio il controllo. Spero sia solo qualche vite allentata nel collettore di scarico, invece sono tutte a posto ben tirate; allora comincio a togliere la benda di amianto che lo copre. Ad ogni strato che levo aumentano le pulsazioni. Alla fine togliendo tutto non rimane proprio niente, nel senso che in otto anni l'acqua salata ha completamente corroso questa specie di tubo che raccorda lo scarico del motore al tubo in gomma della marmitta. Siamo in preda al panico, come abbiamo potuto non accorgerci prima, poi domani è domenica e qui non c'è una assistenza AIFO. Alla fine smontiamo i due pezzi di collegamento, uno sul motore l'altro sulla marmitta e ci rendiamo conto che basterebbe trovare un pezzo di tubo in ferro e saldare insieme il tutto. Mentre franco e Vittorio iniziano a limare e pulire i due pezzi sani, io e Vitto armati di seghetto partiamo a caccia di tubi. Essendo Gibilterra un unico grande cantiere non fatichiamo a trovarne uno di spessore e diametro adatti al nostro caso. Ne tagliamo 20 centimetri che rifiniamo e adattiamo in banchina. Ora non ci rimane che trovare un buon saldatore e il gioco è fatto. Infatti dopo una breve ricerca in una piccola officina scoviamo un tecnico che ci promette di saldare il tutto per lunedì. Ricevuto il pezzo rimontiamo e collaudiamo che funzioni. Al nostro ritorno in Italia ci procureremo il ricambio originale.
Il giorno 30 la burrasca è terminata e alle 16 molliamo gli ormeggi e dirigiamo verso lo stretto. Abbiamo studiato la carta particolareggiata ed il portolano e partiamo a quest'ora per usufruire di una corrente di marea che permette di uscire agevolmente in una determinata zona dello stretto. Questa corrente di uscita leggiamo, può essere vanificata da vento da ovest. Infatti quando iniziamo a risalire lo stretto verso l'Atlantico abbiamo un bel 10/15 nodi in prua che oltre ad annullare la corrente favorevole ne crea una contraria di due tre nodi. Arranchiamo così a motore con il log fisso a sei nodi e la velocità reale segnata dal GPS che oscilla tra tre/quattro nodi.
Il traffico di navi e pescherecci è molto intenso, ancora una volta ringrazio di aver montato come prima strumentazione elettronica il radar già nel 1985. Grazie ad esso infatti usciamo con sicurezza dallo stretto zigzagando tra navi enormi e pescherecci. Nonostante l'euforia per essere finalmente in oceano non ci sentiamo ancora contenti. Mano a mano che lo stretto si allontana il vento cala completamente e la navigazione va avanti come sempre a motore. Stiamo tenendo una rotta per S/W, ma ora dobbiamo decidere se proseguire seguendo la costa africana col pericolo di calme oppure se fare rotta ad ovest, verso il largo fino ad incontrare l'Aliseo portoghese. Stanchi di navigare sempre a motore optiamo per la seconda soluzione. Dopo più di 50 ore di motore da Gibilterra, quando arriviamo sullo stesso meridiano che passa per la punta più a ovest del Portogallo, incontriamo finalmente il nostro primo aliseo. Inizia con una decina di nodi, con le sue nuvolette bianche, con il suo mare vivo. Spegniamo il
nostro generoso diesel, issiamo lo spi e attiviamo il Wind Pilot fino ad ora inutilizzato. Subito la navigazione assume un altro ritmo. Andiamo incontro a questa terza notte con nuovo spirito. Per i turni siamo divisi in due coppie, io e Vittorio, Vitto e Franco, tre ore di guardia , tre ore a dormire per tutto il tempo. Le tre ore di turno senza lo stress di timonare e seguire la bussola diventano uno zuccherino, il lavoro pesante lo fa Braga (così abbiamo battezzato il timone a vento in ricordo di un nostro amico che dice sempre di voler partecipare alla nostra avventura, ma che non si presenta mai). Noi dobbiamo solo verificare le vele, il vento, la posizione, controllare ogni mezz'ora la sentina, abbiamo così molto tempo per guardare il cielo stellato e godere dei tramonti di un rosso infuocato che mai avevamo visto nelle precedenti navigazioni. Il vento è perfetto sui 10/12 nodi, onda formata, ma come sempre il Pink Jaws sotto spi diventa stabile e anche il rollio diminuisce.
Ormai abbiamo preso il piede marino e anche Franco con i suoi braccialetti non risente di questo rollio. Scivoliamo per tutta la notte a 6/7 nodi con "Braga" che timona meglio di un timoniere provetto. La mattina il vento comincia a rinforzare e anche il mare aumenta. Il nostro spi leggero e grande diventa troppo, infatti il Braga timona al limite e la velocità è salita a 9/10 nodi e sotto una raffica il Pink Jaws si piega su un fianco e parte in una straorzata micidiale. Vedo il tangone che si curva sullo strallo, tento un recupero col timone ma inutilmente, bisogna mollare il braccio dello spi. Do il via a Vittorio e come molla il Pink Jaws si raddrizza e lo spi vola sbattendo rumorosamente. Mi porto in poppa piena e Vitto e Franco che nel frattempo sono risaliti in coperta, raccolgono lo spi che Vittorio ammaina. Serve uno spi più pesante da portare con 20/25 nodi. Sarà il prossimo compito del nostro velaio. Per adesso dobbiamo fare buon viso a cattiva sorte piuttosto che bordeggiare al lasco tentiamo un'andatura spesso vista sui libri di navigazione e utilizzata da molti navigatori. Issiamo il genoa pesante e lo tangoniamo. Viaggiamo in poppa piena con le due rande lascate al massimo da una parte e dall'altra il genoa tangonato. Il Pink Jaws riprende a viaggiare sui 6/7 nodi, ma il rollio diventa una cosa allucinante. Tanto lo spi sembra tirare fuori la barca dalle onde, tanto questa andatura sembra assecondarle e ci costringe a rollate paurose. Come faranno a navigare senza
spi ? Per fortuna al mattino il vento riprende a soffiare sui 15 nodi non più nord pieno, ma nord-est. Issiamo di nuovo lo spi e riprende l'andatura preferita. Il sole è molto caldo è ora di provare il sapone solubile in acqua di mare. Quindi prima doccia in coperta con secchio. Favorito anche dalla inferiore salinità dell'acqua dell'oceano, questo shampoo svolge egregiamente il proprio dovere. Per la cucina facciamo turni regolari e manteniamo gli orari dei pasti. La pasta naturalmente è principe, ma la sera spesso e volentieri non manca il classico minestrone. I salumi e i formaggi completano l'opera. Dopo due giorni di navigazione a vela ci accorgiamo che per ricaricare le batterie un solo alternatore non è sufficiente. Altro problema da risolvere alle Canarie prima di partire per i Caraibi.
Il vento scende sotto i dieci nodi e proviamo la nuova vela. La carbonera è una vela con strallo mobile che si issa sull'albero di mezzana e
riempie al lasco il triangolo vuoto tra la maestra e la mezzana. Con 6/7 nodi di vento, spi, trinchetta , carbonera e rande vecchie, riusciamo a viaggiare a 5/6 nodi. Anche le rande andranno sostituite, magari con rande nuove steccate e allunate, altro lavoro per Viganò. Ormai il ritmo è preso, ci rendiamo conto che potremmo proseguire per giorni e giorni, e ciò è di buon auspicio per la prossima ben più impegnativa traversata. La mattina del quattro avvistiamo Tenerife, l'isola più alta. La visibilità è eccezionale visto che mancano più di cento miglia a Lanzarote. Il giorno cinque facciamo la nostra entrata nel vecchio porto di Arecife. Quando diamo fondo il morale è alle stelle, abbiamo concluso la nostra prima traversata, la prima vera navigazione d'altura.
Nella rada del porto ci sono una decina di yacht di varie nazionalità.
Attorno non si vedono attrattive particolari per cui rimandiamo al giorno dopo la nostra discesa a terra e visto che Arrecife non è il posto più adatto per lasciare la barca preferisco andare subito in prima mattinata al marina di Puerto Calero. Dopo una buona cena e una altrettanto buona dormita iniziamo a salpare e con nostra sorpresa l'ancora, incagliata sul fondo, non risale. Bisogna immergersi, naturalmente le bombole sono scariche, allora sotto gli occhi curiosi delle barche vicine tiriamo fuori il nostro vecchio compressore. Per mezzora nessuno in rada riesce a parlare assordati come sono dal nostro potente e rumoroso aerosub. Finalmente una bombola è carica e Vitto di malavoglia visto il colore dell'acqua del porto si immerge, dopo vari tentativi l'ancora è libera.
Con la nostra solita fortuna avevamo agganciato un'enorme ancora ammiragliato per metà affondata nel fango. In poco tempo attracchiamo al pontile d'entrata di Puerto Calero.
E' un nuovo marina ancora in via di ultimazione attorniato da negozi, bar, ristorante, ville, appartamenti e con un attrezzato cantiere dotato di un travel lift da 50 t il tutto molto ben inserito nell'ambiente. I pontili sono del tipo mobile come quelli usati al lago per contrastare l'effetto della marea che ha un'escursione di circa due metri e mezzo.
E'il nostro primo incontro con questo fenomeno, infatti in Mediterraneo è molto limitato e difficilmente supera i trenta quaranta centimetri.
Ce ne rendiamo conto quando dopo un bellissimo bagno dalla vicina scogliera, ritorniamo nel pomeriggio per rituffarci e scopriamo con sorpresa che il mare è sparito e l'acqua inizia decine di metri più in là.
Prendo contatto con la capitaneria e con il cantiere, voglio mettere in secca il Pink Jaws sia perché devo fare carena e sostituire il premistoppa dell'asse elica sia per essere più tranquillo visto che deve rimanere qui fino a dicembre. I prezzi sono molto convenienti e le tariffe trattabili, dopo un po' di discussioni chiudo un buon contratto col capo cantiere.
Abbiamo il ritorno prenotato da Gran Canaria il giorno 12 quindi disponiamo ancora di sei giorni per visitare l'isola.
Noleggiamo una simpatica Mini Moke e percorriamo le numerose strade sterrate.
Lanzarote è bellissima a differenza di Gran Canaria e Tenerife è priva di palazzoni e costruzioni enormi a parte naturalmente Arrecife. Per il resto sono tutti villaggi di piccole case bianche.
I paesaggi lunari, i crateri, il verde delle distese di cactus, le scogliere di lava nera ricche di anfratti e spiaggette, le insenature di spiagge bianche o nere vulcaniche la rendono veramente unica e nella nostra classifica delle isole più belle rimarrà sempre ai primi posti anche dopo la visita della Polinesia.
Speriamo che non venga intaccata dalla speculazione dei palazzinari spagnoli come già accaduto nelle maggiori isole dell'arcipelago.
Dedichiamo anche molto tempo alla ricerca di magazzini e supermercati per vedere se potremo rifornirci qui per la traversata senza un ulteriore scalo a Gran Canaria.
E in effetti troviamo un ingrosso di vini bibite acqua e scatolame con prezzi molto validi.
Anche nei supermercati i prezzi sono molto vantaggiosi. Per le eventuali riparazioni o aggiornamenti tecnici troviamo negozi specializzati e con tutto l'occorrente.
Miguel il capocantiere ci indica anche diverse piccole trattorie dove gustare aragoste, gambas e pesce alla plancia naturalmente non ce ne sfugge una .
Il giorno 11 voliamo a Gran Canaria noleggiamo un'auto e facciamo il giro completo dell'isola. E visitando gli affollati e vecchi marina gioiamo della nostra scelta di lasciare il Pink Jaws nel tranquillo Puerto Calero. Il 12 dopo un lungo volo con scalo a Madrid torniamo a Milano.
Abbiamo quasi tre mesi a disposizione per preparare la prossima traversata decisa per il primo gennaio 92.
Dobbiamo preparare lo spi 2 e le nuove rande, applicare un alternatore supplementare, trovare un sistema di comunicazione per essere collegati con la terraferma.
Per prima cosa faccio visita alla veleria Viganò. Dopo varie idee e proposte alla fine optiamo per uno spi di 150 mq spalle strette per ridurre al minimo i rischi di straorzata e peso di 0,75 once per sopportare almeno 25 nodi di vento.
Le rande steccate e allunate per quanto possibile con inferitura sulle gallocce classici nella canalina, soluzione infelice che verrà sostituita dopo la traversata.
Viganò propone anche due vele ex Chica Boba, usate ma praticamente nuove, uno yankee in doppio mylar che per taglio e tipo di tessuto ha un utilizzo dalla bolina a 120 -130 gradi di vento e da 10 a 35 nodi. Vela determinante che sarà issata molto spesso. Poi un fiocco olimpico per le boline dure.
Per le comunicazioni chiedo informazioni sullo Standard C per trasmissioni via telex tramite i satelliti Inmarsat. E' un po' costoso ma per adesso sembra l'unica valida possibilità di collegamento. Dovremo montare un terzo alternatore, oltre a quello previsto per aumentare la capacità di ricarica, poiché l'alimentazione del telex è a 24 volt mentre l'impianto della barca è a 12 volt.
Essendo a questo punto i lavori molto più lunghi e impegnativi del previsto io e Vitto faremo a Novembre una settimana a Lanzarote.
In questo periodo si rafforza il mio legame con Stefania, ormai siamo inseparabili, mi accompagna sempre anche nei miei frequenti viaggi in Costa Azzurra per il mantenimento della nuova barca del mio amico Livio cui ho promesso il mio appoggio poiché lui è molto impegnato nel lavoro.
Questi week end riportano i vecchi sapori di quando il Pink Jaws navigava in queste acque.
Verso metà Novembre attrezzati di tutto partiamo per Lanzarote accompagnati da Beppe.
Il montaggio dei due alternatori e i rispettivi circuiti elettrici non sono semplici e portano via parecchio tempo, poi anche quando abbiamo finito non possiamo collaudare l'impianto perché con la barca in secca non possiamo accendere il motore.
Il telex è allestito velocemente e provato con l'hotel dove soggiorna Beppe che si è rifiutato di dormire in una barca completamente smontata.
Mettiamo quattro nuove batterie per il 24volt. Adesso disponiamo di 100 amp 24 volt
per il telex , 360 amp per i servizi a 12 volt e 150 amp per il motore.
Due alternatori a 12 volt per 120 amp di ricarica uno diretto alle batterie dei servizi un al ripartitore di carica. Disponiamo poi di un bottone che in emergenza può mettere in parallelo sul motore tutte le batterie tranne naturalmente quelle a 24 volt. Con tutti gli strumenti di controllo di carica, voltametri e amperometri ormai il carteggio del Pink Jaws comincia ad assomigliare alla cabina di un aereo.
A questo punto direi siamo pronti.
Dopo i festeggiamenti di Natale e soprattutto un bellissimo Capodanno ad Antibes a bordo del Kelina con Stefania e altri amici il 2 gennaio si parte per la grande e desiderata traversata atlantica.
Stavolta la partenza è un po' malinconica perché lascio Stefania sola a Milano ma mi conforta la sua promessa di raggiungermi ai Caraibi per una vacanza di dieci giorni.
Decolliamo al solito con un Airbus dell'Iberia ma col solo biglietto di andata per il ritorno provvederemo alle Antille dove è facile trovare posto a tariffe convenienti sui vari charter diretti in Italia.
Ci accompagna per la prima volta il nostro amico Marco Braga, detto Biondo per la sua capigliatura svedese colui che ha dato il nome al nostro Wind Pilot.
I bagagli sono esagerati: sei sacchi di vele, attrezzature sub, borse personali, libri di navigazione, telecamera e macchine fotografiche, poi la cambusa italiana composta da tre kg di parmigiano, una pancetta steccata, un culatello, una coppa, cinquanta salamini e poi ancora melanzane sottolio preparate appositamente dalla mamma. Insomma siamo fuori peso e nonostante le nostre preghiere l'addetta al check'in ci propina un bel sovrapprezzo. A causa di un'avaria la partenza è ritardata di quattro ore e a Madrid perdiamo la coincidenza con Lanzarote. Poco male passiamo la notte in un albergo a 5 stelle con cena e camera a spese della compagnia aerea.
CAPITOLO QUARTO
"L'ATLANTICO IN TRAVERSATA"
Il 3 gennaio siamo a Puerto Calero e dopo una nuova estenuante trattativa con il proprietario del cantiere che contesta il contratto fatto con Miguel riesco a far varare il Pink Jaws pagando solo quanto già concordato.
Prima lieta soddisfazione l'impianto con i due alternatori supplementari funziona perfettamente. Con la piccola radio sony, che riceve anche le onde corte, ci sintonizziamo come già facevamo a casa con Radio France International, che trasmette il meteo riguardante anche le zone utili per noi Nord Canarie, Sud Canarie e aliseo fino ai Caraibi.
Il meteo non è confortante nella zona delle Canarie è prevista una forte burrasca da Sud Ovest che durerà almeno una settimana. Vista la notizia negativa riserviamo più tempo alla formazione della cambusa che mai abbiamo preparato per una navigazione così lunga senza possibilità di scali intermedi. Iniziamo con l'acquisto delle bevande presso il grossista che avevamo trovato durante la precedente vacanza. Acqua in abbondanza, vino bianco e rosso, birra, coca cola, aranciate, aperitivi, succhi di frutta, forse esageriamo un po' e quando un intero furgone consegna le bevande tutti in porto rimangono sorpresi dalla quantità di scatole scaricate in banchina.
L'ultima bottiglia di acqua delle Canarie la consumeremo addirittura in Polinesia. Comunque sempre meglio abbondare. Anche per l'ottimo scatolame spagnolo non badiamo a spese, infatti le ultime scatole ce le sequestreranno al nostro arrivo in Nuova Zelanda.
Acquistiamo ogni genere di verdura fresca e frutta con particolare attenzione per le più durature, patate, cipolle, verze, mele, pompelmi arance, anche i pomodori durano se molto verdi. Passiamo ore a caricare i viveri e a sistemarli in cambusa, nelle reti porta frutta, nei capienti gavoni.
Prepariamo anche il bidone di sopravvivenza contenente tavolette di Enervit, kit da pesca, dissalatore in plastica, cassetta pronto soccorso, poi ancora cioccolato, scatolame, un fucile subacqueo, VHF portatile, torcia, sestante di rispetto. Fissiamo poi in pozzetto due bidoni da 30 litri d'acqua l'uno.
Il giorno 6 la burrasca da Sud Ovest arriva, il vento non è molto forte, attorno ai 30 nodi con solo qualche raffica a 40 ma le onde enormi che frangono sulla diga foranea o sulla costa creano una risacca notevole dentro il porto. Le barche si alzano e si abbassano come se fossero in mare aperto, abbiamo ben diciannove cime che legano il Pink Jaws alla banchina, tutte molto lascate per assorbire la forza delle onde. Nonostante questo due bitte e un passacavi vengono strappati durante la notte. Il giorno dopo la burrasca continua portando anche nuvole e pioggia.
France Inter il giorno 8 dà finalmente un meteo favorevole controlliamo anche le carte meteofax ricevute dalla capitaneria e vediamo che da domani il vento riprenderà a soffiare da Nord a 15 nodi.
Lasciamo una giornata al mare per calmarsi un po' e programmiamo la partenza per il 10 dopo pranzo.
Salutiamo il biondo che torna a casa e fissiamo l'appuntamento in Martinica a metà Febbraio, periodo classico per le nostre vacanze invernali al caldo.
Ultima telefonata a Stefania e dopo aver rabboccato i serbatoi di acqua e gasolio alle 15 del 10 Gennaio 1992 salpiamo.
Il meteo ha dato una previsione perfetta e con un bel Nord di 15\16 nodi iniziamo la nostra navigazione. Issiamo le rande nuove, la trinchetta e diamo il nuovissimo spi due bianco rosso e verde come la bandiera italiana.
Caliamo anche le traine con due rapala magnum perché pare che tra queste isole le prede siano di dimensioni notevoli. La notte scorre tranquilla sotto spi alla media di sette nodi. Siamo tutti gasatissimi e già cominciamo a parlare delle previsioni sull'arrivo a Barbados. Ma la strada è ancora molto lunga e scopriremo nemmeno tutta in discesa. Il vento cala un po' e ci stabilizziamo sui sei nodi di velocità, avvicinandosi la seconda notte preferisco non cambiare lo spi e tenere a riva il due, più controllabile in caso di rinforzo. Durante il mio turno il vento sale oltre i venti nodi e spesso raffica tra venticinque e trenta. Il Pink Jaws fila velocissimo con il log che spesso supera i dieci nodi, Braga incredibilmente lo governa perfettamente, però la velocità è eccessiva ho paura per le strutture chiamo Vitto e Franco in coperta e ammainiamo. Franco molla la drizza Vittorio e Vitto raccolgono lo spi e issano lo yankee. Mentre procediamo in poppa piena per avere meno vento e proteggere l'ammainata dello spi una grossa onda piega su un fianco il Pink Jaws, una raffica fa strambare la randa, con un colpo secco il boma strappa la ritenuta e l'ancoraggio della scotta della randa e vola sulle crocette sfiorando la testa di Vittorio che imprudentemente si trovava in piedi sulla coperta. Dopo qualche manovra, con calma riusciamo a recuperare boma e randa e attrezziamo una scotta e ritenuta provvisorie. Domani poi provvederemo a verificare i danni e a una riparazione più valida.
La velocità torna sui sette otto nodi e il Pink Jaws naviga sicuro senza esasperare gli sforzi sulle strutture. Non siamo in regata quindi una velocità simile è quanto di meglio si possa sperare di avere per una crociera in piena affidabilità e sicurezza.
La mattina il vento va calando e issiamo lo spi leggero, troviamo anche un bel pesce volante di buona taglia che ha finito il suo volo sulla nostra coperta. Essendo dei grossi acciugoni con le ali vanno benissimo per insaporire il sugo per gli spaghetti.
Con qualche cima ben messa sistemiamo ritenute e ancoraggi strappati durante la notte. Piano piano il vento scompare e ci regala il nostro primo giorno di calma piatta in Oceano. Non sappiamo ancora che ne avremo ben sette durante la traversata.
Visto che siamo alla ricerca dell'Aliseo con rotta verso Sud accendiamo le macchine al minimo e navighiamo a tre nodi per risparmiare gasolio. Il giorno dopo arriva un leggero vento da Nord di quattro cinque nodi spegniamo il motore e issiamo lo spi uno.
L'Oceano è calmo quanto il vento e sfrutto l'occasione per impastare un paio di chili di ottimo pane. Il venticello dura per tutta la notte ma la mattina successiva siamo di nuovo a motore attorniati da una banda di delfini giocherelloni.
Il sistema di comunicazione satellitare funziona perfettamente. Ogni giorno invio un telex al mio amico Angelo che poi via fax lo ritrasmette a Remo, segno posizione, situazione meteo, miglia percorse e tutto quanto succede. Altro collegamento con Lilly , amica di Stefania , che presta il telex della sua agenzia di viaggi a questo servizio.
Sono ormai passati quindici giorni dalla partenza dall'Italia e Stefy mi manca molto, ricevo con piacere i suoi messaggi.
Riceviamo naturalmente anche i bollettini meteo e tutto il traffico EGC con informazioni varie destinate alle grandi navi ma utili anche a piccole unità come noi.
Il sistema di ricarica delle batterie va bene e quando andiamo a vela bastano solo due ore di motore al giorno a mille giri per avere energia sufficiente per tutti i servizi. Compreso il radar che accendiamo solo quando incrociamo le navi .
Siamo a poco più di cento miglia dalle isole di Capoverde quando finalmente il vento gira a Est Nord Est, all'inizio stentiamo a crederci ma poi non abbiamo dubbi è il mitico Aliseo. Oggi è il 17 Gennaio e per la prima volta nella sua vita il Pink Jaws corre veloce, sotto spi due , spinto dal vero Aliseo che soffia a quindici venti nodi. Nel cielo terso si stagliano le classiche nuvolette bianche, come batuffoli di cotone, le onde increspate e i pesci volanti completano il quadro che tante volte ho visto descritto nei libri dei grandi navigatori. Verso sera siamo tutti in coperta per l'aperitivo e per godere di questo primo tramonto infuocato nell'Aliseo.
L'euforia scompare il giorno dopo quando verso mezzogiorno il vento ci molla, manco fossimo in Mediterraneo, stavolta però visto che il treno è stato agganciato accendo il motore per le due ore di ricarica, una il mattino l'altra il pomeriggio, per il resto si aspetta Eolo.
Dopo ventiquattro ore si riparte con 15 nodi e finalmente l'esca approntata da Vitto con un guanto di plastica, dopo che tutte le altre erano state strappate, ferra un bel pesce tipo anguilla ma con una faccia da barracuda, sarà un paio di chili. Lo cucino in umido e non è niente male. Quando l'Aliseo è ben stabilizzato succede che di notte e raramente di giorno, arrivano delle nuvolette scure sotto le quali il vento accelera anche di 10\15 nodi con reazioni che ben si possono immaginare con la barca che magari naviga con lo spi leggero.
Dopo un paio di ammainate al limite decidiamo di issare sempre al tramonto lo spi due in modo da poter dormire tranquillamente durante i turni di riposo.
Il giorno 21 abbiamo percorso 1300 miglia da Lanzarote, il vento sale fino a 30 nodi e siamo costretti a rinunciare allo spi. Durante la notte le raffiche arrivano oltre i 35 nodi, prendiamo una mano alla maestra. Il mattino improvvisamente il vento crolla e siamo di nuovo invischiati in una piatta resa un po' scomoda dall'onda residua della notte scorsa, quindi per non rimanere fermi in balia del mare diamo motore e navighiamo a mille giri a tre nodi.
Comincio ad avere qualche dubbio sulla fama di vento costante di cui gode l'Aliseo del Nord Atlantico. O più probabilmente è la famosa sfiga dei Fazzini come chiama Vittorio la nostra cronica sfortuna rispetto al vento che sempre ci ha accompagnato dalla Costa Azzurra fino a qui. Speriamo in un futuro migliore.
Il 24 ci rimettiamo con spi leggero e un bel dorados di tre chili e un pesce volante variano il menu. Il vento si mantiene sui dieci nodi, scivoliamo veloci a sei sette nodi su un mare appena formato, sotto un cielo terso con le solite nuvolette bianche. Sono veramente condizioni ideali, è questa probabilmente la vera andatura da Aliseo, navigare tranquilli spinti da questo vento che non ti mollerà mai. E così continuiamo per un altro giorno.
Il 25 siamo in posizione 16 07 N 40 10 E, abbiamo percorso 1800 mg da Lanzarote e viaggiamo a cinque nodi di velocità. Nel pomeriggio mentre sono in cabina per il turno di riposo, sento Franco che urlando esagitato ci chiama in coperta. Siamo attorniati da un branco di balene. Sono una decina, lunghe tra i dieci e i quindici metri. All'inizio siamo euforici, uno spettacolo così non lo avevamo mai visto. Ma poi, quando cominciano ad avvicinarsi e a giocare con noi come fanno i delfini, inizio a preoccuparmi. Non certamente per pericolo di attacco, ma, vista la loro mole, se solo sbagliano di poco nelle evoluzioni, mi vengono i brividi a pensare a quello che potrebbe succedere. L'appendice più esterna e fragile è il "Braga" e al solo pensiero di perderlo possiamo seriamente pensare al suicidio collettivo.
Avvio il motore, accendo l'eco-scandaglio, facciamo rumore sottocoperta, ma niente le disturba. Ci accompagneranno così fino a notte fonda. Notiamo però che con l'oscurità si allontanano un po' dal Pink Jaws, con mio notevole sollievo, ma per molto tempo sentiamo i loro sfiati sempre molto vicini.
Il giorno 26 navighiamo ancora in scioltezza, anche durante la notte manteniamo lo spi leggero visto che il vento cala un po'. Nel pomeriggio vediamo delle grosse e lunghe onde che ogni tanto arrivano da Nord. Pensiamo al residuo di qualche burrasca lontana. Iniziamo la notte sostituendo lo spi 1 con il 2. Le grosse onde si fanno sempre più frequenti e il vento tende ad aumentare. Allora in via preventiva ammainiamo lo spi, issiamo lo yankee e prendiamo una mano alla maestra. Verso mezzanotte sono svegliato dal rumore tipico del Pink Jaws quando supera gli otto nodi, l'elica trascina l'asse in una rotazione velocissima, il rumore del mare sulle murate e i vari cigolii aumentano d'intensità. In un attimo sono in coperta, il vento è salito oltre i 35 nodi, il mare è enorme, il log schizza spesso a fondo scala, bisogna ridurre. Ammainiamo lo yankee, issiamo il fiocco, prendiamo la seconda mano alla maestra. La velocità scende attorno agli 8 nodi, ma viste le condizioni del mare restiamo tutti e quattro in pozzetto pronti, con indosso le cerate perché ogni tanto piove. Alle due del mattino il vento supera i 40 nodi. Sostituiamo il fiocco con la tormentina e prendiamo una mano alla mezzana.
E' la seconda volta che utilizziamo la tormentina, la prima fu durante un colpo di Mistral nel Golfo di Saint Tropez, lì il vento passava sì i 50 nodi, ma il mare era completamente liscio poiché il Mistral proviene da terra. Comunque le tante prove di vele effettuate si sono rivelate veramente utili. Dopo un'ora ammainiamo completamente la maestra, l'anemometro supera spesso i 40 nodi e, tenuto conto che viaggiamo al lasco a 8/9 nodi, se ne deduce che il vento reale è vicino ai 50 nodi. A questo punto non ci rimane che togliere la trinchetta. Infatti vista la velocità del Pink Jaws ci vediamo costretti a farlo. All 'alba abbiamo a riva solo tormentina e mezzana, con una mano di terzaroli. Siamo esausti, ma da qualche ora il vento ha cessato di aumentare anche se rimane fisso attorno ai 50 nodi con qualche raffica superiore. L'Oceano si presenta con tutta la sua vera potenza, le onde principali provenienti da Nord sono enormi, altissime e lunghe e sopra queste si formano delle onde più corte e frangenti provocate dal forte vento. Ci preoccupiamo della loro altezza quando incontriamo una grande nave porta container che pur essendo altissima scompare spesso alla nostra vista anche quando siamo sulla cresta dell'onda. Consultando le routhering chart vedo che in questa zona c'è una possibilità minima del 2/3% di incontrare una burrasca in questo periodo. Naturalmente aspettava noi.
"Braga" fortunatamente governa il Pink Jaws in maniera egregia, poggiando e orzando quando serve; è veramente incredibile la sua precisione, in queste condizioni ancora di più.
Penso a quanto sarebbe stato faticoso dover anche timonare.
France inter dà solo un Aliseo sui 20/25 nodi con qualche rinforzo sulla nostra zona. Ma...?
Comunque, come sempre in barca ben presto ci si abitua alla forza del vento e nonostante il rollio pauroso, riprendiamo i turni normali e riusciamo anche a preparare un pasto caldo. Franco è messo a dura prova da queste condizioni e viene attaccato dal mal di mare. Lo consoliamo dicendogli che ne soffriva anche il grande
Chichester. Però non mangia, vomita, ma quando c'è da manovrare è sempre presente, anzi si offende se non lo si chiama. Questa è vera passione per la vela!
Per tutta la giornata e la notte successive le condizioni non cambiano, unica nota positiva è che maciniamo miglia su miglia, le calme piatte dei giorni scorsi sono solo un brutto ricordo, anche se ogni tanto sentiamo di desiderarne un
po.
La mattina del 28 un bellissimo arcobaleno compare nel cielo in parte sereno in parte coperto da minacciosi
nuvoloni. Il vento scende a 40 nodi e possiamo rimettere un po' di tela, issiamo quindi la trinchetta e la randa di maestra con due mani. Filiamo via sempre veloci, ma le condizioni di navigazione sono un po' più confortevoli e anche Franco ne trae beneficio riuscendo a tenere giù almeno un po' di
Enervit.
Anche per tutta la giornata seguente, la burrasca continua, ma ormai siamo talmente assuefatti al vento e al mare che ci sembrano condizioni normali. La mattina facciamo il nostro primo incontro con un Tropical
Bird, uno splendido uccello con una coda lunghissima, che ci farà visita ogni giorno.
Il 30 il vento e il mare calano ancora e l'anemometro non supera mai i 20 nodi. Ma siamo ancora talmente traumatizzati dalle notti precedenti che per prudenza esagerata invece dello spi 2, issiamo lo yankee e lasciamo due mani alla maestra. Il GPS dice che abbiamo percorso 2700 mg , quindi quasi 900 le abbiamo fatte nei cinque giorni della tempesta. Mancano poco più di 300 mg a Barbados pronostichiamo l'atterraggio per il primo di febbraio. Ottimisti come sempre. Mai fare i conti senza l'oste! Infatti la mattina del 31, dopo aver pescato un bel dorados di 6/7 Kg issiamo prima lo spi 2, poi l'1, infine ammainiamo; siamo in calma piatta a sole 180 mg da Barbados.
Da tempo ci siamo accorti di avere una perdita di gasolio quando il motore è in moto, vista la calma, scoperchiamo il diesel e controlliamo. Incredibile il secondo filtro, nuovo, bucato! Chissà quanto carburante abbiamo perso! Lo sostituiamo con un altro, adesso tutti i nostri calcoli di consumo sono saltati. Travasiamo le cinque taniche da 20 litri nel serbatoio e basiamo la nostra riserva su questi cento litri, abbiamo quindi un'autonomia di 120 mg a 1400 giri e 5 nodi di velocità. Per cui dobbiamo cercare di fare almeno un'ottantina di miglia a vela. A dirlo è facile, ma la calma ci costringe ad ammainare anche le rande che sbattono inutilmente senza un alito di vento. Vediamo che la randa di maestra inizia a scucirsi lungo le
gallocce.
Mare completamente liscio, sole cocente e a picco, siamo tentati di montare anche il
tendalino. L'attesa del vento diventa sempre più snervante, c'è chi pesca, chi si diverte a fare la posizione utilizzando sestante e computer e chi, come me, si butta in cucina per preparare gnocchi di patate. Le verdure sono quasi finite la frutta anche, rimangono solo una verza, patate, qualche rapa e cipolla. La sera propino il mio minestrone alla moscovita a base di rape, verza, patate, cipolla, riso, ma vengo duramente contestato e sfioro l'ammutinamento.
La calma dura anche il primo di febbraio, avanziamo solo di poche miglia con la corrente. Solo il due riusciamo issando rande, spi leggero,
trinchetta, carbonera ad avanzare a due/tre nodi sfruttando un leggerissimo Aliseo. Verso sera il GPS ci posiziona a meno di 120 mg da Barbados, l'agonia è finita siamo a tiro di gasolio.
Avviamo il motore, rande cazzate al centro, yankee e trinchetta legati in coperta, contagiri fisso a 1500 log a 5 nodi, ma in realtà viaggiamo a 6 reali. Verso mezzanotte un bagliore a prua, lontanissimo nell'oscurità, non può che essere Barbados. Infatti il mattino del tre, alle dieci, quando mancano ancora 60 mg, la avvistiamo.
E' festa grande. Stappiamo vino e birra e come nelle premiazioni della Formula Uno ne esce una doccia generale. Le ultime miglia saranno le più lunghe, l'arrivo è previsto per le 23. Grazie al solito indispensabile radar all'ora prevista diamo fondo a Carlisle Bay, unico ridosso praticabile a Barbados.
La traversata è finita e non è stata certo una passeggiata.
L'Oceano non è stato molto benevolo con noi, ci ha sì regalato splendide giornate di vento costante e amico, ma anche notti di burrasca e tempesta e calme piatte del tutto inusuali in questo periodo. Essendo gennaio infatti l'Aliseo dovrebbe essere ben stabilizzato e soffiare ininterrottamente a 20/25 nodi. Invece per noi non è stato così e per trovarlo siamo dovuti scendere molto a Sud, quasi a
Capoverde, allungando la rotta di oltre 300 mg. Ci diranno poi che è stato un anno anomalo anche ai Caraibi con cambiamenti meteorologici dovuti alla corrente el
Nino. Comunque le difficoltà incontrate e superate, non fanno che aumentare la nostra soddisfazione per questa impresa tanto desiderata e sognata. Nonostante l'ora tarda nessuno va a letto e organizzo così una maxi spaghettata per festeggiare di nuovo l'arrivo a Barbados, ai
Caraibi.
Prima di addormentarmi tiro mentalmente le somme di questa esperienza. Tutto ha ben funzionato, solo alcune manovre si sono rivelate deboli, ad esempio gli attacchi sul boma per ritenuta e scotta, la randa nuova si è scucita e le lunghe stecche spingendo contro l'albero lo hanno segnato in diversi punti, il telex ha funzionato in maniera eccezionale garantendoci il collegamento giornaliero con casa in qualsiasi momento e condizioni meteo, un plauso anche al GPS e naturalmente un ringraziamento particolare al nostro "Braga", il Wind Pilot senza il quale saremmo arrivati molto più stanchi e stressati.
Per la cambusa i consumi, a parte verdura e frutta, sono stati inferiori alle previsioni o meglio, abbiamo esagerato nell'acquisto.
Abbiamo infatti ancora molte bottiglie di acqua, vino e birra, pasta biscotti e quasi tutto lo scatolame. Dei salumi rimangono ancora un po' di culatello e mezza pancetta. Per paura di rimanere senza acqua dolce nei serbatoi abbiamo utilizzato l'acqua salata per lavare le stoviglie e fare la doccia, usando la dolce solo per cucinare e per la toilette personale.
Tutto l'equipaggio è fisicamente a posto, anche Franco che è stato male per qualche giorno. Mantenendo gli orari dei pasti e dei fuoripasto e abituati a dormire ogni tre ore, nessuno di noi ha perso peso e la forma è perfetta. Infatti dopo tre giorni a Barbados ripartiamo subito per Santa Lucia, senza bisogno, come capita a molti, di restare qualche decina di giorni a dondolarsi in baia per recuperare le forze. Vittorio deve tornare in Italia e già in navigazione via telex, gli avevo prenotato tramite Lilly un ottimo ritorno con la Lauda Air direttamente su Malpensa a meno di Lit. 700.000.
La mattina del 4 issiamo sullo strallo di prua la grande bandiera italiana ricamata dalla zia Nuccia e sotto la crocetta la bandierina gialla, pronti per la dogana. Dopo un bellissimo bagno scendiamo a terra col tender e per la prima volta dopo più di venti giorni ci sediamo in un bar.
Adesso abbiamo due giorni e mezzo per visitare l'isola. Dopo la colazione ci rechiamo sempre con il gommone alla dogana e all'immigrazione e regolarizziamo abbastanza velocemente l'entrata. L'uscita invece sarà molto più laboriosa e lunga. Poi contattiamo la responsabile della Lauda Air e Vittorio acquista il biglietto di ritorno. Espletati questi impegni tecnici siamo finalmente liberi di fare i turisti. La gente è veramente cordiale, in nessuna altra isola dei caraibi troveremo persone così affabili, disinteressate e gentili.
Giriamo tutto il giorno per la città e prenotiamo quattro posti per l'indomani mattina su un elicottero che porta i turisti a volare sull'isola. La sera naturalmente cena di fine traversata in un simpatico ristorante caraibico sulla spiaggia. Il rientro in barca sarà più duro del previsto, infatti di notte quando cala l'Aliseo un'onda di risacca di un buon metro d'altezza frange sul pontile e sulla spiaggia. Fortunatamente avevamo issato il gommone sul pontile, ma come lo mettiamo in acqua un'ondata lo rovescia; dopo vari tentativi riusciamo a far partire Vitto che verrà poi a recuperarci nel vicino porto peschereccio.
Barbados con una sola baia non è certamente il massimo per il diporto, capisco perché molti tirano dritto fino a Santa Lucia o in Martinica. La mattina il cielo è completamente coperto, piove e la visibilità è ridotta. Rinunciamo alla gita in elicottero anche se il tempo migliora e affittiamo un più economico taxi per fare il giro dell'isola. Sarà la nostra fortuna. Infatti mentre siamo in auto apprendiamo per radio che un elicottero con cinque turisti canadesi a bordo è precipitato, nessun superstite. Il sangue si gela, avremmo dovuto esserci noi. Questa volta la fortuna ci ha assistito, o più probabilmente non era giunta ancora la nostra ora. Ci consoliamo nella convinzione che avremmo preso quell'elicottero solo con il bel tempo ed in condizioni meteo buone sicuramente l'incidente non sarebbe successo.
L'accaduto rovina un po' la visita dell'isola e contribuisce a renderne brutto il ricordo.
Barbados è comunque troppo popolosa, costruita e inflazionata di villaggi turistici; unica nota positiva, come già detto, gli abitanti tranne naturalmente i superburocrati della dogana.
Alle dieci del 6 siamo alla fonda nel porto commerciale per iniziare le pratiche d'uscita, ne verremo a capo alle 18.
Salutiamo Vittorio che torna a casa il giorno dopo in quanto non possiamo rimandare la partenza per Santa Lucia perché l'otto Stefania e sua sorella Simona arrivano in Martinica.
Vittorio con la più classica delle promesse da marinaio giura che sarà presente alla traversata del Pacifico, non lo rivedremo più in barca.
Alle 21, dopo aver cenato alla fonda, salpiamo alla volta di Santa Lucia.
CAPITOLO QUINTO
"LE PICCOLE ANTILLE E IL MARE DEI CARAIBI"
Grazie alla corrente favorevole e all'Aliseo stranamente amico bruciamo alla media di nove nodi la distanza che ci separa da Santa Lucia. Entriamo di mattina nell'attrezzato Rodney Bay Marina e visto che attendiamo ospiti diamo inizio alle grandi pulizie. Rassettiamo tutto, tiriamo fuori i coprisedili di lino bianco e in poche ore il Pink Jaws diventa come nuovo. Smontiamo le rande, che andranno modificate, e rimettiamo a posto le vecchie, ingavoniamo un po' di vele a poppa per liberare due cuccette nella cabina di prua, che finora è servita come cala vele.
Dopo una bella doccia calda nei servizi del marina, ceniamo nella pizzeria di Francesco, nostro amico di origine romana, ma ormai ben radicato a Santa Lucia, con tanto di moglie creola, due figli e villa in collina.
La mattina di buon'ora salpiamo con rotta a vista su Martinica. Questi posti li conosciamo bene perché siamo venuti negli ultimi due inverni per trascorrere un paio di settimane in barca a noleggio. Mi ero ripromesso l'ultima volta di attraversare il canale tra Santa Lucia e la Martinica con lo spi. Infatti come usciamo dal ridosso issiamo lo spi 2 e diamo una mano alla vecchia randa di maestra, mezzana piena e trinchetta, voliamo con il log tra 9 e 10 nodi, con vento quasi al traverso 100/110° dalla prua. Naturalmente timoniamo, il "Braga" è in meritata vacanza. Sembra di essere in motoscafo tanto siamo veloci, solo Franco si preoccupa un po' per le attrezzature, ma visto che la distanza da percorrere è breve non molliamo. In un attimo ci troviamo al gran roccione del Diamante, poi ridossati dalla punta SW della Martinica, ammainiamo lo spi ed entriamo di bolina con genoa 2 nella Grande Anse d'Arlette uno dei più confortevoli ancoraggi delle piccole Antille. Qui conosciamo Enzo e Rita Russo del Tatanai, da tanti anni in barca non hanno perso gentilezza e cordialità. Altra barca italiana uno sloop comandato da un medico iraniano, ma milanese d'adozione, il cui equipaggio appare un po' provato dalla traversata; erano sprovvisti di timone a vento. Sono molto simpatici e visto che abbiamo in arrivo rifornimenti freschi, facciamo dono ad entrambe le barche di un graditissimo pezzo di parmigiano. E' più di un mese che non vedo Stefania, per cui il morale è alle stelle quando la ricevo con sua sorella all'aeroporto di Fort de France. Rimane solo dieci giorni, ma sarà una vacanza bellissima. Non dimenticheremo mai i tuffi di prima mattina nelle acque cristalline dei ridossi più belli di Martinica, Santa Lucia, Grenadines, le passeggiate a Sufrier sotto i due pitoni per arrivare alle cascate calde di acqua sulfurea.
La Martinica è proprio una base di partenza perfetta per queste crociere verso Sud. Infatti è comodamente collegata con Parigi, ha ipermercati enormi e fornitissimi, magazzini per pezzi di ricambio e officine specializzate di ogni tipo. Fort de France, la capitale, è una moderna città quasi europea; vi si trova di tutto sia come divertimenti sia come servizi.
Scendendo a Sud invece si può fare conto solo sulla frutta e verdura fresca dei mercati popolari, mentre i supermercati sono poco riforniti e molto più cari che in Martinica.
Con Stefania e Simona restiamo anche due giorni ancorati dietro lo splendido reef di Tobago Cays dove acquistiamo dai pescatori pesce e aragoste.
A Mayero invece è d'obbligo la cena da Dennys, un dinamico nero, praticamente proprietario di mezzo paese. Cucina molto bene e l'ambiente del suo locale è veramente caraibico; gli facciamo dono della nostra vecchia bandiera con dedica che appende sopra al bar nella sua ricca collezione.
La piccola baia di Mayero è da cartolina, sabbia bianca, palme, acqua trasparente, pochissima gente. L'importante è non trovarsi lì insieme al mastodontico Club Med 1, che organizza per i suoi ospiti affollatissimi barbecue proprio su questa spiaggia. Altra cena romantica e incantevole a Port Elizabet, Bequia. Da qui ripartiamo per una tappa unica fino a Rodney Bay, saltando Saint Vincent. I giorni a disposizione di Stefania sono ormai agli sgoccioli.
A Rodney Bay entriamo di notte con il radar come ci era capitato all'andata a Marigot Bay.
Solita cena dal Romano e poi la mattina via verso la Grande Anse d'Arlette, dove diamo fondo a mezzogiorno. Il Jumbo Air France parte a mezzanotte, quindi c'è ancora un po' di tempo da passare insieme. Poi domani arriveranno altri
amici : Livio, Beppe Dodi, Marco, Angelo, Beppe e Remo. Troppi per essere ospitati sul Pink Jaws, ma ho già provveduto a noleggiare anche un Sun Odissey 47, e si ripartirà di nuovo per le Grenadines. Probabilmente eravamo più riposati durante la traversata. Con molto dispiacere mi stacco da Stefania, anche se so che non sarà per molto, anche per noi il tempo stringe per i primi di marzo dobbiamo essere in Italia. Durante la navigazione di ritorno da Mayero, dove bisogna bolinare abbastanza stretto per arrivare a Bequia, scoppia la cucitura lungo la prima mano della vecchia maestra, adesso per questa ultima crociera saremo costretti a viaggiare sempre con due mani di terzaroli, sperando che regga. Anche lo yankee si è scucito sulla penna. Abbiamo comunque conosciuto un buon velaio a Rodney Bay dove ho deciso di lasciare la barca.
La crociera con gli amici ci vede sulla stessa rotta già percorsa con Stefania. Sosta a Rodney Bay, poi Marigot Bay e una bella giornata di navigazione fino a Mayero. Visitiamo la graziosa Petit Saint Vincent e scendiamo fino a Cariacou. Qui conosciamo Italo che con la sua compagna da qualche anno naviga per i Caraibi, di cui apprezza soprattutto il Rhum strong di 100°. Termina anche questa crociera e la troupe di amici parte con un piccolo aereo da turismo alla volta della Martinica.
I caraibi, almeno per quello che ho conosciuto, non li amo molto. Uniche cose che apprezzo sono il clima e il vento che soffiando al traverso delle isole permette alle barche di viaggiare su e giù per i canali sempre a vela e quasi mai con andature scomode. Ma per il resto la gente è tutt'altro che cordiale, in tutte le baie si è presi d'assalto dai vù cumprà in canoa che sono più fastidiosi e insistenti che in qualsiasi altra parte del mondo. Nelle baie più tranquille e isolate devi comprare la protezione del "capo" per non incappare in inconvenienti e furti. La sera è consigliabile infatti non lasciare nulla in coperta. I prezzi dei ristoranti sono simili a quelli europei e la qualità del cibo è sovente scadente. Nelle immersioni si vedono sempre meno pesci, l'acqua però è limpidissima. L'affollamento turistico è spesso notevole e le isole sono sempre più costruite. La baia dei due pitoni a Santa Lucia era famosa tra tutti i navigatori per la sua bellezza e la sua natura selvaggia. Io sono riuscito a vederla intatta nel '90 durante la mia prima vacanza ai Caraibi. Chiusa sui fianchi da due alti coni ricoperti di vegetazione, con una spiaggia nera vulcanica e una fitta e lussureggiante selva di palme e piante tropicali e come unica concessione alla modernità un piccolo capanno con tetto in paglia che vendeva bibite e frutta alle barche in visita. Altra caratteristica un piccolo elefante che ogni tanto si faceva vedere lungo la spiaggia. Un paesaggio veramente idilliaco. Mi è rimasta impressa per la sua bellezza e perché mi ricordava le foto di alcuni ancoraggi alle Marchesi. Così l'anno dopo sono ritornato ma tutto era finito, stavano costruendo proprio lì un grosso villaggio turistico e il cantiere in piena azione aveva già devastato tutto, meno male che le pareti dei due Pitoni sono a picco, altrimenti avrebbero piazzato qualche bungalow pure lì.
Anche il turismo nautico è molto diffuso. Le baie principali sono affollatissime come da noi in Estate. Ci sono più barche a febbraio alla Grande Anse d'Arlette che nella baia di Villefranche in agosto, il che è tutto dire. Le ditte di noleggio francesi e inglesi affittano ormai a prezzi più che popolari e dall'Europa i voli charter scaricano giornalmente migliaia di turisti e io posso parlare solo delle piccole Antille, ma chi è stato più a nord dice che là agli europei si aggiungono anche gli Americani. Purtroppo siamo noi ad essere in ritardo, però mi chiedo cosa diventeranno queste isole tra una decina d'anni con questo sviluppo turistico selvaggio e incontrollabile. Comunque ci siamo abituati a navigare nei nostri mari super affollati per cui ci adatteremo, purtroppo, anche a questo.
Amici che incontreremo più avanti parleranno molto bene delle Bahamas e di Cuba. Cuba però è rimasta preservata per molto tempo dall'isolamento internazionale cui l'ha costretta il regime castrista. Ma ormai anche per lei è iniziato il conto alla rovescia. Presto arriveranno gli investitori Americani e si inizierà anche lì a distruggere e costruire alberghi.
D'altra parte queste isole, tranne ovviamente le colonie, non possono certo vivere di canna da zucchero e banane, possono ricevere aiuto solo vendendo quello che di più prezioso hanno, cioè la natura, il mare, la verginità di molti luoghi.
All'inizio della seconda crociera sono preda di un attacco acuto di gotta. Con la dieta a base di salumi e prosciutti della traversata, le molte cene a base di Crostacei e frutti di mare alla Canarie e i cenoni di Capodanno e Natale, il mio tasso di acido urico è salito alle stelle e come sempre avviene quando supera un certo livello si cristallizza nelle articolazioni, piede sinistro per me. Durata una settimana abbondante con impossibilità di calzare scarpe per almeno altri dieci giorni.
Dopo che tutti sono ripartiti, siamo rimasti a bordo in tre io, Vitto e Franco, l'equipaggio storico. Alla fonda nella baia di Mayero adesso che siamo alla fine del primo programma, cominciamo a chiederci cosa fare. Proseguire a Ovest oppure scendere in Venezuela per la stagione dei cicloni per poi passare un nuovo inverno ai Caraibi e visitare le isole più a nord. Tanti arrivano qui con l'idea di proseguire per il Pacifico poi iniziano con l'aspettare una stagione, si integrano nel clima tropicale e passano anni a bighellonare tra queste isole. Questione di scelte, ma visto che per il momento non viviamo in barca penso di tenere fede all'idea iniziale di questo viaggio, cioè andare a Ovest sempre fino a Saint Tropez, senza badare a quanti anni ci vorranno. Le isole a Nord le vedremo più avanti quando rifaremo la traversata o chissà, magari arrivando dal Brasile. Ci fermiamo ancora a Mayero perché vogliamo fare un'immersione su un relitto poco distante dalla baia e che Dennys asserisce essere stupendo. La mattina dopo impieghiamo quasi un'ora per individuarlo e ancorato il gommone proprio sopra di lui ci immergiamo. Non è molto profondo da 15 a 20 metri ed è ormai ricoperto da molte incrostazioni ma la sua sagoma è ben riconoscibile. Si vedono ancora la grossa elica , pezzi del motore e numerosi cavi d'acciaio. Più del relitto in se stesso è stupendo vedere quanti pesci lo popolano. Ammiriamo grosse murene tropicali, cernie, pesci colorati mentre un grosso barracuda ci osserva minaccioso da lontano. Finalmente un'immersione degna di un mare tropicale.
Rientriamo a Rodney Bay dopo una sosta di un giorno a Wallilabu Bay a Saint Vincent dove conosciamo Ugo, la sua compagna e la loro figlioletta. Con una bella barca in legno sono ormai cinque anni che veleggiano in questi mari dal Venezuela alla Vergini e ora intendono rientrare in Mediterraneo.
Anche per noi è giunta l'ora, prepariamo i bagagli, consegnamo le vele a Henry il velaio, stacchiamo le batterie, approntiamo le trappole anti cucarace (piattini con sopra una miscela di latte condensato e acido borico in polvere) e partiamo per l'Italia.
Due mesi ci separano dalla prossima tappa che avrà come destinazione nella migliore delle ipotesi Panama oppure se troviamo un buon marina anche le Antille Olandesi.
Durante il lungo volo di ritorno facciamo l'elenco dei lavori di miglioramento da apportare al Pink Jaws. Quello più urgente è sicuramente il sistema di rotaie e carrelli per issare le rande. Provvedo subito a informare il nostro velaio dell'inconveniente e gli riporto le rande per rinforzare e riparare le cuciture che sono saltate. Poi il lavoro comincia ad assorbire gran parte del nostro tempo, riesco solo a passare con Stefania qualche bellissimo weekend in montagna dove la neve è ancora buona e naturalmente in Costa Azzurra sul Kelina. Quest'anno anche per i miei compagni il lavoro comincia prima. Così il tempo che avevamo riservato per la tappa diventa sempre più stretto. Infatti quando il 6 maggio partiamo, abbiamo a disposizione solo una decina di giorni e Franco non può seguirci. Quindi equipaggio ridotto al minimo.
Come arriviamo a Rodney Bay dobbiamo subito far pulire la carena, perché in due mesi la vegetazione l'ha completamente ricoperta. Basta comunque alare la barca e passarla una sola volta con l'idropulitrice, non ci sono incrostazioni o denti di cane.
Passiamo i due giorni successivi a montare le rotaie per i carrelli delle rande. Lavoro lungo e faticoso anche per il caldo che è opprimente. Ripariamo gli attacchi del boma, recuperiamo la vecchia randa di maestra e lo yankee da Henry.
Il giorno 10 salpiamo con rotta su Los Roques 370 mg di distanza. La navigazione è subito buona e veloce con spi 2 e una mano alla maestra. Facciamo turni di due ore, inizialmente sono un po pesanti, ma poi ci abituiamo. Il consiglio del portolano di partire a maggio si rivela ottimo. Infatti il mare non è agitato con onda corta ripida e frangente come a febbraio e marzo, periodi di massima forza dell'aliseo. Unica nota negativa il sole che picchia in modo esagerato. Non potendo montare i tendalini restiamo gran parte della giornata all'ombra dello spi. La notte porta un po' di sollievo. Il pomeriggio del 13, dopo il solito incontro con i delfini, arriviamo a Los Roques. Caliamo l'ancora a ridosso dell'enorme rupe del Grand Roque sotto la quale si stende un piccolo paesino di casette bianche e basse. Per la prima volta vediamo i grossi pellicani che quando volano sembrano uccelli preistorici. Siamo in territorio venezuelano e non avendo fatto pratiche di entrata decidiamo solo per una breve sosta. Montiamo il tender e scendiamo a terra salutando prima lo skipper di una barca italiana che partito per il giro del mondo, si è arenato in questo stupendo luogo sposando la dottoressa del villaggio.
Il nostro giretto a terra è molto breve anche perché non abbiamo moneta locale e abbiamo solo pezzi da 100 dollari. Dopo un paio d'ore siamo già a bordo pronti a partire per Bonaire. Preferiamo coprire le poche miglia di notte anziché affrontare il sole micidiale del giorno.
Il nostro amico skipper rimane sbalordito dalla durata della visita, proviamo a spiegargli che siamo di fretta, ma non riesce a capire come si possa arrivare in un paradiso, dopo una lunga navigazione e rimanere solo due ore. In effetti comprendiamo che i matti siamo noi, ma promettiamo di fermarci almeno un mese al prossimo giro. D'altronde se si vede tutto la prima volta finisce che poi non si ritorna più.
All'alba del giorno seguente costeggiamo la bassa Bonaire. Il benvenuto ce lo dà uno stormo di fenicotteri rosa che sorvolano da vicino il Pink Jaws, non lontani dall'albero di maestra. Scapolata la sabbiosa punta SE entriamo nel ridosso dell'isola e ci avviciniamo all'unica grande baia. Durante la notte un black out elettrico aveva privato di elettricità il quadro servizi e gli strumenti del motore. Risultato: solo il GPS, che fortunatamente ha un impianto a parte, funziona. Visto che siamo senza
eco-scandaglio decido di entrare direttamente nel piccolo marina, come attracchiamo al pontile comprendiamo subito che questa sarà la nostra base per i prossimi sei mesi. Tanto infatti dura la stagione dei cicloni. Il porto è molto bello, con acqua , elettricità e servizi, ed è inserito in un villaggio turistico con tanto di piscina, spiaggetta, bar e ristorante. Che volere di più.
Abbiamo ancora un paio di giorni disponibili che dedichiamo a verificare i danni del black out. I problemi sono grossi. Dovremo sostituire tutta la vecchia e defunta linea che congiunge il motore con gli strumenti e l' avviamento, nonché l'alimentazione al quadro servizi. Notiamo inoltre che a causa di una infiltrazione d'acqua dal gavone dell'ancora la paratia di prua, dove è ancorata la landa della trinchetta, ha ceduto e quindi andrà sostituita. Fortunatamente a Bonaire si può trovare tutto e i prezzi sono ragionevoli. Controlliamo cosa necessita per questi lavori, per vedere ciò che è disponibile sul posto e quello che dobbiamo portare da casa.
La partenza per Panama sarà non prima di metà novembre, quindi programmiamo una decina di giorni a fine settembre per eseguire tutti i lavori. Scopriamo che Bonaire è un Diving Paradise, da quasi trent'anni parco marino e terrestre. Riusciamo a fare solo un'immersione, ma è sufficiente per farci capire quanto sia giusta la fama di quest'isola. Vediamo infatti tantissimo pesce e anche esemplari molto grossi, nuotiamo perfino con una tartaruga. Il volo di ritorno con la British è via Giamaica e Londra, quindi dobbiamo prendere un aereo per Curacao, poi da lì un altro per la Giamaica. Insomma, ci vogliono due giorni per tornare a casa.
Durante le vacanze di Agosto navighiamo col Kelina tra la Corsica e la Sardegna, affollatissime come sempre, avremmo voluto andare a Bonaire, ma purtroppo tutti i voli sono completi. Le Antille olandesi sono infatti molto frequentate d'estate oltre che dagli stessi olandesi anche dagli Americani che sono a poche ore d'aereo. Stranamente navighiamo anche parecchio a vela, quindi trascorriamo un'ottima vacanza di relax in questi posti ben conosciuti, ma pur sempre molto belli.
A fine settembre siamo di nuovo a Bonaire, sempre in due. La sostituzione dei cavi elettrici ci porta via parecchio tempo, ma alla fine tutto funziona. Anche il lavoro di resinatura della nuova paratia e della landa della trinchetta che fissiamo direttamente sullo scafo si rivela lungo e difficoltoso, tant'è vero che non riusciamo a finirlo. Però troviamo il tempo di visitare l'isola sia in superficie che sott'acqua, facciamo almeno un'immersione al giorno. Ci sono ben 74 boe, è vietato calare l'ancora lungo la costa sottovento e attorno alla piatta isola di fronte al porto. Naturalmente non possiamo visitare tutti i luoghi d'immersione, però ogni volta cambiamo e i panorami sottomarini sono sempre differenti e i pesci sempre più numerosi.
I diving sono superattrezzati , ricaricano in pochissimi minuti e a costi minimi. Non accendiamo il nostro compressore per evitare sollevazioni nel marina. Per la prima volta, visitando il parco terrestre, vediamo le famose iguane marine. Ci sono anche tantissime specie di uccelli, ma essendo molto ignoranti in materia, riconosciamo solo canarini, pappagalli, gli inconfondibili pellicani. Molti fenicotteri rosa popolano i laghetti interni. Ci fotografiamo sotto enormi cactus.
In baia ci sono altre tre barche italiane. Ritroviamo Enzo e Rita del Tatanai, Mario col suo Nelson 46 e conosciamo Toni del Moeca. Durante un aperitivo scopriamo i segreti dei collegamenti radio. Vedendoci affascinati ed interessati, Enzo spiega che quasi tutte le barche italiane sono equipaggiate di ricetrasmittenti a onde corte e tutti i giorni ad un'ora predeterminata e su una certa frequenza, si ritrovano tutti anche durante le traversate. Inoltre grazie ad un radioamatore si collegano una volta al giorno con l'Italia. La cosa è molto interessante, segnamo orari e frequenze e promettiamo ad Enzo che da Panama in poi saremo anche noi in trasmissione. Rimandiamo più avanti perché montare una radio non è molto semplice e se dovessimo farlo a Novembre finiremmo per passare in porto il tempo destinato alla navigazione. Enzo e Rita sono due ex statali in pensione anticipata e da più di dieci anni navigano dal Brasile ai Caraibi. Hanno naturalmente un'altra filosofia di vita rispetto a noi, ma con molta comprensione rispettano anche le nostre scelte un po' da stressati. Il loro programma è di passare tra Bonaire, Curacao e Aruba, la stagione dei cicloni, e poi di partire per la Colombia per visitare la bellissima Cartaghena, dopo una sosta a St Blas, visiteranno Panama e Costa Rica. Il nostro invece suscita sorpresa: fine novembre Panama passando a non meno di 200 mg dalla Colombia, poi a marzo via per il Pacifico. Comunque ci diamo appuntamento proprio in quell'Oceano. Purtroppo li ritroveremo solo per radio.
Per questo ultimo tratto del mar dei caraibi arruoliamo un nuovo membro d'equipaggio, Luca. Ventiseienne, ecologista, seconda esperienza in barca, è alla sua prima navigazione d'altura. Finora ha navigato a vela solo durante una vacanza in Irlanda. Bene, penso, considerata la durezza del Nord Atlantico, sarà un ottimo elemento. Mai previsione fu più sbagliata!!
Dopo aver terminato la resinatura e verniciatura della nuova paratia e la visita dell'isola per Franco e Luca, il giorno 15 novembre salpiamo alla volta di Panama distante circa 800 mg. Non siamo ancora fuori dal ridosso, quindi con mare calmissimo, che il nostro ultimo elemento chiede d'urgenza il secchio ed inizia a vomitare. Con pochi momenti di pausa sarà preda del mal di mare per tutta la traversata. Anche lui non lo rivedremo mai più in barca.
La navigazione è ideale, il Pink Jaws scivola sicuro a 6/7 nodi su un mare mosso, ma non cattivo. Peschiamo un bel tonnetto di una decina di chili , incontriamo un bel branco di delfini con somma gioia di Luca che mai li aveva visti in mare aperto. Il giorno 19 siamo avvicinati da un enorme incrociatore americano che pattuglia queste acque alla ricerca di contrabbandieri di droga. Per tutta la notte ci ha seguito a cinque sei miglia, ma ora è vicinissimo. Abbiamo a riva lo spi 1 preghiamo che non vogliano salire a bordo. Fortunatamente dopo aver controllato i dati nostri e della barca, trasmessi via radio e dopo una mezzora d'attesa ci salutano augurandoci buona navigazione. Quando arriviamo a 150 mg da Panama, come previsto il vento finisce. Non era invece prevista una corrente contraria di 3/4 nodi che rende penoso l'avvicinamento. Avanziamo infatti a 1800 giri a soli due e tre nodi di velocità reale. Il 24 avvistiamo la costa e anche la corrente diminuisce un po'. Il traffico di navi è notevolmente aumentato e con l'arrivo dell'oscurità accendiamo il radar.
L'entrata nel porto antistante il canale non è semplice, infatti le luci direzionali si confondono con quelle delle navi alla fonda e della città di Colon. Ma grazie a radar e GPS alle undici, diamo fondo nel marina dello Yacht Club e ormeggiamo con la poppa sulla banchina. Il primo a scendere naturalmente è Luca. Sparirà dopo un giorno forse preso dal panico di una eventuale altra nostra partenza.
Il commodoro dello Yacht Club ci mette subito in guardia sulla pericolosità al di fuori del recinto del marina. I consigli sono di andare in città sempre in tre senza macchine fotografiche e orologi, con pantaloncini e maglietta in modo che si capisca che non abbiamo niente, eventuali pochi dollari dentro le scarpe. Questo naturalmente per andare nella parte della città di Colon dove si fanno le pratiche per il canale che è presidiata dalla polizia, le altre zone meglio dimenticarle. Uscire di notte è severamente proibito, meglio restare dentro il marina dove c'è un bar con aria condizionata e un piccolo ristorante all'aperto. Come esempio molto persuadente il Commodoro dice che se esci con una catenina d'oro, nessuno te la ruba, ma più facilmente prima ti sparano in testa poi te la tolgono. Questo per descrivere il clima da campo di concentramento cui siamo costretti dentro questo Yacht Club. Mi convince anche che è ottimo per lasciare il Pink Jaws fino a fine marzo, data in cui riprenderemo il nostro viaggio, che naturalmente coincide con la fine della stagione dei cicloni nel sud Pacifico.
Sistemiamo bene la barca visto che dovrà rimanere qui per più di quattro mesi e al solito facciamo la lista delle innovazione da apportare. Certo che viaggiare in questo modo è un buon sistema per fare manutenzione e ricostruire quasi la barca. Dopo l'estenuante avvicinamento a Panama a motore e controcorrente, ci siamo resi conto della necessità di un pilota automatico elettronico, anche perché la rotta verso le Galapagos potrebbe essere coperta tutta a motore, con conseguenti faticosi turni al timone. Altra necessità è sicuramente una radio ricetrasmittente a onde corte, non perché il telex non vada bene, ma la radio aprirebbe nuovi orizzonti soprattutto per comunicare con le altre barche.
Come vele serve un MPS perché dovremo scendere a sud spesso al traverso per trovare l'Aliseo di Sud Est. Altro problema da risolvere la linea d'ancoraggio. Poiché in Pacifico ci si ancora spesso su 25/30 metri di fondo ci necessita una nuova ancora e una nuova catena. Per l'ancora la scelta cade senza ombra di dubbio sulla nuova Delta, costruita dalla stessa ditta che fabbrica la Cqr di cui ne è l'evoluzione. In Italia non è ancora importata per cui dovrò ordinarla direttamente in Inghilterra .
Dopo il solito giro alla ricerca di supermercati, ritorniamo in Italia con un volo KLM.
Per la prossima lunghissima tappa, più di 5000 miglia, saremo in equipaggio base.
Quando sbarchiamo all'aeroporto di Panama City alla fine di Marzo
'93, siamo superattrezzati. Ho acquistato una radio Icom 800 marina con frontalino di comando separato, timone automatico elettronico Vetus come la nostra timoneria idraulica, gennaker, MPS e abbiamo spedito via aerea 100 mt di catena calibrata e un'ancora Delta.
Affittiamo un'auto perché da Panama City a Colon ci sono ben 150 Km. La strada è la famosa transistmica che unisce i due oceani viaggiando spesso parallela al canale. Il traffico pesante di camion con container è molto intenso infatti le grosse navi porta container sono troppo grandi per passare il canale, quindi scaricano a Panama City ed altre navi ricaricano a Colon o viceversa. Per percorrere questa distanza occorrono anche tre ore. Il Pink Jaws è in ottime condizioni, unico neo le macchie di catrame lungo le fiancate provocate dalla nafta che spesso galleggia sulla superficie dell'acqua. Non riusciremo a toglierle completamente. Altro problema, il solito, la carena, ma qui non esiste travel-lift, quindi dovremo fare una pulizia subacquea. Per prima cosa iniziamo la visita nei vari uffici per ottenere i permessi per passare il canale. Riusciamo a prenotare l'entrata per la settimana successiva in modo da avere il tempo di montare le nuove apparecchiature.
Radio e antenna non portano via molto tempo ma il timone automatico si rivela un osso duro. Dobbiamo smontare la timoneria idraulica e inserire la pompa elettroidraulica comandata da un computer da montare all'interno. Fissiamo il pannello di comando nel pozzetto vicino agli strumenti del vento, la bussola elettronica trova posto a prua lontano da qualsiasi interferenza. Il grosso problema tecnico è l'intestazione dei tubi in rame e in gomma per inserire i vari raccordi. L'unica officina specializzata, è a Panama City per cui siamo costretti a continui spostamenti in auto tra Colon e la capitale. Alla fine tutto funziona perfettamente anche se la verifica avverrà solo quando usciremo dal marina.
Un laboratorio specializzato collauda perfettamente la zattera di salvataggio sostituendo tutto, viveri, acqua e bombola di gonfiaggio.
Siamo talmente presi da questi lavori che non risentiamo delle restrizioni cui siamo costretti dall'alta pericolosità delle zone esterne al marina e al centro di Colon.
Arriva in porto il Messer Polo di Lauretta e Vincenzo Scarpa che dopo aver partecipato alla regata di Colombo America 500 proseguono per il giro del mondo accompagnati dal figlio Marco. Questa conoscenza è molto importante non solo per aver trovato dei simpatici nuovi amici ma anche perché Lauretta è un ottima radioamatrice ed è al centro delle comunicazioni tra le barche.
Ci informa sulle nuove frequenze e soprattutto insegna come utilizzare la radio e solleva qualche dubbio sulla nostra antenna a quattro poli. Solo dopo Tahiti riusciremo a comunicare correttamente. D'altronde anche per questo è necessaria l' esperienza e noi la faremo abbastanza velocemente.
Apprendiamo via radio che i nostri amici del Tatanai hanno anticipato i tempi e sono già in navigazione verso la Polinesia seguiti da Federico del Toti che ancora non conosciamo ma che diventerà un nostro grande amico.
Ormai siamo quasi pronti per partire, riforniamo la cambusa in un supermercato di Panama City, acquistiamo persino vino italiano e addirittura del gorgonzola.
Quando viene il misuratore che verifica le dimensioni della barca per stabilire il prezzo del transito, stiamo finendo di montare la timoneria.
Ci comunicheranno via VHF il giorno e l'ora della partenza. Servono quattro cavi d'ormeggio lunghi almeno 40 mt l' uno e dobbiamo ingaggiare due indigeni perché a bordo oltre allo skipper occorrono altre quattro persone, per poter regolare i cavi che terranno ferma la barca nelle chiuse durante le operazioni di riempimento o svuotamento dell'acqua. Provvede a tutto il commodoro e ci procura due bravi e muscolosi giovanotti dotati già delle quattro cime necessarie. Il tutto per un costo di 140 dollari.
Il primo a partire sarà il Messer Polo che offre la cena a base di pasta e fagioli alla veneta, lo ritroveremo a Balboa, dopo il canale, in Pacifico.
Quando è il nostro turno, diamo fondo la mattina presto nella zona d'attesa all'esterno dello Yacht Club e aspettiamo l'arrivo del pilota che ci guiderà nella prima parte del canale fino alla chiusa di Gatun Lake.
Dopo circa quattro ore finalmente si avvicina la pilotina e trasborda il pilota, possiamo partire.
Siamo molto emozionati, passare il canale di Panama significa entrare in Pacifico, significa Polinesia, atolli, il fascino dei mari del Sud , da qui non si torna più indietro, l'Atlantico, il Mar dei Caraibi ormai tutto è lontanissimo.
Tre grandi chiuse innalzano le navi e le barche per fargli superare i circa 90 mt di dislivello tra il Mar dei Caraibi e Gatun Lake lago artificiale al centro del canale.
Entriamo nella prima chiusa e affianchiamo un grosso rimorchiatore protetto da enormi pneumatici neri i cui segni rimarranno per un bel pezzo sulle nostre fiancate.
Un' altra barca si mette alla nostra destra, davanti abbiamo una nave. Lentamente le grandi porte in ferro della chiusa si serrano e viene immessa l'acqua che arriva qui per caduta .
Veniamo sollevati per una trentina di metri fino al livello del prosieguo del canale che porta alla chiusa successiva.
I nostri due uomini si rivelano molto esperti e conoscono bene tutte le varie fasi di attraversamento. Le zone intorno al canale sono molto belle, selvagge e coperte per la maggior parte da una foresta tropicale molto fitta.
Alla fine del Gatun Lake prima di iniziare a scendere verso il Pacifico diamo fondo per la notte, domani salirà un altro pilota per guidarci nell'ultimo tratto.
Evitiamo di fare il bagno perché le acque sono infestate da coccodrilli.
Oltre che profondi conoscitori del loro lavoro gli aiutanti sono anche due ottime e insaziabili forchette. Per cena riesco a sistemarli solo propinandogli riso bollito con tonno in scatola e una grossa marmitta di patate in salata che loro naturalmente annaffiano abbondantemente di ketchup.
Le chiuse discendenti le passiamo senza problemi con solo un po' di paura nell'ultima a causa della corrente provocata dalle grosse eliche di una nave.
Verso le 17 passiamo sotto il grande ponte che unisce le due parti di Panama city e ormeggiamo a una boa del Balboa yacht club. Non distante da noi c'è il Messer Polo.
Dalla parte del Pacifico la marea è molto sensibile con un'escursione di oltre cinque metri.
Restiamo ancora un paio di giorni, dobbiamo fare il pieno di gasolio comprese le venticinque taniche che portano la nostra autonomia a motore a 800 miglia. Così siamo sicuri di poter coprire il tratto tra Panama e le Galapagos che a detta di molti navigatori è caratterizzato dalla assoluta mancanza di vento. Il bar dello Yacht Club è molto accogliente e lo visitiamo spesso. Franco comincia ad accusare un piccolo dolore al pollice del piede destro che lentamente tende a gonfiare. Chiede il parere di un farmacista che gli vende una pomata per infezioni da giradito.
Panama city è una grande città e la parte abitata dagli americani militari o addetti al canale è molto bella e anche sicura. Il centro è animato e ricco di negozi e ristoranti. Non è sicuramente Colon. Qui i segni della recente invasione americana per catturare il dittatore Noriega sono ormai cancellati. L'unico rimpianto dei panamensi per la dittatura è l'assoluta mancanza di delinquenza in quel periodo. Nessuno infatti osava sfidare una giustizia crudele e sbrigativa. Poi invece con l'arrivo degli americani e la grande disponibilità di armi abbandonate dall'esercito in fuga la polizia ha perso molta credibilità e ladri e malfattori di ogni genere hanno avuto il sopravvento.
Fortunatamente noi non abbiamo avuto alcuna esperienza negativa, abbiamo però evitato per tutta la nostra permanenza le zone pericolose e le uscite notturne, badando a uscire sempre in tre, possibilmente in auto con le sicure delle portiere abbassate.
Secondo invito a cena sul Messer Polo e con Lauretta fissiamo una frequenza dove sentirci alle 18 di ogni giorno durante la navigazione.
Le rande sono montate, i rifornimenti di acqua e combustibile completati , possiamo proprio partire. Il pomeriggio del 6 Aprile lasciamo la boa salutando con un lungo suono dell'avvisatore acustico il Messer Polo che partirà due giorni dopo.
Ora siamo veramente in Pacifico, sembra quasi un sogno navigare in questo Oceano così mitico e lontano e poi con destinazione l'arcipelago di Colon, cioè le straordinarie Galapagos, meta che probabilmente non abbiamo provato neanche a sognare tanto era irraggiungibile. Invece è realtà. La costa di Panama, dell'America centrale si allontana e una grossa balena col suo getto bianco ci dà il benvenuto in queste acque.
Sarà l'unica che vedremo in tutta la traversata contrariamente a quanto descritto dai portolani che addirittura mettono in guardia sul pericolo di scontrarsi con uno di questi cetacei durante la notte visto l'alto numero di presenze. Sarà la solita famosa "sfiga" che ci perseguita. Però dopo l'esperienza della traversata atlantica le balene preferisco ammirarle nei documentari televisivi.
Dopo un primo tratto a motore, quando siamo al limite del golfo di Panama si alza un bel vento quasi al traverso, è il momento buono per provare il nostro nuovo MPS. Copre l'angolo di vento tra i 120 e 95 gradi dove l'uso dello spi diventa rischioso per pericolo di straorzate e il genoa non può rendere al meglio. Si rivela molto efficace e il Pink Jaws fila via veloce a sette/otto nodi ben governato dal solito "Braga". Visto che siamo in tre proviamo un nuovo tipo di turno; guardie in solitario di un'ora e mezza e tre ore di riposo. Si rivela subito azzeccato e non fatichiamo molto ad abituarci. Infatti una guardia così breve passa velocemente e in tre ore si prende agevolmente sonno. Naturalmente in caso di manovre tipo issare e ammainare lo spi, prendere una mano, tutti devono essere in coperta. Abbiamo rinforzato gli ancoraggi sul boma per ritenute di scotta e vang con due piastre d'acciaio. Inoltre anche le ritenute del boma sono rinviate nel pozzetto, così come le drizze di randa e spi, e le scotte delle mani di terzaroli; in questo modo nessuno deve uscire dal pozzetto se non per i cambi di vela. Le mani si prendono direttamente dal pozzetto e grazie ai comodi carrelli su rotaia possiamo ridurre col vento in poppa senza portare la prua verso il vento, come dovevamo fare con le classiche gallocce. I rinvii delle ritenute sono ottimi durante le strambate in quanto se ben regolati evitano al boma di sbattere violentemente quando la randa è investita dal vento.
La nostra attrezzatura è ormai pienamente in sintonia con gli sforzi che deve sopportare nelle lunghe traversate. Abbiamo risolto anche il problema del consumo del braccio dello spi da parte della varea del tangone. Infatti prima dovevamo spesso tagliare e rifare il terminale del braccio, ora invece, mettendo una carrucola sulla varea abbiamo posto fine all'inconveniente.
Iniziamo i collegamenti radio con Messer Polo e con le altre barche italiane nei Caraibi e in Pacifico. A volte riusciamo anche a parlare con l'amico Pierluigi che dall'Italia mantiene i contatti con tutti. Siamo ancora un po' carenti in uscita a causa della mancanza di un accordatore e dall'antenna consigliataci dal venditore, ma non efficace per le frequenze utilizzate. Però ciò non toglie il fascino di parlare per radio su distanze così enormi. Naturalmente continuiamo anche i nostri quotidiani collegamenti via telex a casa. Siamo ormai collegati col satellite del Pacifico e riceviamo già i meteo riguardanti il Sud e Nord Pacifico, nonché i soliti messaggi EGC e NAVTEC. Finalmente abbiamo un po' di fortuna e copriamo quasi metà percorso a vela. Avvicinandoci all'equatore naturalmente il vento tende a scomparire. Il giorno 12 alle ore 9.30 a.m. il Pink Jaws attraversa per la prima volta l'equatore ed entra nell'emisfero Sud. Il momento è solenne e l'Oceano richiede da parte di ognuno di noi un sacrificio. Io getto in mare una maglietta, Franco un cappello e Vitto un braccialetto appositamente preparatogli da Simonetta, la sua fidanzata. Stappiamo un Veuve Clicot per festeggiare il passaggio dell'Equatore e il mio compleanno con un giorno d'anticipo.
E' l'ultimo giorno di navigazione. Alle 18.30, proprio un attimo prima del tramonto entriamo nella grande Academy Bay nell'isola di Santa Cruz; in avvicinamento incrociamo una grossa testuggine marina che nuota lentamente in superficie.
Diamo fondo vicino ad altre barche di varie nazionalità e come tutti caliamo anche noi un'ancora a poppa in modo da contrastare la fastidiosa onda che entra e impedire alla barca di intraversarsi al cambio della brezza.
Una bella notte di riposo e l'indomani mattina siamo pronti per iniziare l'esplorazione di questo paradiso incontaminato. Mentre montiamo il tender riceviamo la gradita visita di un leone marino che ci osserva incuriosito e poi , con un elegante volteggio, sparisce sott'acqua per emergere vicino ad un'altra barca.
La baia è popolata da molti uccelli, numerosi pellicani e gabbiani, che velocissimi spesso strappano di bocca il pesce ai lenti pellicani. Affittiamo tre Mountain Bike e pedaliamo verso l'interno armati di telecamera e macchine fotografiche. Una prima lunga salita ci blocca subito, fortunatamente un camioncino concede un passaggio a noi e alle bici. Conosciamo un giovane studente locale che si offre come guida nella visita dell'isola. Spiega che alle Galapagos esistono migliaia di specie di uccelli, iguane marine e terrestri, tartarughe marine e gigantesche tartarughe di terra che hanno dato il nome alle isole.
Visitiamo un tunnel sotterraneo lungo più di un chilometro e scavato dalla lava durante le antiche eruzioni dei vulcani di cui è disseminata l'isola.
Durante il tragitto Franco si ferisce al piede malato, per cui cercheremo poi in paese un medico.
Pranziamo in un tipico locale immerso nel verde, dove consumiamo il classico pollo ruspante cucinato alla equadoregna. Il padre del ragazzo è un agronomo e gestisce per conto del Governo una stazione sperimentale per la coltivazione di varie piante da frutta, abitano in una bella casetta in legno completamente attorniata da piante di ogni specie diligentemente catalogate.
Torniamo in paese e ci preoccupiamo per il pollice, sempre più gonfio, di Franco. L'unico medico, una dottoressa, si trova attualmente in continente, in Equador. Siamo in difficoltà, poi vedendo arrivare in baia una nave da crociera, la Galapagos Express, subito gli chiediamo assistenza medica. Gentilmente ci fanno salire a bordo e in infermeria una dottoressa visita il paziente. Si tratta di un'unghia incarnata con conseguente infezione che sta rapidamente avanzando. Con un piccolo intervento toglie l'unghia e dà a Franco una serie di antibiotici per fermare l'infezione. Siamo stati fortunati perché ancora qualche settimana e l'infezione del dito sarebbe stata irreversibile e unico intervento efficace sarebbe stato l'amputazione! Franco migliora rapidamente tanto che il mattino dopo ci accompagna anche lui nell'interessante visita alla fondazione Darwin.
Qui si possono ammirare tutte le specie di iguane e tartarughe giganti presenti sulle isole.
Nella stessa giornata arriva il Messer Polo, ed insieme a loro andiamo al ristorante di Furio, un simpatico toscano che da dieci anni vive su quest'isola e ne è diventato uno dei personaggi più importanti.
La fattoria ristorante di Furio si trova all'interno dell'isola proprio ai piedi delle montagne. Per raggiungerla usiamo il solito camioncino, unico taxi a disposizione. Lauretta ha diritto a sedersi accanto all'autista, noi invece tutti all'esterno sul cassone. La gita è molto divertente, attraversiamo zone bellissime, ricche di boschi e vegetazione. La fattoria si trova sulla cima di una verde collina da cui si domina tutta la costa ovest dell'isola. Un panorama stupendo nel susseguirsi di colline e piccole pianure che arrivano fino al blu intenso del Pacifico.
Il pranzo a base di prodotti locali, spesso da lui stesso coltivati, è ottimo e raffinato. Il pomeriggio visitiamo il tunnel presente nella sua grande proprietà e incontriamo numerose tartarughe giganti stavolta libere nel loro ambiente naturale. Invitiamo Furio a cena che accetta alla condizione di portare lui il vino.
Altra escursione notevole è la visita alla baia Tortuga, una lunga spiaggia di sabbia fine e bianca. Facciamo un bellissimo bagno, il primo in Pacifico, divertendoci con le grandi onde che frangono sulla spiaggia.
Unico rammarico i permessi di navigazione tra le isole vengono dati raramente, un po' per preservarle, ma soprattutto per garantire lavoro alle barche locali e ai diving che hanno l'esclusiva di accompagnare i turisti . Però un bagno con i leoni marini dobbiamo pur farlo. Così, una mattina, furtivamente, usciamo col tender accompagnati anche dall'equipaggio del Messer Polo che ci segue a ruota. In poco tempo raggiungiamo un isolotto fuori dalla baia abitato da una colonia di leoni marini. Entriamo in acqua con maschera e macchina fotografica subacquea, lo spettacolo è indescrivibile, i leoni marini ci volteggiano attorno e si avvicinano incuriositi. Poi spaventati da un grosso maschio che mostra i denti, ce la battiamo velocissimi e risaliamo sul gommone. Esperienza comunque unica ed elettrizzante.
Probabilmente ci siamo spaventati per niente, infatti non si sono mai verificati attacchi a uomini da parte di leoni marini o foche, sicuramente era solo un modo per far capire che quello era il loro territorio, però quei denti erano veramente lunghi e minacciosi.
Le pratiche di entrata alle Galapagos sono molto lunghe e costose. La nostra sosta è di pochi giorni per cui issiamo la bandiera gialla di attesa dogana e facciamo finta di niente.
Riusciamo così a rifornirci di gasolio al distributore, appena fuori dalla città, al prezzo corrente senza dover sottostare al ricatto dei funzionari della dogana che oltre ad applicare costose tariffe di soggiorno pretendono di rifornire le barche di gasolio a prezzi esorbitanti, anche quattro volte superiori.
Siamo fortunati perché un funzionario ci scopre la sera prima della partenza e vuole per sé una lauta mancia, ma grazie alla mediazione di Furio ce la caviamo con soli cinquanta dollari e un abbondante aperitivo.
Dopo qualche riluttanza per paura del colera che recentemente ha colpito il Sud America ci riforniamo di frutta fresca e verdura. Furio garantisce che sulle isole non ci sono problemi, i pochi casi verificatisi riguardano solo persone provenienti dal continente dove avevano contratto la terribile malattia.
Banane, maracuya, papaie, arance, limoni, poi ancora mele, pomodori, verze, carote il tutto raccolto dalle coltivazioni dell'isola.
La popolazione non molto numerosa è composta di persone che hanno sempre vissuto qui , sono pochi quelli trasferitisi dall'Equador. Sono tutti molto cordiali e gentili, la delinquenza è completamente sconosciuta come sono lontani Panama e i Caraibi. Vivono di agricoltura e pesca e naturalmente anche di turismo.
Pur essendo le isole adagiate sull'Equatore il clima non è caldissimo, è influenzato dalla fredda corrente di Humbold.
Visto il comportamento dei funzionari di dogana penso che avendo tempo a disposizione si possa mercanteggiare il permesso di navigazione e ottenerlo anche con poca spesa.
Visitare le isole disabitate e selvagge di Isabela, Fernandina, San Salvador e le più piccole e lontane Pinta, Marchesa, Genovessa deve essere un'esperienza indimenticabile ma il tempo disponibile è quello che è, quindi ancora una volta ci ripromettiamo almeno un mese di sosta al prossimo giro.
Le colonie di leoni marini sono molto numerose anche a causa della pesca incontrollata di squali da parte dei pescherecci oceanici giapponesi, a caccia delle loro prelibate pinne, diminuendo il nemico naturale si sono riprodotte in maniera esagerata, tanto che spesso riescono a mettere in fuga gli squali stessi e mettono in crisi l'ecosistema marino con il loro inesauribile appetito.
La vigilia della partenza ospitiamo a cena Furio e l'equipaggio del Messer Polo. Spaghetti con pomodoro fresco e basilico per onorare il nostro ospite che da tanti anni manca dall'Italia. E lui dimostra di apprezzare in modo particolare il parmigiano che grattugia abbondantemente sul suo piatto tanto da far scomparire il rosso del pomodoro.
Sorseggiando l'ottimo vino cileno che ha portato, racconta la sua vita alle Galapagos e dei suoi nuovi progetti. Tra le altre cose vuole utilizzare la forte umidità del tunnel per una coltivazione intensiva di funghi.
Terminiamo la cena con l'immancabile e ottima torta preparata da Lauretta mentre il nostro amico toscano spiega come è riuscito a catturare le tartarughe giganti presenti nella sua fattoria inviando di notte, a cavallo, i suoi uomini alle pendici dei monti dove vivono numerose. Lasciandole poi libere nella sua terra ne ha fatto una sicura attrazione per i turisti.
Infatti i suoi affari marciano a gonfie vele e le piccole navi da crociera che girano tra le isole spesso fanno tappa da lui.
Il giorno 16 dedichiamo la mattina agli ultimi rifornimenti di acqua e viveri poi nel tardo pomeriggio partiamo per la nostra traversata più lunga, 3200 miglia fino alle isole Marchesi.
CAPITOLO OTTAVO
"LA TRAVERSATA DEL PACIFICO"
Salpiamo, stiviamo le ancore e ci allontaniamo a motore da queste isole che meritavano molto più tempo dei quattro giorni che gli abbiamo dedicato.
La loro bellezza ci ha veramente colpiti e l'idea di ritornare diventa più di una promessa.
La strategia che adottiamo è di scendere rapidamente a Sud per superare le calme equatoriali e trovare l'Aliseo di Sud Est che dovrebbe essere stabilizzato sotto i 5° di latitudine Sud. La riserva di gasolio è di circa 700 lt quindi non risparmiamo il nostro Aifo in questo inizio di traversata. I primi giorni procedono senza problemi, ma anche senza vento. Braga due, cioè il pilota automatico elettronico che abbiamo montato a Panama, svolge egregiamente il proprio dovere evitando turni di timone nella navigazione a motore che tanto ci avevano stressato in passato. I turni ben assimilati lasciano riposati e pronti per affrontare eventuali emergenze. I contatti radio diventano i momenti di maggiore interesse durante i quali siamo sempre tutti svegli e incollati alla radio. Poiché io mi occupo solitamente del telex mio fratello viene nominato operatore radio. Le trasmissioni più emozionanti sono quelle con l'Italia con l'amico Pierluigi, che non sempre riusciamo a copiare direttamente.
Pierluigi è un personaggio eccezionale che poi conosceremo personalmente in Italia. Oltre a tenere il contatto con tutte le barche italiane nel mondo segna le posizioni di ognuna giornalmente durante le traversate, così se qualcuno manca per qualche giorno all'appuntamento è pronto a dare l'allarme.
Il 17 parliamo con Enzo che annuncia di essere arrivato alle Marchesi e di avere quindi concluso la sua traversata. Finalmente dopo quasi 500 miglia di motore un po' di vento arriva anche per noi, però da Nord Ovest quindi bolina larga, poi gira lentamente a Ovest Sud Ovest e infine quando si mette da Sud pieno possiamo issare l' MPS.
Navighiamo veloci anche se un po' scomodi perché la barca col vento al traverso è sbandata, comunque la media è di 150 miglia al giorno. Il vento da Sud ci impedisce di scendere direttamente alla ricerca dell'Aliseo però siamo in rotta quasi perfetta sulle Marchesi.
Il 21 è una giornata abbastanza negativa, nel pomeriggio scoppia l'MPS nella parte alta vicino alla penna, lo ammainiamo ma la drizza rimane in cima all'albero.
La recupera Vitto che issiamo col banzigo, manovra un po' difficoltosa per il rollio molto sensibile. Con l'oscurità il vento crolla e comincia a piovere a dirotto. Navigare a motore sotto l'acqua è una delle cose peggiori che possano capitare a un velista. Per due giorni il cielo rimane coperto e tanta pioggia e a volte un po' di vento caratterizzano la nostra navigazione.
Nota positiva riempiamo i serbatoi e vista la temperatura facciamo finalmente la doccia con l'acqua dolce.
Un bellissimo arcobaleno segna il termine del cattivo tempo e il vento ricomincia a soffiare, anche se molto leggero. Dopo tutta l'acqua e l'umidità prese il sole forte e il vento ci fanno rinascere ; apriamo tutti i passi uomo e anche la barca si asciuga. Procediamo con spi uno rande piene e trinchetta spinti da un Aliseo di Sud Est di cinque o sei nodi e queste condizioni saranno la nota caratteristica di tutta la nostra traversata.
La media delle miglia percorse giornalmente scende attorno alle 110\120 mg qualche volta anche sotto alle 100 e spesso e volentieri dobbiamo ricorrere all'aiuto del motore.
Incontriamo una grossa nave che attraversa la nostra rotta e intratteniamo una cordiale conversazione con l'operatore radio che ci informa sulla loro destinazione, le Hawaii.
E' il giorno 26 e Franco a causa forse dei numerosi antibiotici assunti inizia a soffrire il mal di mare, che gli durerà per diversi giorni ma nonostante le sue condizioni non salterà mai un turno.
Dietro di noi 300 mg il Messer Polo è più fortunato. Infatti parecchie volte mentre noi arranchiamo a motore loro hanno un bel Sud Est 15 nodi. Ci sentiamo giornalmente e spesso la conversazione cade sui rispettivi programmi culinari per la cena e addirittura per il pranzo del giorno dopo. Da questi discorsi si comprende quanto siano tranquille le condizioni di navigazioni, al contrario di quanto sta accadendo nel Nord Atlantico dove, apprendiamo via radio da Pierluigi, si sta verificando una violenta tempesta che dura da più di una settimana mettendo in difficoltà molte barche che in questo periodo stanno rientrando in Mediterraneo dai Caraibi. Due barche italiane fanno naufragio un uomo è disperso mentre due sono recuperati alla deriva sulla zattera di salvataggio, grazie anche all'allarme dato da Pierluigi.
Rabbrividiamo nel sentire queste notizie e cominciamo a voler bene a questo Aliseo così leggero, ma che ci fa pur sempre avanzare in assoluta tranquillità.
Il 29 è un giorno molto importante, è il dodicesimo compleanno di mia figlia Caterina. Le invio un lungo telex di auguri a cui lei risponderà ringraziandomi e ricordandomi che il 30 Maggio è il giorno della sua Cresima.
Dovrei farcela a partecipare anche se con questo venticello i tempi diventano sempre più stretti.
Un contatto, radio con Federico ci serve per avere informazioni sulle Marchesi dove anche lui è arrivato. Il gasolio si trova abbastanza facilmente, per l'acqua nessun problema, a livello di rifornimenti frutta a volontà mentre per il resto poca disponibilità. Gli chiediamo di informarsi sulla possibilità di lasciare la barca, ma ci risponde che non esiste alcun marina.
Così l' idea di lasciare il Pink Jaws alle Marchesi per poter poi ad agosto visitare gli atolli delle Tuamotu è bocciata, la nostra destinazione finale rimane quindi Tahiti, e il tempo stringe ancora di più.
Di notte lo spettacolo del cielo stellato è stupendo, la limpidezza dell'aria è così forte che le stelle brillano di una luce intensissima, tanto da sembrare molto vicine. La Croce del Sud, visibile solo in questo emisfero, sembra guidare la nostra navigazione come in passato guidava quella dei grandi velieri. In questi momenti ci prende una commozione che mai avevamo provato nelle precedenti traversate sarà sicuramente che sentiamo molto il fatto di navigare nel Pacifico del Sud.
Attraversarlo è una specie di consacrazione per chi come noi ha fatto della vela una ragione di vita. Studiare la carta nautica della Polinesia, segnare il punto nave con latitudine Sud, calcolare quante miglia mancano alle Marchesi o a Tahiti sembrano appartenere ad un sogno per chi ha sempre navigato tra Corsica Sardegna e Costa Azzurra. Siamo completamente integrati nell'ambiente che ci circonda sentiamo il respiro dell'Oceano amiamo l'Aliseo che lo fa vivere ammiriamo sempre più stupiti il susseguirsi delle albe e dei tramonti spettacolari che incendiano il cielo. Sensazioni uniche e possibili solo in questa parte della terra circondati da migliaia di miglia d'acqua e con la rotta su dei granelli sperduti nell'immenso blu. Il primo maggio percorriamo solo 90 miglia, la media più bassa della traversata, il vento è solo un leggero alito, in compenso il mare è calmo e la barca rolla pochissimo con gioia particolare di Franco che è in piena forma completamente ristabilito dalla settimana di mal di mare. Siamo in riserva di gas e speriamo di riuscire ad arrivare prima che finisca.
Verdura frutta sono ormai agli sgoccioli rimangono solo un po' di patate, cipolle e una verza, dobbiamo quindi ricorrere alle scorte di scatolame, sempre abbondante.
Da buoni italiani senza il primo di pasta siamo disperati, comunque la bombola nonostante l'allarmante leggerezza regge ancora.
Il giorno 5 un primo segno della presenza di terra, uno stormo di fregate ci sorvola. Mancano meno di 350 mg che con un po' di fortuna ( vento ) potrebbero essere coperte in due giorni. Purtroppo il nostro destino sono le ariette da Lago Maggiore e procediamo con la solita media ritenendoci anche fortunati visto che ormai abbiamo dato fondo alla nostra pur ingente riserva di gasolio e conserviamo solo l'indispensabile per manovrare in avvicinamento.
Finalmente il 9 verso il tramonto, una macchia scura appare all'orizzonte, prima confusa con le tante nuvole, poi piano piano sempre più distinta, è proprio lei, Fatu Hiva.
Grande festa a bordo del Pink Jaws, stappiamo l'ultima bottiglia di vino bianco conservato per l'occasione e stavolta nemmeno una goccia va sprecata. Altro che festeggiamenti da F1.
L'eccitazione è al massimo, nessuno riesce più a dormire e i turni saltano.
Come spesso capita alla fine delle nostre traversate è previsto un atterraggio notturno. Destinazione la mitica baia delle Vergini, che naturalmente non è segnalata da alcuna luce.
Nessuno di noi pensa di aspettare l'alba per entrare e passare la notte in mare alla cappa.
Il nostro radar ci ha permesso atterraggi ben più difficili.
Occhi incollati sullo schermo, sulla carta particolareggiata e sul GPS. Aggiriamo l'isola e quando siamo sull'allineamento perfetto viriamo in direzione della baia. Sono le due del mattino quando caliamo l'ancora su un fondale di trenta metri. La luna, salendo, delinea i contorni delle alte cime che ci attorniano e le sagome di altre barche che avevamo visto solo sul radar. Non possiamo nemmeno festeggiare con una spaghettata perché il gas è proprio finito. Allora di fronte a varie prelibatezze in scatola, dal tonno alle sarde, al salmone e con l'ultimo pane rimasto, tiriamo le somme di questa lunga traversata. E' andato tutto per il verso giusto, abbiamo subito solo la rottura dell' MPS, il resto delle innovazioni ed il rinforzo di alcune manovre si sono rivelate indovinate. Abbiamo avuto il solito efficacissimo servizio telex sia come collegamento con casa sia come ricezione di bollettini e avvisi. Poi c'è stata anche la grande scoperta della radio e della sua potenzialità in fatto di comunicazioni non solo
con le altre barche ma anche con l'Italia, dovremo cambiare l'antenna, acquistare un accordatore, applicare le piastre di massa per poter essere all'altezza dei nostri amici navigatori che da anni la usano. Ormai non possiamo più farne a meno e spesso ci domandiamo come abbiamo potuto arrivare fino a Panama senza sentire il bisogno di averla. Come al solito l'Aliseo non è stato molto prodigo nei nostri confronti, si è spesso reso latitante e ha soffiato sempre leggero. Tutto sommato ci ha anche concesso una navigazione tranquilla, senza problemi, facendoci arrivare a destinazione ben riposati e con tantissima voglia ed energia per scoprire, nella pur breve sosta, tutto quanto si può dell'isola.
La cosa comunque più bella e valida della traversata è stata sicuramente l'amicizia nata con Lauretta e Vincenzo del Messer Polo e con Enzo e Rita del Tatanai e la conoscenza con Federico e Fulvia del Toti e Sandro del Mowgli che diventeranno anche loro molto amici più avanti nel viaggio, alle Tonga. Tutto questo naturalmente grazie alla radio.
E' difficile prendere sonno pensando a dove siamo arrivati.
Quando eravamo Porquerolles infreddoliti dal Mistral e stanchi per la pesante giornata di vela iniziavamo a progettare il nostro viaggio, mai avremmo pensato di arrivare fino a qui. Stiano vivendo una realtà al di là di ogni immaginazione e seppure con qualche lacuna dovuta alla cronica mancanza di tempo l'esperienza finora accumulata ci ha lentamente e profondamente cambiati. Cominciamo ormai a pensare all'intervallo che passiamo in Italia tra una traversata e l'altra come a un qualcosa necessario da sopportare, la vera vita è qui in barca in mezzo alla natura selvaggia e bellissima del Sud Pacifico.
CAPITOLO NONO
"LA POLINESIA FRANCESE"
Dopo l'emozione dell'atterraggio notturno la mattina ci risvegliamo sotto un forte acquazzone, con nuvole molto basse e visibilità ridotta, ma in meno di mezz'ora prima un arcobaleno poi il sole ci mostrano finalmente in tutto il suo splendore la Baia delle Vergini.
Due alte cime la affiancano, ricoperte da fittissima vegetazione dove risaltano migliaia di fiori multicolori, poi davanti una spiaggia di ciotoli neri e un paesino di poche case sovrastate da palme e alberi da frutta, sullo sfondo alte montagne verdissime. Sulle loro pendici e sulle colline si intravedono cascate e parecchi puntini bianchi che col binocolo si rivelano capre selvatiche. Il paesaggio è veramente idilliaco, un paradiso rimasto inalterato nel tempo, infatti le descrizioni di Moitessier e degli altri navigatori corrispondono ancora perfettamente alla realtà.
Montiamo il canotto per scendere a terra, prima sorpresa il fuoribordo non vuol saperne di partire, poco male mano ai remi e via.
L'approdo non è dei più facili, infatti l'onda riflessa dalle alte scogliere frange proprio sullo scivolo in cemento adibito allo sbarco. Bisogna scegliere il momento più adatto e cavalcando l'onda, come i surfisti, atterrare. Più facile a dirsi che a farsi, senza motore rischiamo di ribaltarci col canotto ma l'onda ha pietà di noi e incredibilmente ci posa sulla riva senza danni. Sulla spiaggia vi sono molti abitanti dell'isola e alcuni cortesemente ci aiutano a issare il tender lontano dalla risacca e si offrono di riparare il fuoribordo. Accettiamo poi armati di telecamera e macchine fotografiche partiamo alla scoperta di Fatu Hiva.
Attraversiamo il villaggio e tutti ci salutano cordialmente mostrando di essere veramente felici di incontrarci, anche i bambini. Le case sono molto piccole, aperte e sollevate da terra come palafitte, sono circondate da giardini ricchi di fiori e piante di banane, pompelmi, arance, limoni, mango. Tanti espongono le tapa che sono dei dipinti su tessuto vegetale con i colori ricavati dai fiori, sono una caratteristica delle Marchesi e solo qui si trovano fatte in questo modo antico e naturale. I prezzi sono molto abbordabili da 20 a 50 dollari secondo la grandezza, a Tahiti le troveremo in vendita molto più care.
La strada sterrata lentamente comincia a salire e siamo immersi in una natura selvaggia e rigogliosa, le palme sono altissime, le piante di banane numerose, troviamo la deviazione che ci avevano segnalato al villaggio e seguiamo il torrente per arrivare alla cascata. Il sentiero diventa sempre meno identificabile e avanziamo seguendo i segnali costituiti da piccoli sassi sovrapposti uno sull'altro. La salita diventa sempre più irta e i passaggi difficoltosi, la vegetazione è tanto fitta che il sole e il cielo sono completamente coperti e l'umidità sale a un livello incredibile. Ogni tanto siamo tentati di rinunciare ma è talmente tutto così affascinante e bello che continuiamo verso la nostra meta. Dopo quasi due ore di marcia il frastuono della cascata diventa fortissimo e improvvisamente la vegetazione si apre, un'alta parete si erge davanti a noi e dal suo bordo più alto una massa d'acqua cade rumorosamente e forma sotto un laghetto attorniato da grossi massi rotondi e levigati, il tutto illuminato da un sole splendente che fa brillare la vegetazione bagnata dalla rugiada e dall'acqua polverizzata della cascata.
Rimaniamo a bocca aperta ad ammirare questo grande spettacolo della natura che mostra tutta la sua potenza con la forza della cascata e tutta la sua bellezza con le pareti del dirupo ricoperte di vegetazione rigogliosa e ravvivate da migliaia di fiori coloratissimi sparsi dappertutto.
Siamo stanchi per la lunga camminata ma non ce ne accorgiamo e ci tuffiamo nel laghetto per un bagno sotto la cascata. L'acqua non è limpidissima perché durante la notte ha molto piovuto quindi reca con sé tracce di detriti e terra della foresta che la rendono un po' torbida .
Recupereremo più a valle dove l'acqua dopo aver saltato tra le rocce del torrente ha perso tutte le sue impurità ed è ridiventata limpidissima.
Scendendo lungo la strada, verso il villaggio, notiamo una casetta solitaria, come sempre attorniata da giardino e piante da frutta. Un albero di limoni sporge dalla siepe, Vitto ne coglie uno, il proprietario lo vede e invece di rimproverarlo ci invita nella sua casa.
Questo piccolo episodio risalta la natura ospitale di questa gente di indole generosa e altruista. Un fatto del genere a St Lucia o St Vincent avrebbe portato a una lite sicura o peggio.
Jean Baptiste, così si chiama il nostro ospite, ci offre un caffè, presenta la sua numerosa famiglia e racconta in buon francese come si vive in questo paradiso. I soldi qui non servono, il gas e i generi di prima necessità quali farina riso caffè medicinali si ottengono barattandoli con frutta raccolta nella foresta, pesce, galline, uova, con le tapa. Alla mia precisa domanda di cosa fa durante la giornata mi risponde: niente. Quando il freezer è pieno, la cucina ben rifornita cosa puoi fare in questo paradiso se non ammirare la natura, fare visita a parenti ed amici, intrattenersi con loro, poi una capatina alla Baia delle Vergini per curiosare tra i nuovi arrivati. Qui non esistono auto, cinema, negozi, tutto è rimasto come una volta, solo poche moto fuoristrada acquistate dai ragazzi cominciano a disturbare la quiete.
Anche lui quando era giovane, ha comunque 35 anni, si è fatto prendere dal miraggio della modernità e del consumismo qui rappresentate da Tahiti. Ed è emigrato là e per qualche anno ha fatto il muratore, era ben pagato aveva una bella casa, la televisione, l'auto ma dopo pochi anni la nostalgia ha avuto il sopravvento ed è ritornato a Fatu Hiva.
Prima di congedarci ci carica di arance, pompelmi , limoni e banane direttamente colti dalle piante e sale perfino su un' altissima palma per staccare col machete dei cocchi verdi da bere, con la polpa ancora morbida da mangiare col cucchiaino come un budino.
Invitiamo tutti ad un aperitivo sul Pink Jaws.
Rientrati al villaggio troviamo il nostro fuoribordo ben riparato e funzionante. Anche il meccanico non vuole soldi e chiede se abbiamo ami, filo da pesca, vecchie cime. Invitiamo anche lui a bordo.
Iniziamo il commercio del baratto per procurarci gasolio, gas, frutta e tutto l'occorrente per rifornire la cambusa fino a Tahiti.
L'unico vero commerciante della baia è Daniel, un anziano di circa settantanni simpatico e molto furbo. Dopo lunga trattativa concordiamo di cedere la nostra vecchia ancora, pessima imitazione di CQR che da tempo non usiamo, in cambio di una bombola di gas, cento litri di gasolio e due galline ruspanti.
Per il gasolio bisogna attendere l'Aranui, un piccolo cargo con poche cabine per i turisti e grandi stive per le merci, il cui arrivo è previsto per domani.
Dando fondo alle nostre scorte di berretti, magliette, felpe, ami, arpioni , vecchie cime ci riforniamo alla grande di frutta e pesce fresco.
Poiché in tutta la Polinesia le armi sono proibite c'è una grandissima richiesta di carabine e munizioni calibro 22 e 12 da utilizzare per la caccia al cinghiale e alle capre selvatiche. Jean Baptiste spiega che spesso gli uomini di tre quattro famiglie si riuniscono e partono per la caccia al cinghiale che vive abbondante nella parte sopravento dell'isola. I fortunati che possiedono un'arma sono pochi gli altri cacciano come i loro avi utilizzando i cani e lunghe lance con le quali finiscono i cinghiali stando seduti sugli alberi della foresta. Poi attraversano le vallate e i difficili sentieri e scendono al villaggio, chiamano tutti i parenti , gli amici ed è grande festa. La prossima caccia sarà tra qualche giorno e il nostro amico ci invita a partecipare, siamo tentati ma purtroppo il tempo speso a Panama, alle Galapagos e in traversata ha ridotto di molto la nostra disponibilità siamo costretti a rinunciare.
Vorrebbe anche accompagnarci una notte, sempre all'interno, a pesca di gamberi di fiume, dice che in meno di un'ora, utilizzando grosse lampade se ne pescano a centinaia.
Sarà per il prossimo giro che penso dovremo fare per forza, visto quante cose non siamo riusciti a fare o vedere in questo.
L'arrivo dell'Aranui due volte al mese è un grande avvenimento per l'isola. Qui non esistono aeroporti e gli unici rifornimenti arrivano con questa nave che parte da Tahiti, visita gli atolli delle Tuamotu e poi tutte le isole delle Marchesi. Dà fondo all'entrata della baia e cala in mare grosse lance, prima cariche di turisti, poi di merce.
Scarica fusti di gasolio e benzina, bombole di gas, farina, riso, caffè etc e perfino una moto e carica quintali di frutta e tanto tonno pescato dai locali e surgelato in una grossa cella frigorifera posta non lontano dalla spiaggia.
Le operazioni di carico e scarico avvengono a mano con l' aiuto degli abitanti tutti presenti sulla riva. I marinai della nave mostrano tutta la loro perizia superando agevolmente l'onda frangente e mantenendo ferme le grosse lance.
L'Aranui rimane alla fonda tutto il giorno e fino a sera è un andirivieni continuo di cavalli e carretti stracarichi.
Anche noi siamo molto indaffarati nel travasare il gasolio dal grosso fusto alle taniche e poi al serbatoio. Per l'acqua invece incarichiamo due ragazzi che già avevano pulito la carena del Pink Jaws in apnea e che pagheremo naturalmente con delle magliette.
La "Terra degli uomini", così chiamano le Marchesi gli abitanti, è veramente magnifica e ospitale, non ci si può aspettare niente di meglio dopo una lunga traversata come quella del Pacifico. Era stato molto bello anche l'arrivo a Barbados dopo l'Atlantico, ma là eravamo più felici per l' impresa portata a termine che per il posto raggiunto. Qui invece la traversata, peraltro lunga e impegnativa, passa in secondo piano rispetto alla bellezza di quest'isola, appena sfiorata dal turismo e ancora viva nelle sue tradizioni antiche come i tatuaggi che spesso ricoprono completamente la pelle degli uomini, le tapa, il culto della famiglia, la sempre grande, generosa e disinteressata ospitalità, il modo di vivere così semplice e naturale ma al tempo stesso profondo nelle sue espressioni sociali, quali il convivere senza barriere, con le case sempre aperte, il senso dell'amicizia e della libertà.
Domani sera dovrebbe arrivare il Messer Polo, purtroppo non possiamo aspettare Vincenzo, Lauretta e Marco, mancano meno di 15 giorni alla data prefissata per il nostro volo di ritorno da Tahiti e restano ancora 800miglia da percorrere attraversando le Tuamotu e con la fortuna che ci ha accompagnato finora non siamo molto fiduciosi nell'Aliseo di Sud Est quindi dobbiamo partire al più presto. Siamo sicuri che aspettandoli non riusciremmo a liberarci dalla tentazione di rimanere ancora qualche giorno per accompagnarli dai nostri amici e nei bellissimi posti che abbiamo visto.
Comunichiamo a malincuore la nostra decisione via radio e li informiamo su tutto quanto può essere loro utile per la sosta e la visita dell'isola.
Mi pesa un po' stavolta ripartire così in fretta, finora la parte più bella del viaggio erano state le traversate, ma già dalle Galapagos qualcosa è cominciato a cambiare e iniziamo ad invidiare gli amici navigatori che rimangono sempre a bordo, che stanno magari un mese qui alle Marchesi ma la loro è una scelta di vita, la nostra no, o meglio non ancora. Ma questo pensiero del vivere in barca si fa sempre più vivo ed insistente, spesso mi ritrovo a pensare in quale modo potrei riuscire ad attuarlo. Però penso che piuttosto di niente meglio apprezzare quello che abbiamo fatto e che faremo col nostro metodo un po' da nevrotici e stressati terraioli legati si all'avventura, all' Oceano, alla barca ma anche ben radicati alle nostre attività e ai nostri affetti rimasti a casa, così lontano.
Mi manca molto Stefania, le passeggiate la sera in Corso Vittorio Emanuele, le cenette a Brera o da Valentino per il pesce, il cinema, gli week end in montagna o in Costa Azzurra. Poi ancora la pizza con Caterina e i pranzi da mia mamma, le serate con gli amici. Insomma anche questa parte della mia vita così normale, così cittadina è molto difficile da lasciare per troppo tempo. Però se riuscissi a convincere Stefania ma ? chissà, vedremo più avanti, il viaggio è ancora lungo.
Salutiamo tutti e alle 18 salpiamo rotta su Tahiti. L'Aliseo stavolta si dimostra più generoso e ci regala un bel Sud Est di 15 nodi, issiamo lo spi due e filiamo a sette nodi.
Scende la notte e lentamente la sagoma scura di Fatu Hiva si confonde nel buio sino a scomparire completamente. Per un po' ci accompagnano a distanza le luci dell'Aranui, partita poco dopo di noi, poi anche loro spariscono inghiottite dall'oscurità e rimaniamo soli nel Pacifico col solito immane spettacolo del cielo stellato. In forno cuoce l'ottimo pesce donato da Jean Baptiste e dopo cena si riprendono i vecchi turni per questo ultimo tratto del viaggio.
Ricominciano i contatti radio interrotti durante i tre giorni di sosta a causa della scarsa propagazione nella Baia delle Vergini. Riascoltiamo con piacere la voce di Pierluigi al quale diamo la nostra posizione, le miglia percorse nella giornata e quanto manca all'arrivo.
La notte del 13 mentre navighiamo con spi uno un improvviso e inaspettato groppo fa salire il vento a quasi 30 nodi, iniziamo subito l' ammainata ma non abbastanza velocemente per salvarlo infatti scoppia una cucitura bassa, riusciamo però a recuperare tutto anche la drizza prima che salga in testa d'albero. Grossa perdita ci rimane solo lo spi due poco adatto alle ariette leggere che hanno caratterizzato questa traversata. Il vento si mantiene abbastanza buono e spesso di notte dobbiamo issare lo yankee. Il 15 passiamo tra gli atolli delle Tuamotu peccato che non abbiamo nemmeno un giorno per poterci fermare. Le scorte di pasta sono finite quindi mano alla farina e preparo gnocchi di patate, orecchiette, gnocchetti sardi. Anche biscotti, formaggi ,birra insomma tutto quello che non abbiamo trovato durante la sosta finisce. Ma le scorte di frutta fresca, farina e scatolame sono ancora abbondanti.
Mancano ancora 250 miglia, le faremo tutte a motore, sotto continui e violenti acquazzoni. Avvistiamo Tahiti a 100 miglia per un attimo poi scompare dietro le nuvole. L' ultimo tratto lo copriamo a vela e motore di bolina larga, si è alzato infatti un venticello contrario di 5\6 nodi.
Alle sette del mattino entriamo nella grande passe e diamo fondo davanti al lungomare di Papeete portando due lunghe cime a terra. Il nostro viaggio si è concluso, abbiamo percorso più di 5000 miglia di Oceano pacifico in poco meno di un mese e mezzo soste comprese. Adesso abbiamo una settimana a disposizione per cercare un cantiere e sistemare nel migliore dei modi il nostro grande Pink Jaws che anche stavolta ci ha portato a destinazione senza mai tradirci.
Papeete è una bella città, moderna, che si estende lungo il porto fin sulle pendici dell'alto monte che la sovrasta. Essendo territorio francese è tutto molto ben organizzato, ci sono diversi supermercati riforniti di tutto, unica nota dolente i prezzi carissimi. Tutti i prodotto importati dalla Francia hanno prezzi superiori anche di tre quattro volte rispetto all'Europa. Rimessaggio e carenatura sono a livello di Costa Azzurra, però il servizio è molto serio e professionale. Troviamo un ottimo cantiere con il quale concordiamo i costi di alaggio e mantenimento a terra della barca, nonché pulizia e antivegetativa della carena ormai ridotta male. Durante il breve soggiorno prima della partenza per l'Italia conosciamo Pierre e Claire che con il loro bellissimo "Atlantis", prototipo in alluminio di 16 metri, sono partiti, una volta raggiunta la pensione, per il giro del mondo. Pierre era medico veterinario di fama mondiale nell'equitazione. Ci invitano per un aperitivo che come spesso accade diventa una cena.
Restiamo fino a tarda notte a parlare di barche, navigazioni, programmi; Pierre e Vitto finiscono letteralmente stesi dopo aver fatto fuori tre bottiglie di vino cileno, una di Rhum della Martinica, una di vodka russa, una miscela internazionale ed esplosiva da non lasciare scampo.
Visto che i taxi sono in linea con i prezzi carissimi dell'isola, ci spostiamo utilizzando dei simpatici autobus che non sono altro che dei camion con il cassone fatto come una casetta con grandi finestre e arredata con lunghe panche dove trovano posto i passeggeri. Sono tutti dipinti con colori vivacissimi e sono spesso condotti da enormi donne polinesiane. Anche sugli autobus è tutto improntato sulla reciproca fiducia, si paga infatti dove si scende dichiarando all'autista il luogo di salita.
Il Pink Jaws è in secca solidamente puntellato al terreno e finalmente si riposa, la sua vacanza durerà ben due mesi, fino alla fine di luglio.
Il direttore del cantiere ci accompagna all' aeroporto di Faa, da dove iniziamo il nostro lungo viaggio di ritorno. Nove ore per arrivare a Los Angeles, dieci per Londra, due per Milano.
Per via delle coincidenze, impieghiamo quasi due giorni per tornare a casa.
Dopo due mesi di vita in barca questa volta il reinserimento nella normalità è un po' più lento e difficile, ma poi il lavoro e le vecchie abitudini a poco a poco ci assorbono e il Sud Pacifico diventa solo un piacevole ricordo. Non abbiamo grosse modifiche da apportare alla barca, solo lo studio della nuova antenna filare e la prossima tappa non prevede grosse distanze, ma solo una rilassante crociera di poche miglia tra le isole sottovento della Polinesia Francese.
Stavolta ci accompagna anche Caterina, mentre Franco rimane in Italia impegnato nel lavoro. Al nostro arrivo a Papeete ci attende l'amico Michel, direttore del cantiere, con collane di fiori per tutti. La carena non è ancora finita, quindi, noleggiata una macchina, visitiamo l'isola.
E' molto popolata, vi abitano circa 130.000 persone, che sono quasi tutte concentrate a Papeete e negli immediati dintorni. Come ci si allontana i paesaggi selvaggi e la natura prorompente hanno il sopravvento e spesso all'interno si respira la stessa atmosfera di Fatu Hiva. Anche qui sono numerose le cascate e sono tutte molto belle da vedere. L'interno è montuoso e i posti più isolati si possono raggiungere solo a piedi o a cavallo. Le persone sono molto ospitali e cordiali, però il baratto è ormai un ricordo lontano e i soldi riprendono la loro solita importanza. Ci permettiamo una buona, ma costosissima pizza in una caratteristica pizzeria di Papeete gestita da un corso.
Finalmente, dopo due giorni, il Pink Jaws è di nuovo in acqua, pronto a salpare. Prima destinazione la vicina Moorea. L'entrata nella meravigliosa Baia di Cook è molto emozionante. Come forziamo la grande passe il mare agitato si calma di colpo, la barriera corallina scorre lontana sui fianchi e la baia si presenta con tutta la sua bellezza.
Siamo circondati da alte montagne completamente verdi che si gettano direttamente in mare, lungo i pendii sono sparse poche case, l'allegro affollamento di Papeete è ormai lontano.
Siamo in agosto, in piena stagione turistica, eppure in baia ci sono solo quattro barche, sembra incredibile, abituati alle resse dei nostri mari e dei caraibi.
A terra raccogliamo cocchi e troviamo anche piante di banane; acquistiamo per pochi soldi dei buonissimi ananas che qui sono coltivati molto intensamente.
Le escursioni più belle, sono quelle in laguna con il tender. Il reef è molto interessante e ricco di pesci variopinti, conchiglie, spugne, stelle marine; l'acqua è limpidissima e molto calda, tanto che nuotiamo per ore con la sola maschera, senza muta. Rimaniamo quattro giorni alla fonda e poi lasciamo Moorea con un po di malinconia e salpiamo alla volta di Huahinè.
Una navigazione notturna di un centinaio di miglia, partiamo la sera per essere davanti alla passe all'alba del giorno dopo.
Arriviamo un po' in anticipo e dobbiamo aspettare la luce del sole per poter entrare nella laguna senza pericoli. Il primo ancoraggio è di fronte al villaggio principale per regolarizzare in gendarmeria la nostra presenza. Il paesino è molto grazioso e animato, c'è una festa e i giovani si sfidano in una combattutissima gara di canoa davanti a un pubblico divertito e molto attento, la sera un'orchestrina intrattiene tutti con canti e musiche tipiche.
La mattina dopo navighiamo dentro la laguna lungo un canale ben segnalato e ci spingiamo nella punta più a Sud dell'isola. Ancoraggio stupendo, spiaggia bianca sullo sfondo la solita montagna verdissima, acqua trasparente, un vero paradiso.
Visitiamo numerosi motu che sono delle piccole isole formate dalla sabbia trasportata sul reef dal vento, vi organizziamo diversi pic-nic che fanno la felicità soprattutto di Caterina.
Il giorno di Ferragosto siamo solo in tre barche, è forse la prima volta da quando navighiamo che troviamo simili condizioni in questo periodo.
Stiamo talmente bene che rimaniamo quasi una settimana, record.
Solo una ventina di miglia ci dividono dalla nostra prossima meta, Raiatea, l'isola più grande della Polinesia Francese dopo Tahiti. La laguna è molto larga raggiunge spesso le due tre miglia e all' interno contiene anche Tahaa. Diamo fondo davanti al piccolo Marina Carenage che Enzo ci ha consigliato per lasciare la barca. Abbiamo ancora una settimana di vacanza da dedicare alla visita dell'isola, partiamo con lo zaino pieno di viveri in autostop e grazie alla solita gentilezza degli abitanti riusciamo a girarla tutta. Le passe d'entrata sono tutte ben identificabili e larghe, la cosa più apprezzata della laguna è sicuramente la tranquillità delle sue acque, infatti la barca è completamente immobile come se fosse in secca.
Visitiamo i tanti motu presenti sulla barriera corallina dove raccogliamo noci di cocco ed esploriamo a lungo i fondali trovando conchiglie di ogni genere.
Ormeggiata nel vicino marina dei Moorings vediamo Tamata l'ultima barca di Bernard Moitessier, lunga una decina di metri e con le attrezzature tipiche del grande navigatore che in questo periodo vive spesso a Parigi dove è impegnato nella stesura del suo ultimo libro.
La vacanza è quasi finita, prima di poter entrare nel piccolo marina le vecchie batterie esalano l'ultimo respiro e non hanno più la potenza necessaria per avviare il motore. Tentiamo diverse soluzioni ma siamo costretti ad usare il tender come rimorchiatore per portare Il Pink Jaws al suo ormeggio.
La sostituzione delle batterie era già in programma prima della prossima tappa ma speravamo almeno che durassero per tutta la vacanza di Agosto.
Le Batterie sono molto pesanti e delicate per cui non possiamo portarle dall'Italia, siamo quindi costretti ad acquistarle a Raiatea, a ottobre al nostro ritorno, nel magazzino di un cinese testardo che mi costringe ad una estenuante trattativa per ottenere un piccolo sconto.
Questa volta per il primo tratto di navigazione fino alle Tonga l'equipaggio è stranamente numeroso, oltre ai soliti c'è Raffaele di professione parrucchiere e soprattutto Stefania che per la prima volta mi accompagna in una traversata oceanica.
La sera prima della partenza diamo una grande cena a bordo in onore di Gerard detto il colonnello. Lo avevamo conosciuto durante le vacanze di Agosto quando ci chiese aiuto per salpare l'ancora del suo ketch di 12 metri che si trovava alla fonda davanti al marina Carenage. Non avendo salpancore elettrico ed essendosi slogato un braccio non poteva fare da solo. Mentre salpavamo a mano i settanta metri di catena del 10 capimmo come si era procurato la slogatura. Per ringraziarci ci invitò a pranzo in un buon ristorante annesso all' aeroporto di Raiatea. Ora tocca a noi ricambiare l'invito. Con lui ci sono per una vacanza la figlia e il genero, completano la tavolata Serge e Sophie nuovi amici francesi.
Cena all'italiana con antipasto di pizze varie e primo naturalmente di spaghetti il tutto innaffiato di ottimo vino francese.
Gerard è in pensione dopo aver militato nell'esercito d'oltre mare e trascorso la sua vita nei luoghi più disparati e lontani, dal Centro Africa alla Guyana, da Tahiti alla Nuova Caledonia. Ora abita in una bella casetta sotto un bosco di palme qui a Raiatea. Prima viveva a Bora Bora dove con la sua compagna polinesiana aveva iniziato un'attività di pescicoltura ma purtroppo il ciclone di due anni fa gli aveva spazzato via tutto e anche la fidanzata lo aveva abbandonato.
Qui vive molto tranquillo e agiato grazie alla generosa pensione dell'esercito. La cena prosegue alla grande e i commensali mostrano un incredibile appetito tanto che devo intaccare i viveri già stipati per la traversata.
Ripristinata adeguatamente la cambusa il pomeriggio del giorno dopo partiamo da Raiatea e senza uscire dalla laguna circumnavighiamo Tahaa. Ci fermiamo per la notte non lontani dalla passe d'uscita in una profonda baia, un fiordo che penetra nell'isola e finisce quasi in un lago circondato da montagne ripide e verdissime. Ormeggiamo a una boa perché la profondità supera i quaranta metri, un tuffo e poi prima che faccia buio scendiamo a far visita a una signora italiana che, sposata con un ingegnere francese, da tempo vive qui e tra le altre cose possiede una piantagione di vaniglia. Abita in una bella casa in stile polinesiano molto caratteristica e ben arredata. La salutiamo velocemente perché subiamo un attacco da parte dei nao nao piccolissime e micidiali zanzare. Per fortuna in barca non arrivano.
Sotto spi due, navigando veloci, spinti da un aliseo di 15\20 nodi in una bella giornata di sole traversiamo in poco tempo il breve tratto di mare tra Raiatea e Bora Bora.
Entriamo nella laguna attraverso la passe Teavaunui, l'unica dell'isola ormeggiamo a una boa di fronte allo yacht club Bora-Bora. Per scendere a terra c' è un piccolo pontile in legno da dove si accede a un grazioso ristorante con un 'ottima cucina e un costo adeguato alla Polinesia Francese. La cena di inizio crociera ci costa infatti una fortuna.
La laguna è stupenda visitiamo i motu e i bagni nell'acqua cristallina non si contano.
E' la seconda volta che io e Stefania veniamo a Bora Bora l'anno scorso abbiamo trascorso una splendida vacanza qui e a Moorea, prima di proseguire per l' Australia, naturalmente in aereo. Quindi conosciamo bene l' isola. L' arrivo in barca ha tutto un altro sapore, vedere il Pink Jaws dondolarsi in questa laguna spettacolare mi riempie il cuore di gioia. Bora Bora è forse la più bella e famosa isola della Polinesia, nonostante questo gli alberghi e villaggi presenti non sono molto numerosi e sono così ben integrati che spesso sono difficili da individuare. La gente è al solito molto cordiale e gentile e non perde occasione per fare festa.
Qui molti vivono ormai grazie al turismo, girando l'isola si incontrano spesso piccole boutique che vendono i famosi "pareo" spesso dipinti a mano e le classiche T-shirt souvenir. A Vaitepe il capoluogo c' è un grande capannone, proprio davanti al molo, dove i locali espongono sui loro banchi tutti i prodotti tipici dell'artigianato. I loro clienti sono soprattutto i passeggeri delle grandi navi da crociera americane che sempre più spesso incrociano in queste acque.
Noleggiamo un'auto e mentre facciamo il giro dell'isola riempiamo il baule di banane, pompelmi, mango, papaie che cogliamo noi stessi direttamente dalle piante. Le case sono raggruppate nei tre villaggi principali, sono tutte lungo la costa mentre l'interno è scosceso e selvaggio, le cime che sovrastano sono spesso nascoste dalle nuvole che con la loro pioggia rendono rigogliosa la foresta.
Le barche presenti sono poche, ancora meno che in Agosto, approssimandosi la stagione dei cicloni sono tutti partiti. Il Messer Polo è già da un po' a Vavau isole Tonga insieme a Federico e Sandro, invece Enzo e Rita sono a Suva Isole Fiji.
Comunque siamo a metà Ottobre e l'inizio ufficiale della stagione dei cicloni è fissato dalle autorità francesi al 15 Novembre, anche se fino a Dicembre inoltrato solitamente non ci sono pericoli. Dedichiamo quindi ancora qualche giorno a Bora Bora il cui clima di festa e allegria ci prende sempre di più. I gruppi folcloristi sono numerosi e capita spesso di vederli riuniti sotto le palme vicino a qualche casa, con parenti e amici che ascoltano e con tanta birra che scorre. La festa più importante è naturalmente il 14 Luglio, ma ogni giorno e ogni occasione sono buoni per festeggiare qualcosa. Esiste un vero e proprio festival che si svolge a Tahiti e vi partecipano da tutte le isole.
Una gita molto interessante è al lagonarium. Un pescatore locale, molto intraprendente, ha costruito in riva a un motu un incredibile acquario, ha recintato con delle reti un tratto di laguna e vi ha immesso quasi tutte le specie di pesci compresi gli squali.
Vi si accede comodamente dalla spiaggia e si nuota attorniati da tartarughe, pesci coloratissimi, squali giovani che scappano via come ci si avvicina .
Finita la visita, sotto un pergolato col tetto fatto di foglie di palma, il pescatore offre noci di cocco, ananas, mango e altra frutta che coltiva sul motu.
La visita al lagonarium è diventata un classico ed è presente nel programma di escursioni di tutti gli alberghi, e l'ormai ex pescatore si è attrezzato con una lunga lancia dotata di un grosso motore fuoribordo e fa la spola tra il suo motu e gli alberghi.
Potremmo rimanere a lungo a Bora Bora probabilmente senza mai stancarci, tanto sono incantevoli i posti, purtroppo la stagione dei cicloni è alle porte e anche i giorni di ferie di Stefania cominciano a diminuire.
Il 16 Ottobre mentre attraversiamo la passe lanciamo un ultimo saluto a questa bellissima isola forse la più bella di quelle finora visitate, anche per il suo fascino, per la calma e l'allegria della sua gente, insomma per avere in sé l'essenza delle isole dei mari del Sud.
Mentre si allontana nella scia del Pink Jaws che naviga veloce sotto spi un velo di tristezza cala su tutto l'equipaggio, è come se lasciassimo un paradiso per una destinazione sconosciuta e lontana. Purtroppo questo è il destino dei navigatori a volte buono a volte triste, ma la nuova meta, il regno delle Tonga, piano, piano comincia a sgomberare il campo da tutti i sentimenti che non siano l' attesa e la curiosità di vedere questa nuova terra ancora più lontana e per noi tutta da scoprire.
Dobbiamo percorrere 1350 mg sperando nella benevolenza dell'aliseo di Sud Est.
Fissiamo i turni come al solito, un'ora e mezza di guardia tre ore di riposo, come se fossimo in tre. Io faccio il turno con Stefy, Raffaele lo fa a volte con Vitto ma più spesso con Franco.
Il mio turno in due passa velocissimo anche perché Stefy, visto che deve imparare, si presta a sostituirmi nel controllo di vele e strumentazioni mentre io mi attardo in cuccetta. A volte invece stiamo insieme in pozzetto a parlare o ad osservare e ammirare in silenzio le stelle.
Di giorno i turni sono più elastici e leggeri e siamo quasi sempre tutti in coperta, con Stefy e Raf organizzo lunghe e combattute partite a scala quaranta.
Per tre giorni la navigazione procede ottimamente, filiamo a sette nodi spinti da un buon aliseo e con un mare appena formato.
Poi una mattina, mentre siamo sotto spi due, un'accelerazione improvvisa del vento ci costringe ad una veloce ammainata, molliamo rapidamente la scotta che per la forte raffica si sfila completamente dalla manovra e prima fileggia in aria sbattendo come una frusta, quindi senza possibilità d'intervento si infila inesorabilmente sotto la barca. Tentiamo di recuperarla ma ogni tentativo è inutile, si è incattivita attorno all'elica che, essendo a pale fisse, quando la velocità supera i tre nodi comincia a girare. Bisogna liberarla, quindi qualcuno deve scendere in acqua. Ci mettiamo alla cappa e Vitto si offre volontario, dopo un'accurato sguardo intorno per vedere se ci sono squali si immerge armato di un coltello affilatissimo. Il mare è mosso ma il Pink Jaws rimane abbastanza stabile in questa insolita posizione, ben equilibrato da mezzana e trinchetta. L'intervento si protrae per qualche lunghissimo minuto e alla fine l'elica è libera quando Vitto risale a bordo viene accolto da un grande applauso e confesso di aver avuto un po' di paura in acqua temendo di vedersi arrivare alle spalle uno squalo o qualcosa del genere. L'operazione era indispensabile perché la barca deve sempre essere in grado di manovrare anche a motore per qualsiasi evenienza, soprattutto nel malaugurato caso di dover recuperare un uomo in mare. Issiamo maestra e yankee e riprendiamo la nostra marcia.
La notte del 20 ci sorprende un colpo di Maramu, forte vento da Sud Ovest, che in un attimo sale a 35 nodi e ci costringe a una veloce ammainata dello spi e issato lo yankee prendiamo due mani alla maestra. Il Pink Jaws si riequilibra e si mantiene veloce navigando sicuro sulle onde sempre più alte e spesso frangenti .
La vita a bordo diventa un po' scomoda per il forte rollio accentuato dallo sbandamento dovuto all'andatura al traverso e il mal di mare chiede il sacrificio della solita vittima, Franco. Anche Raffaele ne soffre un po' ma probabilmente è più dovuto alla paura di questa esperienza per lui così nuova.
Il Maramu ci impedisce di rimanere sulla giusta rotta e per non stringere troppo contro il mare agitato allarghiamo l'andatura e dirigiamo a Nord. Ciò ci costringerà poi a scendere a Tonga con l'Aliseo al traverso.
Il vento forte dura un paio di giorni poi le condizioni meteo migliorano e l'Aliseo riprende a soffiare dalla giusta direzione e ci regala condizioni ideali di navigazione.
Scambiamo i saluti con una grossa nave, questi incontri sono sempre piacevoli e graditi, fanno sembrare l'Oceano meno vasto e noi meno soli.
Al contatto radio del 24 mancano meno di 300 miglia, il vento molla, il cielo si annuvola e navighiamo a motore. Acquazzoni e temporali si alternano con poche schiarite, utilizzando il radar cerchiamo di evitare le piogge più violente. Il mare si è calmato e permette a Franco di ristabilirsi velocemente.
Il 26 alle 16.40 avvistiamo l'alto profilo di Vavau che lentamente si distingue dai nuvoloni all'orizzonte, tanto per cambiare l'atterraggio sarà notturno e qui è complesso poiché dobbiamo aggirare l'isola principale, entrare in uno stretto passaggio e risalire un fiordo per arrivare davanti al capoluogo Neiafu. Contiamo come sempre sull'aiuto del nostro radar, sul GPS e sulle informazioni dei nostri amici con cui siamo in contatto radio continuo.
Ogni tanto il motore singhiozza e perde i giri, poi riprende il regime normale, capisco al volo che si tratta di un filtro intasato. Spero ci porti almeno all'ancoraggio.
Invece quando mancano poche miglia all'entrata del primo passaggio il motore si spegne, fortunatamente siamo già ridossati dal mare, essendo sottovento all'isola. Scoperchiamo il motore e cambiamo il filtro poi operiamo lo spurgo della pompa e degli iniettori e grazie anche a una buona spruzzata di starter il motore si rimette in moto e il suo rumore stavolta sembra una musica bellissima.
Riprendiamo la marcia e sul radar appare ben definito il primo passaggio con a sinistra il profilo dell'isola al centro un isolotto e sulla destra un altro che delimita l'inizio del reef.
Passiamo scapolando quello centrale, quando lo abbiamo superato sullo schermo si evidenzia a sinistra il canale d'entrata nel fiordo.
Lo risaliamo e finalmente vediamo le prime luci di allineamento che indicano la rotta per la banchina e la zona di ormeggio davanti al paese.
Quando siamo all'altezza delle case del villaggio ci vengono incontro con il tender Vincenzo e Marco che salgono a bordo con noi e indicano la boa dove ormeggiare, sono le dieci di sera, spengo il motore, siamo arrivati.
CAPITOLO DECIMO
"LE ISOLE TONGA"
Preparo una bella spaghettata mentre Vincenzo recupera Lauretta e insieme trovano posto con noi nell'ampio quadrato del Pink Jaws. E' da Panama che non vediamo l'equipaggio del Messer Polo, li abbiamo ascoltati spesso per radio, giornalmente in navigazione, hanno già cenato ma Lauretta, gentile come al solito, porta la sua famosa torta.
Raccontano le loro avventure nella Polinesia francese e negli atolli delle Coock in particolare è rimasta loro impressa la sosta a Aitutaki un atollo nella cui laguna sono riusciti ad entrare solo grazie alla deriva mobile della barca e al conseguente ridotto pescaggio.
La moglie del capo villaggio addirittura aveva quasi adottato Marco, e hanno dovuto faticare non poco a convincere i loro ospiti a lasciarli partire.
Ci spiegano poi le modalità d' entrata, dove fare acqua e gasolio e i migliori ancoraggi dell'arcipelago.
Al dessert arriva anche Sandro che finalmente conosciamo di persona dopo averlo sentito solo per radio. Attualmente si trova a bordo solo in attesa di sua moglie Renata che è alle Fiji.
La sua barca il Mowgli è un Moana 33 autocostruito, è alla sua seconda stagione in Pacifico.
Infine verso l'una ci raggiungono anche Federico e sua moglie Fulvia , erano ospiti a cena da loro amici svizzeri dotati pare di un'ottima cantina visto come Federico è su di giri e sulla stessa sintonia trova Vitto, insieme danno fondo a una bottiglia di whisky.
Anche lui è appassionato subacqueo ed è molto contento di aver trovato due sub dipendenti come me e Vitto. Subito programmiamo immersioni per i prossimi giorni provocando l'invidia di Stefania che purtroppo è giunta quasi al termine della sua vacanza e non riuscirà ad accompagnarci.
Quando tutti gli ospiti se ne vanno sono ormai le tre e stanchi per la lunghissima giornata ci infiliamo in cuccetta e in un attimo siamo tutti addormentati in un sonno profondo.
Il mattino seguente sotto un bel sole e un cielo azzurro dirigiamo alla banchina commerciale una parte della quale è riservata agli yacht che devono espletare le pratiche di dogana e immigrazione. In attesa dei funzionari sfruttiamo il tempo per fare il pieno di gasolio. Il rifornimento avviene da una piccola cisterna posta su un carretto e tramite un pompa manuale azionata da un giovane. Dopo oltre un' ora di attesa arriva un enorme tongano in divisa e con ai piedi due grossi anfibi che naturalmente non si toglie salendo a bordo. Compila diversi moduli, poi sequestra verdura e frutta la cui importazione è vietata. Per fortuna che, avvertiti da Lauretta, avevamo provveduto a trasferire sulla sua barca le nostre scorte fresche lasciando per la dogana solo poche patate, cipolle e banane.
E' poi la volta della polizia d'immigrazione che controlla i documenti personali e della barca. Verso mezzogiorno concludiamo le pratiche e riguadagnamo la nostra boa.
Appuntamento con gli altri equipaggi italiani al Bounty bar unico ritrovo di tutti i navigatori che passano da Vavau. Leghiamo il tender al pontile in legno e fatichiamo un po' a trovare posto, sono molte infatti le barche alla fonda di fronte al paese. Il Bounty bar domina col suo terrazzo tutta la baia, si beve birra e vino australiano si può anche mangiare qualche tipico piatto locale, è sempre allegramente affollato e una volta alla settimana si ascolta musica dal vivo. Un VHF è disponibile per i clienti per comunicare con le proprie barche o con gli amici.
Aperitivo a base di birra tongana e stuzzichini di avocado e pesce crudo marinato in succo di cocco accompagnano i nostri discorsi sulle navigazioni passate e sui programmi futuri.
Spiego inutilmente a Federico il nostro modo di navigare a tappe con lunghi stop per tornare a casa ma poi anche lui sembra comprendere in parte le nostre motivazioni pur non condividendole. Tenta però in ogni modo di farci cambiare idea e in parte ci riesce.
Inizia infatti a raccontare meraviglie circa il Minerva Reef un atollo sperduto nell'oceano, disabitato e situato lungo la rotta per la Nuova Zelanda. Noi avevamo pensato di passare almeno a 50 miglia di distanza per non avere problemi di alcun tipo. Chi si è fermato ha vissuto un'esperienza indimenticabile e unica, i loro racconti, dice, sono talmente esaltanti che non sostarvi sarebbe un vero delitto.
Lauretta non ci pensa nemmeno infatti domani parte per le Fiji, poi passerà la stagione dei cicloni in Nuova Caledonia anche se quest'isola è esposta al pericolo di esserne colpita. Ha cambiato il programma iniziale che prevedeva la Nuova Zelanda come destinazione anche perché questa rotta presenta un grado di difficoltà molto più elevato che non la navigazione nell'Aliseo. Scendendo a Sud infatti si esce dalla fascia dei venti costanti e si cominciano ad incontrare le grosse perturbazioni che arrivano dall'Antartide e dal continente australiano e che alzano un mare notevole e spesso venti contrari.
Tramite una piccola agenzia turistica Stefania prenota il volo per Nuku Alofa, la capitale del regno, da dove poi volerà a Auckland quindi Sidney e poi Milano, fino a Sidney l' accompagnerà anche Raffaele che poi si fermerà una settimana in Australia.
Prima di partire riescono ad accompagnarci al variopinto mercato di Neiafu. Banchi coloratissimi con ogni genere di frutta e verdura, galline, uova, tessuti, prodotti dell'artigianato locale, soprattutto idoli in legno scolpiti a mano. Compriamo un grande cesto di vimini colmo di grosse vongole, saranno cinque chili, un po' troppe ma visto l'esiguo costo non lasciamo perdere l'affare.
Alle 11 della stessa mattina Stefania e Raffaele partono. Noi dobbiamo pensare alla riparazione del motorino d' avviamento che ogni tanto durante l' ultima navigazione aveva dato segni di cedimento. Lo smonto velocemente, anche perché è un lavoro che ho eseguito talmente tante volte che potrei farlo anche bendato. Probabilmente va solo pulito all'interno ma essendo questa un'operazione un po' delicata preferisco portarlo da uno specialista.
Al Bounty bar ci indicano come unico in grado di effettuare la riparazione Mr Coleman , un pittoresco americano ultrasettantenne che vive a Neiafu da molti anni e gestisce un'officina di riparazioni varie nautiche, un cantiere, le boe d' ormeggio, l'acqua di rifornimento e possiede un grosso compressore per la ricarica delle bombole.
Assistiamo anche noi all' operazione che dura tutto il pomeriggio e ci costa trenta dollari .
Rimonto il motorino e funziona perfettamente.
Adesso siamo disponibili per le immersioni programmate con Federico. Il Messer Polo, come previsto, parte per Suva la capitale delle Fiji, anche noi insieme al Toti l' Halberg Rassey 46 di Federico salpiamo ma per percorrere solo una decina di miglia e dare fondo in un bella baia delimitata dal reef e da un'isoletta con spiaggia bianca.
La prima immersione la effettuiamo verso sera su uno degli isolotti che si trovano nel passaggio d'entrata principale. Raggiungiamo il posto col grosso canotto a fondo rigido di Federico, l'acqua è limpidissima e le formazioni coralline sono molto belle, colorate e piene di vita, incontriamo grossi pesci e non essendo molto profondo rimaniamo sott'acqua per più di un' ora. L'oscurità si avvicina e la luce si indebolisce dando al reef un aspetto grigio e un po' sinistro, ci aspettiamo che improvvisamente appaia uno squalo, qui sono numerosi, fortunatamente non facciamo brutti incontri. Prima di emergere scopro una grotta, entriamo e risalendo verso l'alto usciamo in una bolla d'aria che la divide dalla volta in roccia, possiamo togliere le maschere, l'aria è buona e respirabile scambiamo le impressioni poi ci immergiamo di nuovo, usciamo dalla grotta e riguadagnamo il gommone attorniati dai soliti pesci che stavolta immaginiamo coloratissimi perché il buio incipiente li ha resi simili alle nostre castagnole e sardine. E' stata comunque un'esperienza notevole ed emozionante.
Da qualche giorno il cielo è coperto e piove spesso. A cena sul Toti Federico dice che da quando è arrivato, da due settimane, ha avuto molta pioggia e poco sole e anche Sandro qui da agosto conferma l'anomalia di questo inverno tongano che solitamente è ben soleggiato e col cielo sempre sereno.
Avevamo deciso di rimanere un paio di giorni in questo stupendo ancoraggio ma il mattino seguente il tempo peggiora ancora e nuvole basse, foschia, pioggerella fine e continua sembrano ricordare il mese di Novembre in Lombardia con l'unica differenza della temperatura che qui nonostante la pioggia è intorno ai trenta gradi.
Accendiamo le macchine e insieme al Toti rientriamo a Neiafu utilizzando il radar per trovare la strada in questo dedalo di isole ricoperto dalle nuvole.
Le nostre visite al Bounty bar si fanno sempre più frequenti anche alla sera, la birra è buona e l'ambiente molto interessante. Vi si incontrano navigatori di varie nazionalità che sostano qui anche diverse settimane per aspettare le condizioni meteo migliori sulla rotta per la Nuova Zelanda dove la maggior parte di essi passeranno la stagione dei cicloni. Qualcuno però rimane a Neiafu visto che le Vavau sono solo sfiorate dai cicloni e la baia davanti al villaggio è ridossata ed è un ottimo Hurricane Hole.
Il gruppo è costituito da una cinquantina di isole di cui solo una ventina abitate, è un vero paradiso per la vela, con vento costante mare liscio e un numero incredibile di ancoraggi splendidi e sempre diversi l'uno dagli altri. Spiagge bianche, acque cristalline, vegetazione lussureggiante, fondali bellissimi e ricchi di fauna. Sono sicuramente tra le più belle del Pacifico.
Facciamo un'interessante gita a piedi, salendo il monte Talan dalla cima del quale si domina uno notevole panorama che copre quasi tutte le isole del gruppo. Per scendere cerchiamo una via diretta che attraversa la foresta con passaggi scoscesi e difficili e ci fa arrivare velocemente alle prime case del paese.
In ognuna delle isole abitate vengono organizzate delle feste tongane soprattutto per i turisti dove si ascolta la musica tipica e si assaggiano le prelibatezze della cucina locale tra le quali primeggia il porcellino da latte allo spiedo, praticamente il porceddu sardo.
Su consiglio di Lauretta evitiamo di partecipare a queste feste perché la sua esperienza è stata negativa. Sono talmente turistiche che hanno perso qualsiasi genuinità e spesso il porceddu non si riesce nemmeno ad assaggiarlo.
Organizziamo invece una cena a casa di un tongano che al prezzo di 70 dollari ci garantisce un vero pasto tipico a base naturalmente di porcellino allo spiedo.
Harry , così si chiama il nostro ospite, viene a chiamarci la sera mentre siamo sul Toti per l' aperitivo ed è così contento di averci trovato che gesticolando perde l'equilibrio e cade in acqua col motore acceso e col canotto che gli gira attorno pericolosamente. Per fortuna riesce a risalire a bordo aggrappandosi mentre quasi lo investe. La scena è esilarante.
Visto che tutto finisce bene non smettiamo di ridere per un bel po'. Col nostro tender seguiamo Harry al pontile e con lui ci avviamo attraverso il paese in direzione della sua casa. Le costruzioni sono costituite in massima parte da case singole, in legno e in muratura attorniate da orti e giardini con molte galline e maiali che girano liberi. Siamo lontani dalla cura e bellezza dei giardini di Bora Bora, il disordine e la confusione imperano un po' ovunque però tutto è molto pulito e nonostante il terreno umido e fangoso i pavimenti sono lucidi. Presenta la sua famiglia e ci fa accomodare nella sala priva di poltrone perché l'usanza è di sedersi direttamente sul tappeto. Offre la bevanda nazionale di Tonga che è la stessa delle Fiji, la cava.
Pare abbia un potere allucinogeno e si ottiene diluendo nell'acqua una polvere ottenuta pestando le radici della pianta del pepe. Il sapore non è esaltante e il potere allucinogeno e sicuramente inferiore a quello dato da una buona bottiglia di barbera. Però fingiamo di apprezzarla per non contrariare il nostro ospite. Finalmente siamo a tavola dove, stavolta senza fingere, gustiamo l'ottimo porcellino allo spiedo con contorni di verdure, insalate e frutta tropicale.
E' stata una serata veramente piacevole in un vero ambiente tongano, sicuramente non fasullo e falsato da esigenze turistiche. Torniamo verso il pontile contenti e riattraversiamo il paese sicuri nonostante l'oscurità e la poco efficiente illuminazione pubblica, la delinquenza è pressoché sconosciuta. Con nostra sorpresa, giunti al pontile, ci accorgiamo che il tender è sparito. E' stato rubato oppure lo abbiamo legato male e il vento lo ha spinto via. Chiediamo un passaggio fino al Toti poi col canotto di Federico proviamo a cercarlo nella baia ma inutilmente. Siamo un po' abbattuti perché il tender è una delle dotazioni indispensabili della barca.
La mattina seguente diamo la notizia via VHF a tutte le barche presenti nel caso qualcuno lo ritrovasse, ma abbiamo veramente poche speranze. Fortunatamente Federico è qui vicino e possiamo utilizzare il suo canotto. Questa mattina ci attende l'immersione al relitto di una nave affondata per un incendio e finita sul fondo della baia.
Due boe gialle distanti tra di loro un centinaio di metri delimitano la prua e la poppa del relitto e ne segnalano la presenza. Scendiamo lungo la cima che unisce una delle boe alla prua, l'acqua è un po' torbida e solo quando abbiamo raggiunto il fondo, a circa 30 metri, ci appare la sagoma del relitto. E' molto ben conservato e le incrostazioni ricoprono soprattutto le alte pareti delle fiancate, mentre il ponte di lavoro con grossi cavi di acciaio e le gru sono ben visibili. Riusciamo a visitarne circa la metà e quando ormai l' autonomia dei respiratori è al limite vediamo il castello di poppa che si presenta ben integro. Lo esploreremo alla prossima immersione. Prima di risalire raccogliamo ostriche e cozze che crescono in abbondanza sulle incrostazioni coralline. Incontriamo molto pesce anche di dimensioni notevoli.
A pranzo tutti sul Pink Jaws, menu: antipasto di ostriche e tagliolini freschi ai frutti di mare, anzi di Pacifico.
I pranzi ben presto diventano dei breefing meteo, si analizzano i bollettini che riceviamo col telex, le carte meteofax di Federico e discutiamo sul percorso delle perturbazioni del Mar di Tasmania e sul momento migliore per lasciare Tonga e fare rotta su Minerva Reef.
L'indomani mattina siamo svegliati da una piacevole sorpresa, una barca di pescatori si avvicina con al rimorchio il nostro canotto. Siamo increduli ci spiegano che lo hanno ritrovato al limite dell'ultimo passaggio verso l'Oceano ed avendo ascoltato il nostro messaggio per VHF ce lo hanno riportato. Chiedo cosa vogliono per riconsegnarlo e sembrano quasi offesi dalla mia richiesta, alla fine, dopo molte insistenze, riesco a fargli accettare almeno una tanica di benzina. Ancora una volta la gente del Pacifico dimostra la sua gentilezza e generosità.
Subito la notizia fa il giro dell'isola e tutti si complimentano per il ritrovamento, soprattutto perché sarebbe stato il primo furto di tender a Vavau. Sicuramente non avevamo legato bene la cima al pontile.
La seconda immersione sul relitto è la più bella ed emozionante. Ci immergiamo direttamente sulla poppa e oggi l' acqua è un po' più limpida, siamo in alta marea. Le sospensioni che la rendono torbida sono dovute proprio ai flussi e riflussi della marea. Raggiungiamo subito il castello di poppa ed entriamo attraverso una porta divelta in un ampio locale che dai numerosi piatti e pentole presenti doveva essere la mensa. All'interno l'acqua diventa molto limpida, perché il tetto impedisce alle sospensioni di penetrare e renderla torbida. Federico ci segue dall'esterno e con la sua potente lampada si affaccia da uno degli oblò, ha un po' di timore ad entrare nel cuore della nave. I passaggi sono molto larghi e ben liberi e Vitto dopo una iniziale titubanza mi segue da vicino. Attraverso una botola entriamo nel ponte di comando e alcuni impianti sono ancora ben definiti come il timone e la plancia con le leve del gas.
Le sospensioni presenti nell'acqua impediscono ai raggi del sole di penetrare fino a questa profondità e la penombra rende ancora più grigio e sinistro l' aspetto del relitto e l' immersione si fa più emozionante. Con evidente sollievo di Federico usciamo dal dedalo di cabine e saloni della nave e scendiamo tutti insieme fino a quasi 40 metri per ispezionare la grande elica ancora intatta e ricoperta da incrostazioni e in poco tempo riempiamo la rete di ostriche e altri frutti di mare. Il computer segnala che siamo già in zona di decompressione e un po' a malincuore iniziamo la risalita. Mentre ci avviciniamo alla superficie la luce e la visibilità aumentano e la sagoma del relitto diventa prima una macchia scura poi sparisce inghiottita dal grigiore dell'acqua torbida. La decompressione sarà più lunga del solito poiché la nostra permanenza sul fondo e la profondità raggiunta sono state superiori. Federico che utilizza una bombola meno capiente della nostra ne ha preventivamente lasciata una piena alla profondità di meno tre metri per poter completare senza problemi la sua decompressione. Quando risaliamo sul tender dove ci attende Franco il cielo azzurro e il sole splendente quasi ci accecano. E' stata veramente un'immersione bella, interessante e anche molto emozionante. Utilizziamo il nostro compressore per la ricarica con sommo piacere per i vicini che alla fine dell'operazione escono in coperta ad applaudirci.
Siamo ormai al 4 di Novembre ed è tempo di pensare alla partenza. Dedichiamo il pomeriggio all'approvigionamento viveri setacciando tutti i piccoli magazzini di Neiafu alla ricerca di acqua minerale e vino che qui sono molto rari. Li troviamo dal solito cinese che gestisce uno store.
La sera ultimo aperitivo al Bounty bar dove raccogliamo da un neozelandese le ultime informazioni sul Minerva Reef.
Con Federico e Sandro decidiamo di fare le pratiche di uscita domani mattina e dopo averle espletate visiteremo un ultimo ormeggio da dove poi salperemo per il Minerva Reef.
Impieghiamo quasi tutta la mattina per le pratiche d'uscita poi dopo una decina di miglia percorse a motore, per ricaricare a fondo le batterie gettiamo l'ancora in un vero e proprio paradiso, finalmente sotto un cielo terso ed un sole forte e caldo. L'acqua è talmente limpida che il fondo di sabbia bianca sembra così vicino da farci dubitare della profondità segnata dall'ecoscandaglio. Due piccole isole verdissime delimitano un ampio reef di fronte al quale siamo ancorati. Con Federico decidiamo subito per un immersione sulla parte esterna del reef dove l' acqua è più blu e profonda. Questa volta viene anche Sandro che dice di aver avuto una dritta da alcuni amici spagnoli circa la presenza di aragoste in questa zona.
Grazie all'alta marea passiamo sopra al reef senza fare il giro dell'isola come invece faremo al ritorno. L'acqua al solito è caldissima e molto limpida, per noi poi reduci dalle immersioni nella torbida baia sembra ancora più trasparente. Le formazioni coralline sono gigantesche e ricoprono variopinte tutto il fondale, c'è una gran quantità di pesce, non superiamo mai la profondità di venti metri per poter stare il più a lungo possibile sott'acqua a godere di questo incredibile spettacolo della natura. Quando il manometro segna meno di 50 atmosfere risaliamo attorno ai 3\4 metri ed iniziamo la ricerca delle aragoste nel fondo delle cavità e degli anfratti più bui. Mi avvicino ad una piccola grotta formata da roccioni sovrapposti e un occhio mi scruta illumino con la pila e l'adrenalina sale come una frustata, è uno squalo lungo un paio di metri forse più spaventato di me, comunque pare tranquillo e inoffensivo, tanto che penso di fare uno scherzo a Vitto che in fatto di squali è molto impressionabile. Gli faccio un cenno segnalandogli la presenza di un grosso pesce all'interno della spaccatura, si avvicina subito e come mette dentro la testa schizza via velocissimo e spaventato. Federico che è un vero segugio nel trovare le aragoste ne avvista due in un anfratto non molto profondo e dopo vari tentativi riesce a prenderle entrambe, sono di dimensione notevoli e già me le vedo belle e pronte in padella.
Risaliamo sul canotto e visto che la marea è scesa dobbiamo circumnavigare l' isola per arrivare alle barche. La bellezza del posto è tale che decidiamo di saltare il pranzo, faremo un pasto unico questa sera a bordo del Toti. Col nostro tender sbarchiamo su una delle due isolette, ci incamminiamo lungo la spiaggia e muovendo la sabbia sulla battigia scopriamo che è piena di arselle e ne raccogliamo parecchie.
Appare disabitata, a volte si incontrano tracce di recenti barbecue probabilmente fatti durante qualche festa, ci inoltriamo ma la vegetazione è così fitta che dobbiamo desistere e accontentarci della spiaggia. Con la maschera esploriamo i fondali bassi e con piacevole sorpresa scopriamo che le rocce sono ricoperte di grosse ostriche e cozze naturalmente facciamo razzia. Così il nostro vivaio improvvisato con una rete appesa a poppa in acqua e già pieno di arselle diventa ancora più ricco.
Non c'è nessun'altra barca alla fonda all'infuori di noi, sono talmente tanti gli ancoraggi che difficilmente si trovano baie affollate, con l'eccezione naturalmente di Neiafu dove tutti si recano per i rifornimenti.
Torniamo a bordo nel tardo pomeriggio e dopo un aperitivo e un po' di relax in pozzetto ad ammirare uno splendido tramonto ci trasferiamo a bordo del Toti dove Federico ha cucinato sapientemente le aragoste.
Al contatto radio con Pierluigi siamo tutti riuniti a tavola e il nostro amico radioamatore non riesce a nascondere una punta d'invidia nell'augurare buon appetito.
Lauretta è in atterraggio a Suva ma comunica di aver subito una seria avaria agli agugliotti che sostengono il timone, riuscirà tuttavia ad arrivare in porto senza problemi. La riparazione sarà invece più laboriosa e difficile ma alla fine tutto si sistemerà.
Se non fosse così prossima la stagione dei cicloni saremmo tentati di rimanere qui ancora qualche giorno, ma è tempo di partire.
Le carte meteo e i bollettini sono favorevoli domani si parte, prima il Toti poi noi ed infine il Mowgli. I nostri amici hanno sempre avuto vento durante le traversate quindi confidiamo nella loro fortuna sperando che la nostra proverbiale"sfiga", almeno per questa volta, ci abbandoni. Purtroppo succede il contrario e per la prima volta Federico e Sandro si trovano a combattere con le ariette tipiche delle nostre traversate del Pacifico. Noi siamo abituati a sfruttare anche gli aliti più leggeri, in modo da conservare il più a lungo possibile la riserva di gasolio. Gli altri invece accendono le macchine per coprire velocemente le 350 miglia che ci dividono dal Minerva Reef. Quando a noi mancano ancora 100 miglia il Toti è già arrivato e il Mowgli, partito 12 ore dopo di noi, ci ha quasi raggiunto.
CAPITOLO
UNDICESIMO
"MINERVA REEF"
Il Minerva Reef è formato da due atolli distanti tra loro una ventina di miglia. Costituiscono la sommità di due antichi vulcani , il reef che delimita il cratere emerge solo durante la bassa marea. Noi abbiamo scelto per la sosta l'atollo Sud. Quando arriviamo, la mattina del 9 novembre, è l'inizio della bassa marea, le rocce del reef ancora non si vedono affiorare ma seguendo l'onda frangente troviamo facilmente la passe. L'entrata negli atolli è emozionante si ha sempre l'impressione di non poter trovare la passe poi quando la si identifica, pur sicuri, si ha paura di toccare il fondo con la chiglia.
Dentro l'acqua è trasparente e calma ci sono una decina di barche, ma lo spazio è talmente vasto che non si notano nemmeno. La circonferenza dell'atollo è di 16 miglia circa, diamo fondo vicino al Toti, in 10 metri di profondità su un fondale di sabbia. Dopo un'ora arriva anche Sandro che si ancora non lontano da noi. Dobbiamo scendere subito perché la terra rimane emersa solo per tre ore poi l'Oceano ricopre tutto. Sono le nove del mattino e possiamo rimanere sul reef fino a mezzogiorno. Mentre ci avviciniamo a riva sotto il gommone vediamo scorrere grosse teste di corallo che si innalzano dal fondo sabbioso. La parte emersa si presenta disseminata di grosse pozzanghere dentro le quali rimangono spesso imprigionati pesci e granchi. Attraversiamo il reef ormai completamente emerso e largo tre o quattrocento metri. Mentre camminiamo scopriamo che dappertutto ci sono ostriche, tridacne, cozze e altri tipi di frutti di mare. Nella fretta di scendere a terra non abbiamo portato nemmeno un coltello, ci rifaremo la prossima volta. Abbiamo però le maschere subacquee e visitiamo le spaccature aperte verso l'Oceano, l'acqua è molto limpida e profonda solo un metro e mezzo, nella parte che rimane sotto squadra alla roccia troviamo vere colonie di aragoste, con esemplari di tutte le dimensioni. Federico aveva già visto qualcosa di simile a Suwaroff un atollo delle Coock, ma qui sono molto più abbondanti. In breve tempo ne peschiamo una mezza dozzina scegliendo quelle medio grandi e ributtando in mare le femmine piene di uova. Sembra di fare la spesa in pescheria tanto sono facili da prendere. L'acqua lentamente comincia a rifluire e a coprire il reef è ora di rientrare a bordo, domani torneremo più attrezzati.
Quando la marea è alta il nostro ancoraggio assume un aspetto incredibile, sparendo infatti la terra sembra di essere alla fonda in pieno Oceano con nessuna protezione a difenderci dalla sua forza, invece solo una corta onda riesce ad entrare nella laguna anche nel massimo dell'alta marea. Siamo sulla sommità di una montagna che sprofonda la sua base nell'oceano fino a 3\4000 metri .
Un'aragosta per barca per il pranzo il resto viene conservato per il cenone a bordo del Toti. Con la nostra preparo una megaspaghettata che porta alle stelle il morale dell'equipaggio del Pink Jaws.
Dopo breve consultazione via radio con Federico decidiamo di andare a prendere anche un bel pesce per variare il menu della sera. Ci avviamo così col canotto verso l'esterno della passe. Da questo lato del reef il mare è più calmo e solo un'onda lunga ogni tanto ci solleva. Ci ancoriamo al limite del precipizio subacqueo e con un solo fucile a elastico in mano a Federico scendiamo in acqua in apnea. Lo spettacolo è grandioso nuotano accanto a noi, per niente intimorite, enormi cernie tropicali, troppo grosse per essere arpionate, nuvole di pesci colorati, notevoli dentici, snapper, barracuda, branchi di carangidi, tartarughe, angelfish, napoleoni, insomma una fauna incredibilmente numerosa che mai avevo visto nelle precedenti immersioni tropicali. Rimaniamo un po' storditi da questo scenario e per quasi un'ora nuotiamo senza decidere quale pesce prendere. Alla fine la scelta cade su un grosso dentice di 7\8 chili. Ci accordiamo con Federico che deve sparare, io risalgo sul canotto per recuperare la preda mentre Vitto rimane in acqua per aiutare a issare velocemente il pesce. Tutti questi accorgimenti perché, pur non avendone visti, sappiamo che la presenza di squali è certa e questi animali quando sentono le vibrazioni di un pesce ferito e annusano l'odore del suo sangue si eccitano e diventano pericolosi. Seguo la scena dal gommone, vedo Federico prendere la mira e arpionare il dentice, in un baleno Vitto mi passa l'asta e lo isso. In un attimo anche loro due sono a bordo e attraverso il visore sub vediamo tre grossi squali che nuotano veloci sul fondo sotto di noi, sono arrivati in ritardo, il dentice è ormai in salvo e quasi in forno.
Mentre rientriamo dalla pesca scambiamo le impressioni di questo primo contatto col mondo subacqueo del Minerva Reef, mi aspettavo sì una cosa fantastica ma non fino a questo punto, programmiamo per domani, dopo la visita a terra, un'immersione con le bombole lungo la parete esterna del reef. Questa prima giornata nell'atollo è stata lunga e piacevolmente faticosa, ci concediamo quindi un paio d'ore di relax prima di affrontare il cenone sul Toti. Siamo scesi un po' a Sud e la temperatura di conseguenza si è leggermente abbassata anche se siamo sempre intorno ai 24 gradi, mi consolo leggendo i telex che arrivano da casa dove l'inverno è ormai cominciato e la nebbia e le basse temperature imperano in tutto il Nord Italia.
Il dentice è talmente grosso che per farlo entrare in forno devo purtroppo tagliarlo in due parti, lo cucino al cartoccio con aglio, vino bianco e acqua di mare. Quando il pesce è fresco e buono non ha bisogno di altri ingredienti per esaltarne il sapore. Anche l'aragosta viene solo scottata e cotta brevemente in acqua bollente, il metodo migliore per gustarne la carne bianca e lasciargli la sua morbidezza, la troppo cottura la rende dura e legnosa.
Pensavamo di rimanere solo un paio di giorni, ma vista la straordinaria e unica bellezza dell'atollo resteremo almeno una settimana, anche perché lungo la rotta per la Nuova Zelanda stanno transitando le ultime perturbazioni dell'inverno australe e dunque è preferibile aspettare in questo paradiso un meteo più favorevole.
Il tramonto ha il sapore dei tanti visti in navigazione col sole che scompare nel mare col cielo infuocato, però stavolta siamo ben ancorati nella laguna.
La grande cena è dedicata ai festeggiamenti per questa splendida sosta e anche per il compleanno di Federico. Iniziamo con antipasto di aragosta all'algherese, preparato da Renata con pomodori e cipolle, poi il primo di Federico un riso al curry e aragosta anche questo con cipolle per la gioia di Franco che le detesta e finora ha mangiato solo pane. Finalmente anche per lui un po' di felicità col dentice al forno e l' aragosta nature preparata da me. Il buon vino australiano acquistato a Neiafu accompagna la cena e tutta la serata molto simpatica con Sandro che si esibisce alla chitarra cantando in duetto con Fulvia.
La mattina seguente partiamo agguerriti per la visita sul reef. Sandro, Vitto e Federico si mettono la muta per proteggersi non dal freddo ma dalle appuntite rocce delle spaccature. Gli altri me compreso faranno servizi video e fotografici. Prendiamo ben quindici aragoste, cinque saranno devolute in beneficenza a una barca americana e ad una inglese.
Visitiamo quasi tutte le pozze d'acqua presenti in questa parte del reef e in ognuna scoviamo aragoste. Troviamo anche delle grosse lumache di mare che Sandro assicura essere molto tenere e gustose. L'antipasto lo consumiamo lungo il reef aprendo le ostriche e mangiandone il frutto veramente prelibato. E' poi la volta delle tridacne grosse bivalve di cui si apprezza soprattutto il grosso muscolo che tiene unite le due conchiglie, é grosso come un dito e si affetta come un salamino è dolce e tenero. Restiamo sul reef tutto il tempo possibile e incontriamo anche diversi altri equipaggi alcuni dei quali sono scesi addirittura a fare footing.
C'è anche una grossa colonia di uccelli che vivono sull'atollo e depositano le uova sulle poche rocce che non vengono completamente ricoperte dalla marea. Trovano facile preda nei pesci che rimangono imprigionati nelle buche piene d'acqua. Al nostro ritorno al canotto ci attende una grossa razza che si è posata sulla sabbia bianca proprio sotto la prua, nonostante la nostra presenza, le foto e l'entrata in acqua non si muove finché non vado a toccarla e a sollevargli un'ala solo allora decolla dalla sabbia ed elegante e lenta si sposta di una decina di metri. Dopo il lauto antipasto sul reef preparo solo una leggera spaghettata al pomodoro. Dobbiamo riposare perché nel pomeriggio ci attende l'impegnativa immersione al di là della passe.
Anche Sandro viene con noi, ancoriamo il canotto nello stesso punto dell'altra volta e senza fucile ci immergiamo. Il fondo ricoperto di formazioni coralline al solito coloratissime e piene di pesci multicolore prosegue verso l'esterno con una leggera inclinazione, quasi pianeggiante poi improvvisamente si apre una vallata tra due alte rocce e il reef sembra precipitare nel blu intenso della profondità dell'oceano. Come iniziamo a scendere oltre alle enormi cernie e ai grossi pesci si presenta verso il largo uno spettacolo mozzafiato, tra le due rocce all'esterno in acqua libera nuotano lenti e guardinghi un numero incredibili di squali, saranno trenta quaranta forse di più. Visti così tutti insieme non sembrano molto grandi, infatti segnalo a Vitto che sono sì tanti ma anche un po' piccoli, lui mi guarda incredulo. Capisco l'errore di valutazione quando se ne avvicina uno a curiosare e posso raffrontare la sua dimensione con una cernia, sono sicuramente lunghi anche più di tre metri. Scendiamo lungo la parete e loro si mantengono a una ventina di metri da noi, nuotano tranquilli ma non li perdiamo mai di vista e loro fanno la stessa cosa con noi. Teniamo in mano il coltello perché a Papeete ci hanno spiegato che in caso attacco o di avvicinamento troppo interessato bisogna colpirli sul naso oppure urlare quando si dirigono verso di noi per fargli cambiare direzione. Per fortuna non dobbiamo sperimentare questi strani metodi di difesa. Comunque in questi posti così ricchi di fauna è molto improbabile che attacchino dei subacquei, a meno che non si stia pescando. Allora potrebbero eccitarsi per il pesce ferito e nel tentativo di azzannarlo provocare danni anche a noi. Ci abituiamo presto alla loro presenza e comprendiamo che è solo curiosa e pacifica, scendiamo fino a 40 metri e incontriamo esemplari giganteschi di cernie e anche delle grosse murene, peccato che la mia Nikonos sia a Milano in riparazione. Finiamo l' aria quasi senza accorgerci del tempo trascorso, risaliamo e Franco sul canotto avendo seguito tutta la scena dall'alto è forse il più spaventato. Una volta a bordo scarichiamo la tensione con delle grosse risate e gli apprezzamenti per questa incredibile e stupenda immersione si sprecano. Anche Federico che ha esplorato i fondali di molti atolli ci conferma che uno scenario come questo non lo aveva mai visto. E' stata tanto l'eccitazione che ne parleremo per giorni e giorni anche alla radio. Sono 25 anni che faccio immersioni un po' in tutto il mondo dal Mar Rosso ai Caraibi, dall'Australia alla Polinesia ma l'emozione di nuotare con una fauna così ricca e libera da qualsiasi paura nei confronti dei sub non l'avevo mai provata. Bisogna tenere conto che questo atollo è veramente sperduto in mezzo all'Oceano e le poche barche che si fermano lo fanno solo due volte l'anno cioè all'inizio e alla fine della stagione dei cicloni e di queste solo pochi equipaggi si avventurano in immersioni all'esterno del reef. I pesci quindi non hanno modo di spaventarsi e rimangono spesso incuriositi ad osservare le evoluzioni di quelle strane creature che sono per loro i sub.
Tanti squali così, tutti insieme nessuno di noi li aveva mai visti, sono veramente belli e stupendi nella loro sagoma sinistra e poderosa se non fossero così crudeli e spietati nella loro natura di cacciatori assassini e voraci, verrebbe voglia di avvicinarli e accarezzarli. Ma le belve si sa andrebbero viste solo allo zoo per non rischiare, comunque in nessun momento durante l'immersione mi sono sentito in pericolo, forse perché l'aggressività e l'ostilità degli animali, quando si è nel loro ambiente naturale, è un qualcosa che si percepisce per tempo, che si può anticipare e conoscere o forse più probabilmente abbiamo solo avuto fortuna perché i nostri amici avevano già pranzato.
Alle cinque del pomeriggio organizziamo un the con biscotti e breefing meteo a bordo del Pink Jaws. Le carte meteo e i nostri bollettini telex indicano diverse depressioni sulla nostra rotta, una in particolare dovrebbe passarci sopra nei prossimi giorni e portare un vento di burrasca da Nord Ovest. Dovremo quindi spostarci nella parte Nord occidentale dell'atollo essendo per ora ancorati nella parte Sud Est per meglio contrastare l'Aliseo. Nonostante la priorità del breefing meteo, il discorso ricade sull'immersione appena fatta e decidiamo di ripeterla domani prima che il mare troppo grosso ci impedisca di uscire dalla passe col canotto.
Stasera ognuno cena sulla propria barca poi appuntamento sul Toti per veder un paio di film in cassetta. Tanto per cambiare insalata di aragosta, risotto col pesce avanzato ieri e lumaconi bolliti, prelibatezze da tre stelle guida Michelin. Dopo il primo film siamo tutti in trance, addormentati sul comodo divano del Toti e fatichiamo non poco a trovare la via del ritorno.
Oggi la terra emerge verso le undici del mattino quindi preferiamo anticipare l'immersione alle nove. Ci accompagna anche Renata e a Franco viene affidato il compito di cameramen subacqueo di superficie, deve cioè riprenderci con la telecamera impermeabile di Federico. Vista la trasparenza dell'acqua dovrebbe risultare un buon filmato. Ci immergiamo come al solito lungo la parete verticale passando per la vallata tra le due grosse rocce, solita danza di cernie e pesci vari ma nessuna traccia di squali, non so se gioire o lamentarmi per la sfortuna. Solo un enorme pesce, lungo quasi tre metri, con una strana faccia da barracuda e un corpo da tonno ci osserva a distanza per tutta l'immersione. Prima di risalire compiamo un po' di evoluzioni sotto la telecamera per ravvivare il filmato. Rientrati in barca abbiamo solo il tempo di cambiarci perché il reef è quasi completamente emerso e dobbiamo quindi subito recarci a terra. Oggi niente aragoste, dopo tre giorni bisogna variare il menu. Esploriamo comunque la parte del reef che non avevamo ancora visitato e raccolgo un bel numero di lumaconi, ostriche, tridacne.
Nel pomeriggio ci sposteremo sul lato Nord Ovest dell'atollo. Dopo una spaghettata condita a crudo con i frutti di mare tritati, accendiamo il motore salpiamo e seguiamo il Toti fino al nuovo ancoraggio. Dobbiamo evitare alcune grosse teste di corallo che sono ben visibili macchie scure nell'azzurro chiaro dell'acqua. Il vento è già girato a Nord Ovest ma soffia ancora leggero lo aspettiamo forte per la notte. Cena sul Toti con proiezione del film girato da Franco. Lo schermo comincia a diventare arancione scuro e si sentono nel sottofondo le voci dello stesso Franco e di Renata poi tutto si muove e si ribalta e appaiono per un attimo le nostre evoluzioni subacquee, poi di nuovo tutto arancione. Ci mettiamo un po' a capire che il colore apparso sullo schermo è quello del fondo rigido del canotto, praticamente il cameramen aveva invertito i comandi, filmava quando riponeva la telecamera e spegneva invece quando doveva riprendere. Finisce tutto in una grossa risata con Franco che inizialmente ci rimane male ma poi anche lui partecipa al buon umore generale.
Nel frattempo il vento è salito notevolmente e il rumore delle onde che frangono sul reef diventa assordante. Ritorniamo a bordo del Pink Jaws e mettiamo in forza una seconda ancora, l'ammiragliato. L'operazione è un po' laboriosa perché il vento supera ormai i 40 nodi e alza all'interno della laguna una fastidiosa onda di circa un metro che rende difficoltosa l'avanzata del canotto e quasi ci impedisce di calare l'ancora.
Durante la notte il vento arriva fino a 50 nodi e oltre, ogni tanto mi alzo a controllare la tenuta dell'ancoraggio che grazie alla nostra potente Delta non si sposta di un millimetro. La mattina soffia ancora con forza di burrasca e fuori il mare è enorme con onde alte e frangenti che scaricano tutta la loro potenza sul reef. Solo nel pomeriggio cala un po' e si stabilizza sui 30 nodi. Riunione sul Toti per il the, l'analisi della carta meteofax più recente conferma il bollettino di previsione che abbiamo ricevuto via telex, la depressione ci sta superando quindi entro 12 ore la burrasca terminerà. Sono segnate altre depressioni sul mare di Tasmania e probabilmente qualcuna la incontreremo sulla rotta verso la Nuova Zelanda. Sandro il più prudente vorrebbe rimandare la partenza di qualche settimana, Federico è indeciso ma io non ho dubbi, domani si parte. Tanto penso che in qualsiasi caso una sventolata, andando a Sud, ce la dobbiamo prendere per forza, poi uscendo dall'Aliseo l'unica possibilità di avere vento è proprio quella di incontrare una perturbazione.
La mattina siamo quasi in calma di vento, recuperiamo l'ammiragliato e salpiamo anche l'altra ancora per spostarci nella parte Sud dell'atollo che ancora non abbiamo visitato. Ultima scorpacciata di ostriche e frutti di mare, per le aragoste non c' è più tempo, nel pomeriggio è fissata la partenza. Grazie alle super attrezzature del Toti dotato di un bellissimo desalinizzatore capace di 80 litri\ora rabbocchiamo i serbatoi e poiché l'acqua così prodotta è pura, potabile e di sapore gradevole riempiamo anche una trentina di bottiglie ex Evian da bere durante la traversata. Federico ha montato un grosso generatore e soprattutto un ottimo riscaldamento che gli sarà molto utile scendendo a Sud verso Opua nostra prima destinazione in Nuova Zelanda. Ricambiamo la sua cortesia ripulendogli la carena visto che non può entrare in acqua a causa di una ferita ad un piede. Si è procurato un taglio profondo saltando l'altra sera nel canotto a piedi nudi e atterrando pesantemente sopra la piccola e tagliente ancora tipo Danfhort. Con un'operazione degna di Rambo si è suturato la ferita da solo senza anestesia e si è fatto pure le punture di antibiotico per eliminare i pericoli di infezione. Complimenti!
Federico e Sandro sono ancora incerti sulla partenza vorrebbero avere la sicurezza di non incontrare depressioni, cosa quasi impossibile scendendo a Sud, Sandro vorrebbe addirittura aspettare un'alta pressione che attualmente si trova a Ovest dell'Australia nell'Oceano Indiano.
Prima di partire preparo il pane per i primi giorni di navigazione e un po' di pizza per la notte. Salutiamo tutti, fissiamo un contatto radio e ci diamo appuntamento a Opua.
Usciamo dalla passe, ben visibile per la bassa marea, alle 15 del 16 Novembre, fuori il mare è liscio e oleoso, ci si specchia. Dopo un'ora stiamo ancora aggirando l'atollo e vediamo altre due barche uscire dalla passe, sono il Toti e Il Mowgli, finalmente si sono decisi, lasciamo aperto il VHF sul canale 12 per poter comunicare in ogni momento.
I primi due giorni le condizioni sono abbastanza deprimenti, il vento è completamente assente la navigazione è a motore, procediamo 1500 giri per ridurre al minimo il consumo, ma se non arriva almeno un alito non ce la faremo a coprire tutta la distanza, il gasolio non sarebbe sufficiente. Finalmente una brezzolina ci permette di issare spi leggero e carbonera, possiamo spegnere il motore. Procediamo a 3 nodi qualche volta a 4. Gli altri non abituati al vento leggero, anche perché il Toti pesa 20 tonnellate, continuano a motore confidando di trovare vento favorevole più avanti. Io preferisco navigare a vela anche con le bavette, la nostra barca è però meno pesante e con le vele leggere di cui dispone gli bastano pochi nodi di vento per muoversi. Ricorriamo all'utilizzo del motore solo durante le normali ore di ricarica delle batterie.
Le nostre rotte si dividono Sandro e Federico puntano più a Ovest per poter meglio contrastare un'eventuale burrasca da Sud Ovest noi invece decidiamo per una rotta diretta se incontreremo una sventolata da SW la combatteremo. Rimaniamo fanalini di coda ma risparmiamo un bel po' di carburante.
La cambusa non è nelle migliori condizioni, la prolungata sosta al Minerva Reef, che in origine avevo previsto di due giorni, ha avuto come effetto di spazzare via quasi tutta la verdura fresca e la frutta.
Anche il vino è ormai centellinato quasi fosse un Cognac invecchiato. Non abbiamo esagerato con la spesa perché sappiamo che la dogana Neozelandese sequestra e distrugge tutte le scorte alimentari importate con le barche.
Il meteo del 20 Novembre annuncia l'approssimarsi di una perturbazione che porterà prima vento da Nord Ovest 30\40 nodi poi girerà come al solito a Sud Ovest molto meno forte. Infatti prima iniziano ad arrivare grosse onde da Nord Ovest poi un bel 25 nodi di Mistral, diremmo se fossimo in Costa Azzurra. Prendiamo una mano alla maestra, issiamo lo yankee e finalmente il Pink Jaws vola col vento al traverso. Come annunciato arriva a forza di burrasca e viaggiamo veloci con due mani e il fiocco più la mezzana piena e la trinchetta. Il mare al traverso è enorme, le onde sono altissime e spesso frangenti, siamo contenti e speriamo che duri ancora qualche giorno e ci permetta di arrivare a vela. Il Toti e il Mowgli grazie alla risalita verso ovest adesso possono tenere un'andatura più larga rispetto alla nostra e navigare un po' più tranquilli. Comunque la nostra velocità è superiore e recuperiamo le miglia perse mentre loro procedevano a motore.
La vita a bordo è un po' scomoda e di notte il freddo si fa sentire. In Nuova Zelanda la primavera è iniziata ma le temperature sono ancora basse, di notte il termometro scende attorno ai 15 gradi, dopo tanto tempo dobbiamo dormire spesso con la tuta visto che le coperte, acquistate a Neiafu nei fondi di magazzino di un cinese, non sono sicuramente tra le più pesanti e calde.
Quando mancano 150 miglia all'arrivo il vento cala improvvisamente e gira a Sud Ovest, il cielo si copre e comincia a piovere. Col mare grosso residuo della burrasca non riusciamo a sfruttare il vento leggero perché le onde arrestano la barca, ma ormai siamo a tiro di gasolio. Accendiamo le macchine, rande cazzate al centro, 1500 giri e affidiamo il comando a Braga due, il nostro fidato pilota automatico.
La mattina il mare diminuisce notevolmente e rimane solo un'onda lunga, anche il cielo si apre e un sole abbastanza caldo ci asciuga dall'umidità accumulata durante la notte. Siamo in calma piatta e incrociamo sulla rotta il Toti che avendo quasi esaurito la sua riserva di carburante è fermo in attesa che si alzi un po' di vento. Non possiamo rimorchiarlo perché anche noi siamo al limite e rischieremmo di esaurire la scorta di gasolio .
Ci scambiamo i saluti e proseguiamo. Oggi è il 23 Novembre e alle 16.00 è un momento storico, avvistiamo la Nuova Zelanda.
Incontriamo un grosso cargo e siamo quasi tentati di chiedere del gasolio, ma se i nostri calcoli sono esatti non dovremmo avere problemi.
Tanto per non cambiare le abitudini ci attende un atterraggio notturno, però qui siamo tornati nel mondo civile e moderno quindi tutto è ben segnalato da fari e luci che indicano facilmente la rotta per raggiungere Opua che si trova al fondo di una baia tortuosa e piena di isole.
Sfruttiamo la brezza per entrare nella prima parte della grande Bay of Islands poi affrontiamo a motore il canale che ci condurrà a Opua. Sono le due del mattino quando diamo fondo nell'ampia laguna, non lontani dal grande pontile per le navi e gli yacht. Siamo stanchi ma col morale alle stelle, questo è un vero traguardo per noi, un punto di arrivo. Diamo via radio agli amici la notizia del nostro arrivo e siamo contenti nell'apprendere che finalmente è arrivato un po' di vento anche da loro.
Una notte calma e tranquilla, la barca è talmente immobile che sembra di essere in secca.
CAPITOLO
DODICESIMO
"LA NUOVA ZELANDA"
La mattina alle otto ci dà il benvenuto Thierry, un simpatico francese conosciuto via radio e proprietario di un catamarano di 15 metri. Per non smentire la sua origine ci regala una baguette per la colazione e consiglia di andare al più presto al pontile della dogana per le pratiche d'entrata senza l'espletamento delle quali è severamente proibito scendere a terra. Salpiamo e in una decina di minuti attracchiamo in seconda fila al grande molo. La marea ha un'escursione di più di due metri quindi il pontile è altissimo e bisogna mettere le cime di ormeggio in maniera che scorrano sui pali per seguire il livello del mare. Il primo ad arrivare è un agente della dogana che controlla i documenti della barca e quello attestante l'uscita da Tonga poi compila una importazione temporanea del Pink Jaws che concede un anno di permesso senza pagare le tasse di importazione che sono il 25% del valore, stimato da loro, dell'imbarcazione.
Può essere concessa una proroga massima di sei mesi poi bisogna uscire dal paese o pagare la tassa.
Sale a bordo l'ufficiale dell'immigrazione che timbra i passaporti e passa al setaccio la cambusa, ormai desolatamente vuota, sequestra tutto lo scatolame rimasto dalle Canarie, patate, cipolle e perfino un potente insetticida israeliano che avevamo acquistato a Bonaire. Ci consegna poi un depliant con tutte le informazioni concernenti le zone di ormeggio, i divieti, i numeri telefonici e fax di tutte gli uffici doganali e anche le informazioni turistiche e di collegamento con Auckland. Dopo due ore e mezza di burocrazia neozelandese possiamo scendere a terra.
Il Toti è arrivato e attende la dogana mentre il Mowgli è all'entrata della baia, quindi prossimo alla meta.
Come prima cosa tiro fuori da un gavone la vecchia stufetta elettrica e con un lungo cavo riusciamo ad attaccarci ad una presa di corrente, nonostante la lunga vacanza non ci tradisce e funziona perfettamente, nota positiva soprattutto per la notte.
Quello che più sorprende allo store, dove andiamo per rifornire la cambusa per qualche giorno, è l'esposizione sui banchi di cestini di fragole a volontà. Dopo due mesi passati al tropico ne avevamo dimenticato l'esistenza e il sapore, in Nuova Zelanda sono coltivate solo nella stagione giusta e non nelle serre, tutto l'anno, come da noi per cui sono buonissime. Naturalmente non possiamo esimerci dall'acquistare kiwi e mele che sono quasi l'emblema del paese.
Oggi il tempo è variabile e quando esce il sole è forte e caldo ma se sparisce dietro le nuvole l'aria si fa fresca e frizzante. La Bay of Islands è un insieme di quasi 300 isole con moltissimi stupendi ancoraggi, dove le colline verdissime ricoperte spesso da foreste di pini scendono fino al mare. Sembra un paesaggio alpino quello che solitamente da noi si trova sui 1500 metri di altitudine con laghi, foreste e prati verdi. Però siamo a livello del mare e i laghi, pur essendo numerosi all'interno, sono qui costituiti dai fiordi e dalle baie tortuose che penetrano la costa per parecchie miglia. Opua è un paesino di poche case collegato con Paihia il centro vicino più grande con un servizio di taxi e piccoli bus.
Molti equipaggi di giramondo hanno scelto di passare l'estate in Nuova Zelanda, lontano dai cicloni del tropico, quindi le barche sono numerose e di varie nazionalità. La rotta per arrivare fino a qui è stata per tutti, abituati all'Aliseo, dura e difficile e molti appaiono stanchi e provati ma anche soddisfatti e appagati. Anche noi lo siamo, un posto più lontano di questo è impossibile da raggiungere in barca. Questa terra è così affascinante e ricca di paesaggi bellissimi e contrastanti da meritare un periodo di sosta ben più lungo di quello normalmente dedicato agli altri luoghi visitati. La gente è molto simpatica e cordiale, sono praticamente degli inglesi che hanno perso la loro tipica arroganza e superbia per farsi conquistare dalla gentilezza e disponibilità polinesiana. I Maori, gli antichi abitanti, sono ancora presenti in numero elevato e sono abbastanza inseriti nel tessuto sociale ed economico del paese al contrario di quanto avviene nella vicina Australia, dove gli aborigeni sono emarginati e vivono di sussidi consumando la loro esistenza nei pub abbruttendosi con l'alcool. Ciò che più piacevolmente colpisce di questo paese è la poca densità della popolazione. Infatti su un territorio vasto come l' Italia abitano poco più di 3.300.000 persone di cui buona parte risiede a Aukland, se pensiamo che da noi ne vivono più di 55.000.000 più gli extracomunitari non censiti, ogni altro commento è superfluo.
Percorrendo la strada costiera che porta a Wangarei, tortuosa e spesso sterrata, ci addentriamo in paesaggi veramente incredibili. Le colline si susseguono coperte di foreste o libere in pascoli verdi punteggiati da greggi di pecore e da moltissimi bovini, ruscelli e torrenti scorrono ovunque e ad ogni curva ci si affaccia su una nuova baia o su un profondo fiordo. Ogni tanto si incontrano delle fattorie sperdute e distanti tra loro decine di chilometri . Il traffico è quasi inesistente ed aumenta un po' quando ci immettiamo sulla strada principale. Wangarei è una bella cittadina nata al fondo di un grande fiordo che ne costituisce anche il porto. Vi ci siamo recati per recuperare un pezzo di ricambio per un amico e per vedere se i prezzi di rimessaggio sono migliori che a Opua. La cantieristica soprattutto per il diporto è molto sviluppata e professionalmente ben organizzata. Vi si trovano officine, cantieri, magazzini in grado di rifornire tutti i pezzi di ricambio e prestare ogni tipo di assistenza, dalla meccanica all'elettronica.
I prezzi della manodopera sono convenienti ma i materiali e gli apparecchi elettronici costano come da noi se non un po' più cari. Dopo le visite ai cantieri rimaniamo dell'idea iniziale di lasciare il Pink Jaws a Opua nell'unico cantiere presente e dotato di una grossa gru fissa.
Il centro della città è molto vivo e pieno di negozi anche di grandi firme italiane. La stranezza è costituita dalla completa assenza di palazzi, le case e le costruzioni sono al massimo di due piani e si estendono quindi in lunghezza anziché in altezza e come si esce dal centro vero e proprio subito gli spazi si allargano e il verde pubblico e privato ha il sopravvento sul cemento. Sicuramente è a misura d'uomo e certo ben più vivibile di molte anzi di ormai tutte le nostre città.
Prenotiamo la sera all'unico ristorante di Opua per festeggiare la riuscita dell'impresa e la fine della crociera. Il locale è molto caratteristico, si affaccia direttamente sulla baia vicino al pontile, l'interno è arredato come un antico veliero e se ne respira anche l'atmosfera. Finalmente assaggiamo le ostriche e soprattutto le enormi cozze verdi tipiche della Nuova Zelanda. La cena è ottima col pesce ben cucinato e i dessert degni dei migliori ristoranti europei. L'ottimo vino neozelandese scorre a fiumi, con questa cena ci liberiamo anche della tensione accumulata durante la traversata dal Minerva Reef. Adesso è tempo di tornare a casa e di pensare alle prossime rotte. La Nuova Zelanda infatti è per chi naviga per il mondo non una tappa ma un punto d'arrivo da dove poi decidere che navigazione intraprendere e che mete raggiungere. Qui minimo si trascorrono sei mesi, tanto è la durata della stagione dei cicloni ai tropici ed è un vero crocevia per tutte le rotte del Sud Pacifico, sia per chi intende proseguire a Ovest verso l'Australia, lo stretto di Torres, l'Indonesia e l'Oceano Indiano, sia per chi vuole trascorrere un'altra stagione in Pacifico alle Fiji, alle Vanuato o negli altri arcipelaghi. Oppure si può scendere a Sud trovare i quaranta ruggenti e dirigere verso il mitico Capo Horn per poi risalire attraverso l'Atlantico lungo il Sud America fino ai Caraibi. O ancora ritornare a Tahiti per poi salire verso le Hawai. Insomma le soluzioni sono tanto innumerevoli e varie da soddisfare le esigenze di tutti i navigatori .
Anche per me non costituisce solo una tappa ma un punto di sosta molto importante perché dopo tre anni di girovagare continuo voglio prendermi uno stop di almeno un anno forse più. Questo è il luogo più adatto per lasciare il Pink Jaws senza problemi di cicloni ed a un prezzo inferiore ai trecento dollari NZ al mese.
Il cantiere è ben attrezzato e posso commissionare quei lavori di controllo alle attrezzature fisse e mobili che dopo quindicimila miglia di Oceani sono necessarie.
Poi soprattutto voglio mettere un po' di ordine nella mia vita, cercare di liquidare le mie attività diciamo di terra per riservarmi più tempo possibile da passare in barca. Anche perché qualsiasi rotta decida di intraprendere bisogna restare a bordo almeno sei mesi, quindi per organizzarmi un periodo così lungo devo prendere delle decisioni radicali, delle vere e proprie scelte di vita. Certo si potrebbero fare ugualmente delle tappe forzate di due tre mesi, ma la realtà è che ormai sono profondamente cambiato dall'inizio di questa avventura. L'assaporare la vita tranquilla e spensierata del Pacifico, il contatto con la sua fantastica gente ha reso sempre più traumatico il ritorno alla civiltà, e il reinserimento nei ritmi stressanti della società ormai volta alla ricerca del benessere solo attraverso l'accumulo di denaro per poter disporre dei beni più futili ma veri status symbol senza i quali è impossibile vivere. Dall'auto di lusso all'appartamento in centro, alla villa al mare, ai rolex, agli alberghi 5 stelle e così via. Stento sempre di più a riconoscermi in tale contesto mentre mi è molto più facile vedermi in barca, in qualche atollo del Pacifico a raccogliere noci di cocco e banane o a pescare aragoste e ostriche, senza problemi di traffico, di appuntamenti di lavoro, senza telefoni soprattutto cellulari che hanno ormai distrutto qualsiasi possibilità di privacy. Certo non sarà semplice un cambiamento di questo genere sia per i rapporti di lavoro sia per quelli affettivi però penso che muovendomi in questa direzione sicuramente riuscirò ad arrivare se non a una soluzione drastica a un vantaggioso compromesso. La tentazione di mollare tutto è molto alta, è difficile resistere alla tentazione di vivere per sempre in questi paradisi dove tutto è così semplice e a portata di mano e dove i rapporti tra le persone sono finalmente liberi da ipocrisie e l'amicizia assume il suo antico valore.
Mr Ashbi proprietario dell'omonimo cantiere è un tipo molto affabile e veloce nelle decisioni. Dopo una breve contrattazione raggiungiamo un accordo sulle tariffe di rimessaggio, alaggio e varo e prendo appuntamento per l'indomani per mettere in secca il Pink Jaws.
Oggi è arrivata anche una famiglia di spagnoli che tramite Federico avevamo conosciuto via radio, sono in tre padre, madre e figlio e da dieci anni girano per il mondo e arrivano addirittura dall'Alaska.
La vita a Opua scorre veloce, dopo tanto mare apprezziamo le visite a terra particolarmente nei pub caratteristici dove si beve la Steinlager, birra famosa tra i velisti per aver sponsorizzato e dato il nome al maxi ketch col quale Peter Blake, grande skipper neozelandese, ha vinto l'ultima edizione della Whitbread, giro del mondo a vela. In questo paese la vela è uno sport nazionale popolare quanto il calcio da noi e il numero delle barche è di gran lunga superiore a quello delle auto. Il fine settimana la baia di Auckland è solcata da migliaia di imbarcazioni spesso in regata.
Il programma di Federico prevede una sosta di sei mesi per poi riprendere il viaggio verso l'Australia a fine Aprile, nel frattempo Fulvia vuole affittare una casa nell'isola Sud per farsi raggiungere dai genitori e soprattutto per mandare Valentina all'asilo, comincia infatti a sentire la mancanza di suoi coetanei. Sandro invece ha deciso per uno stop di un anno per poi rimanere tre o quattro stagioni nel Pacifico.
L'alaggio del Pink Jaws non è dei più facili, oggi il vento soffia forte e per tenere ferma la barca dobbiamo utilizzare un sistema di cime lunghe che ci immobilizzano tra i piloni davanti al cantiere. Quando la gru issa gli operai faticano a tenerla ferma, tiro un grosso sospiro di sollievo quando finalmente la chiglia tocca il terreno e in un attimo viene solidamente puntellata sopra un carrello che un piccolo trattore trainerà poi nel posto riservatoci. Il cantiere è piccolo ma ben attrezzato e dotato di servizi con docce calde e corrente elettrica per alimentare la nostra stufetta.
Questa sera al solito ristorante abbiamo organizzato la cena di addio con gli equipaggi del Toti e del Mowgli che per quasi un mese ci hanno accompagnato in questa avventura. La tavola riccamente imbandita di ostriche, crostacei, pesce e vino bianco è molto appetitosa e la compagnia è bella, la cena non poteva riuscire meglio. Naturalmente i discorsi spaziano dai freschi ricordi di Tonga e del Minerva Reef ai commenti sulle decisioni di Lauretta e Enzo di trascorrere l'estate in zone spesso colpite dai cicloni. I programmi futuri hanno il sopravvento su tutti gli altri argomenti. Per la prima volta siamo noi a non avere un' idea precisa del prosieguo del nostro viaggio.
Anche dopo la cena mentre cerco di addormentarmi sul Pink Jaws in secca non riesco a liberarmi dal pensiero della prossima destinazione.
Il Pacifico è talmente vasto e le sue isole numerose e sconosciute per noi, mi chiedo come possiamo ripartire per l'Australia senza visitarne almeno una parte. Però so anche che la bellezza di questo luoghi è tale da diventare quasi una droga, un qualcosa di cui poi non si può più fare a meno.
La settimana passa subito e in un attimo ci troviamo già pronti per il ritorno a casa. Il viaggio sarà un po' allucinante, quattro ore d'auto per recarci all'aeroporto poi quasi 36 ore per arrivare a Milano di cui 27 di volo .
Ma la Nuova Zelanda mi ha talmente entusiasmato, dopo la breve visita, che a Febbraio sono già di ritorno con Stefania per una vacanza di tre settimane, in coincidenza con la partenza della terza tappa della Whitbread che qui è una vera festa nazionale.
Siamo nel pieno dell'estate australe e il clima è abbastanza caldo, anche se una depressione posizionata proprio a Nord Cap, l'estremità settentrionale dell'isola Nord distante da Opua solo 70 miglia, provoca pioggia e vento da Sud Est da forte a moderato. L'idea è di partire al più presto col Pink Jaws e fare rotta su Auckland da dove tra una settimana partirà la regata. Riusciamo a varare velocemente la barca, montare le vele, far partire il motore e siamo pronti.
La spesa per la cambusa ci riserva la piacevole sorpresa di trovare esposta allo store frutta tipicamente estiva, pesche, albicocche, pesche noci, prugne, nespole, mele nuove e anguria tutte profumate e gustose come solo in agosto da noi.
Issiamo le vele e per la prima volta di giorno navighiamo nella Bay of Islands. Il vento di Sud Est è abbastanza forte e decido di visitare alcuni degli ancoraggi più belli in attesa in attesa che cali o cambi direzione. Le piccole isole di cui è cosparsa la baia sono verdissime e il mare è sempre liscio nelle tante baie ben ridossate. Durante la bassa marea, lungo la riva si vedono le rocce nere completamente ricoperte da ostriche bianche, sono talmente numerose che quando le prendiamo si staccano a grappoli. E' una vera cuccagna, ostriche d'antipasto poi spaghetti con ostriche e cozze e per finire capesante gratinate. In pochi metri d'acqua sul fondo sabbioso se ne trovano tantissime. Le passeggiate a terra tra i prati e i boschi verso la cima delle colline sono veramente belle, i panorami stupendi, la pace e la tranquillità sono interrotte solo dal vento e dai tanti uccelli che volano tra gli alberi o si tuffano in acqua per pescare. Le barche alla fonda sono pochissime e dire che siamo nel pieno dell'estate e quindi nel massimo della stagione turistica.
Il nostro programma subisce un drastico cambiamento perché il vento da Sud Est invece di diminuire arriva a forza di burrasca, impossibile andare a Sud verso Auckland. Poco male restiamo nelle acque ben protette della baia per tutta la settimana, alla partenza della regata andremo in auto.
Auckland è una città bellissima che si estende su due profonde e comunicanti baie che si affacciano una sul Pacifico, una sul Mar di Tasmania e attraversate da un lungo e altissimo ponte che unisce le due parti della metropoli. Il centro della city con grattacieli modernissimi tutti in vetro contrasta con il resto della città fatto di case singole e costruzioni di due o tre piani dove imperano sovrani gli spazi e il verde di parchi e giardini. Il territorio su cui sorge è collinare e quasi da ogni parte della città si possono vedere le baie. Gli alberghi pur essendo abbastanza numerosi sono tutti completi per via della regata. Troveremo posto solo a una quarantina di chilometri.
Il bacino preparato per l' ormeggio delle barche partecipanti alla Whitbread è posto proprio al centro del porto nel cuore della città. Sono state allestite tribune, pubs, ristoranti e tanti negozi e bancarelle vendono gadget della regata, magliette, felpe, cerate, divise ufficiali di quasi tutti i team. Sono schierati i grossi ketch di oltre 25 metri quali NZ Endevour, Merit, La Poste e i nuovissimi Wor 60 che nonostante siano più corti di quasi sette metri si sono dimostrati più veloci e agili dei mastodontici avversari che sono alla loro ultima regata. Oggi è la vigilia della partenza e nonostante la folla numerosissima di appassionati e curiosi riusciamo ugualmente a salire a bordo di NZ Endevour per visitare gli interni che nonostante la lunghezza sono veramente angusti e scomodi. Le attrezzature e l'elettronica sono però d'astronave più che da barca a vela. Ancora più sacrificati e stretti sono gli interni dei W60, infatti quando siamo sottocoperta sul Brooksfield, unica barca italiana presente, ci domandiamo come possano convivere in uno spazio così stretto undici persone.
La televisione è in continua diretta per questo avvenimento qui considerato l'evento sportivo più importante dell'anno. La birra scorre a fiumi, wurstel e hamburger non si contano e diverse orchestre, spesso in costumi tradizionali, ravvivano l'ambiente. Non mancano nemmeno i gruppi Maori che, guidati dal loro stregone, danzano di barca in barca per propiziare la benevolenza delle loro divinità. La festa e gli spettacoli proseguono fino a notte fonda. Inutilmente cerchiamo due posti sui tanti battelli che seguiranno la regata, sono tutti completi.
La partenza verrà data verso mezzogiorno nel Rangitoto Channel un ampio canale formato dall'omonima isola e dal monte Victoria una collina dalla quale si domina tutta la baia e naturalmente il campo di regata.
Di buon'ora ci rechiamo su questa collina insieme ad altre migliaia di persone, troviamo un'ottima posizione e non ci rammarichiamo più di tanto per non aver trovato posto sui battelli. Da qui infatti lo spettacolo è esaltante, siamo proprio sopra la zona della partenza, delimitata da quattro grossi incrociatori. Ai lati migliaia di imbarcazioni di ogni tipo, i giornali parleranno di più di diecimila natanti, cosa mai vista. Un pubblico da gran premio di formula uno forse più di centomila persone è presente su tutte le colline che si affacciano sul canale, la radio trasmette in diretta le fasi della partenza e tutto il pubblico scandisce ad alta voce il conto alla rovescia e al colpo di canone tutti in piedi a esultare. Incredibile! Nel cielo una dozzina di elicotteri volano in tutte le direzioni e seguono le barche dall'alto. Lo spettacolo è superbo penso che solo in questo paese la vela possa muovere una folla così appassionata e numerosa. Quando le barche si allontanano tutti cominciano a sfollare, la festa è finita e comincia anche a piovere.
Visto che abbiamo l'auto ancora a disposizione per un'altra settimana decidiamo di visitare l'interno dell'isola Nord ricco di laghi, fiumi, cascate e di alte montagne con ghiacciai. Innumerevoli sono i pic nic, spesso vicino a un fiume o un ruscello con l'acqua cristallina che scorre e le anatre selvatiche che disputano con gli uccelli le briciole di pane. Facciamo splendide nuotate nei piccoli laghi attorniati da coline e pinete altissime e fitte con un'acqua così limpida e pura da poterla bere.
I posti sono sempre deserti e solitari, raramente si incontrano altre persone o case. Questa è la zona dei grandi geyser, quelle alte colonne di vapore e acqua che si innalzano verso il cielo dal terreno fumoso a ore ben determinate. La Nuova Zelanda è una terra ancora geologicamente attiva e numerosi sono i grandi vulcani, questa caratteristica ha favorito lo sfruttamento dell'energia sprigionata sottoforma di vapore ad altissima temperatura. Infatti l'energia geotermica è molto diffusa e visitiamo una centrale dove il vapore dei geyser viene imprigionato in grossi tubi termici e condotto poi alle turbine che producono l'elettricità. Pur avendo nel sottosuolo ricchi giacimenti di petrolio, preferiscono sfruttare questa fonte più ecologica e pulita unitamente a quella idrica.
Qui tutto è rivolto alla conservazione e al rispetto della natura, l'ecologia è innata ed è un vero e proprio modo di vivere. E la natura ringrazia presentandosi in tutta la sua bellezza e potenza. Sono raccolti i paesaggi presenti su un intero continente e spesso contrastanti, dai territori vulcanici fumanti e deserti alle verdi colline con pinete laghi e fiumi, dai paesaggi alpini alle foreste tropicali lussureggianti, dai fiordi profondi con i ghiacciai che vi sfociano alle spiagge di sabbia bianca. Insomma una terra baciata dalla fortuna, una sorta di ultimo paradiso naturale.
L'ultima città che visitiamo è Tauranga, con le solite costruzioni basse, grandi spazi e un'alta collina che domina tutta la grande baia. Siamo ospiti del locale yacht club per una simpatica cena a buffet, come è d'uso in questo paese, con birra a volontà.
Finalmente dopo una settimana e quasi duemila chilometri percorsi ritroviamo il nostro fidato Pink Jaws che ci aspetta dondolandosi attaccato a una boa nelle tranquille acque di Opua. Abbiamo ancora una settimana e la vogliamo trascorrere a riposarci, a raccogliere ostriche e cappesante e a fare lunghe passeggiate nel verde.
Ogni sera siamo in collegamento radio con Pierluigi in Italia e con gli altri amici delle barche. Lauretta è in Nuova Caledonia, dove Vincenzo e Marco hanno trovato lavoro e risanano le finanze del Messer Polo, Enzo e Rita sono ancora a Suva rintanati dentro un sicuro Hurricane Hole, Federico invece ha trovato casa a Nelson, nel Nord dell'isola Sud e ci racconta tutte le meraviglie di quella costa ricca di fiordi e baie.
Ormai la vacanza è agli sgoccioli, ordino al cantiere alcuni lavori di manutenzione, tra cui anche la sostituzione del sostegno in legno dell'albero di maestra con uno in acciaio e dei silent block del motore, lavori un po' complessi ma che i tecnici del cantiere non avranno difficoltà ad eseguire. Soliti riti per alare il Pink Jaws e siamo pronti per partire.
Questa volta la barca rimarrà in secca a lungo, per tutto il tempo necessario per attivare concretamente quelle scelte che ormai sono determinato a compiere.
Non sarà facile ma la mia vita è indissolubilmente legata alla barca, al mare, alla natura , a questo modo di vivere così semplice e nello stesso tempo così ricco di esperienze nuove e di contatti con mondi e genti che sembrano appartenere ad un altro pianeta tanto sono lontani dai canoni della nostra società civile o meglio che noi riteniamo civile ma che in realtà è sempre più caotica , barbara e violenta.
La prossima estate navigherò ancora nel vecchio e amato Mediterraneo anche se faticherò un po' a riabituarmi alle baie affollate e alla sua meteorologia così varia e incostante coi suoi repentini cambiamenti di umore. Ma rivedrò volentieri i posti cui sono particolarmente legato come la Girolata, Port Cros, Porquerolles.
La scelta della nuova rotta di navigazione e soprattutto di vita richiederà sicuramente più di un anno, ma ormai non è questione di tempo, la strada è tracciata bisogna solo seguirla, senza voltarsi indietro, senza ripensamenti.
CAPITOLO
TREDICESIMO
"NUOVA CALEDONIA"
Aprile 1997 finalmente si riparte, il lungo letargo del Pink Jaws è terminato. I lavori di ristrutturazione e manutenzione si sono conclusi nel migliore dei modi, la barca è perfetta e freme dalla voglia di mangiare miglia su miglia e di riprendere la rotta verso Ovest, verso il tropico, verso nuove terre ed entusiasmanti navigazioni. Ancora una volta riassaporerò il piacere delle lunghe traversate, ritroverò il respiro dell'Oceano con la sua forza immane e la sua bellezza superba.
La mia vita in questi tre anni è radicalmente cambiata, ora sono uno skipper professionista e il mio vincolo con la terraferma è divenuto sempre più tenue ed esiguo. Il cordone ombelicale è costituito dal mio rapporto con Stefania che dopo sei anni di intesa quasi perfetta comincia a conoscere una crisi forse irreversibile. Probabilmente nemmeno questa nuova straordinaria avventura, che ci apprestiamo a vivere insieme, servirà a salvare la nostra bella storia.
Comunque solo lei mi ha seguito in questa dura traversata nel Mar di Tasmania, per la prima volta navigherò in Pacifico senza il solito equipaggio e ciò rende il tutto molto più eccitante e forse difficile.
Dopo un interminabile volo, reso ancora più faticoso dai numerosi scali cui ci ha costretto la nostra tariffa super economica finalmente il giorno 26 aprile atterriamo a Auckland, c'è il sole ma la temperatura attorno ai 18, 20 gradi è discretamente fresca, l'autunno è ormai vicino.
Affittiamo un'auto e via con armi e bagagli verso Opua.
Prendiamo alloggio in un piccolo motel nei pressi del cantiere poiché il Pink Jaws, nonostante la cura con cui Mr Ashbj ha provveduto ad aerare gli interni, conserva ancora un forte odore di chiuso. Impiegheremo ben sei giorni a rimettere tutto in funzione, a montare le vele, il timone a vento e soprattutto a preparare la barca secondo le norme di sicurezza richieste dalla Coast Guard Neozelandese per ottenere il permesso di salpare. A malincuore dobbiamo separarci dalla nostra vecchia zattera di salvataggio, ancora efficiente, ma troppo costosa da collaudare, è risultato più conveniente acquistarne una d'occasione col collaudo 1997. Dopo aver comprato anche nuovi fuochi di soccorso ed un nuovo Epirb finalmente l'incaricato dalla CG dà il suo assenso e ci firma la dichiarazione di idoneità a navigare con la quale otteniamo il permesso di uscita dalla Nuova Zelanda.
Durante questi sei giorni di lavoro ho cambiato anche l'antenna della radio e ripristinato i vecchi collegamenti con l'Italia, non direttamente a causa della scarsa propagazione ma tramite l'amico Mario di Brisbane. Ho in stallato anche un inverter per avere la corrente continua dalle batterie e alimentare il PC con il quale, attraverso un cavo di collegamento con la radio SSB, posso sintonizzarmi sulle stazione meteofax Australiane e ricevere le carte meteorologiche di previsione.
I vecchi amici del Pacifico sono ormai molto lontani, Lauretta con il Messer Polo e Federico con il Toti sono da tempo rientrati in Italia ed hanno concluso il loro giro del mondo, mentre Sandro con il Mowgli ha ripreso il mare un anno prima di noi e naviga ancora in Pacifico tra le Tonga e le Figi. Enzo e Rita del Tatanai sono in qualche isola dell'Indonesia alle prese con i loro articoli per Bolina.
La situazione meteo non è delle migliori, infatti il ciclone "June" un po' in ritardo per la stagione si trova in posizione 15° S e 175° E e dirige verso le Figi con velocità di spostamento di 15 nodi e venti al centro fino a 60 nodi, poi una zona di burrasca con venti da Est a 35 nodi è segnalata a Sud della Nuova Caledonia ed infine una depressione tropicale è in formazione a NW di quest'ultima.
La destinazione di questa traversata in origine doveva essere Tonga con sosta al Minerva Reef dove Stefania non è mai stata, purtroppo, vista la posizione del ciclone, dobbiamo rinunciare e cercare una meta più a Ovest. La scelta cade sulla Nuova Caledonia nella speranza che la depressione tropicale in formazione a NW si mantenga tale e non diventi ciclone nei prossimi giorni.
Aspettiamo ancora un giorno per vedere l'evolversi del meteo e nel frattempo facciamo cambusa e prepariamo il Pink Jaws per questo suo ritorno alla navigazione d'altura.
Il sole splende, grazie all'alta pressione e sembra strano essere qui senza il solito cielo spesso attraversato da nuvole cariche di pioggia e accompagnate sovente in questa stagione da vento freddo.
Il 4 maggio di buon'ora salpiamo da Opua immersi in una nebbia calda e fitta, per dirigerci verso la baia di Motuharia dove attenderemo il momento buono per partire.
L'attesa non sarà lunga, infatti la carta di analisi ricevuta da Melbourne alle 12.00, è abbastanza confortante, pur rimanendo la burrasca a Sud della Nuova Caledonia la depressione tropicale ha iniziato a riempirsi e "June" si sposta sempre più a SE lontano dalla nostra nuova rotta.
Dopo un bel bagno nelle sempre frizzanti acque della Bay of Islands e un buon pranzo alle 14.30 prendiamo il largo alla volta di Noumea distante 880 miglia.
Qualche ora di motore poi si alza un buon ESE sui 12 nodi e con rande, yankee e trinchetta scivoliamo via a sei nodi su un mare calmo con onda appena formata, mettiamo in funzione il timone a vento e affrontiamo nel migliore dei modi la prima notte di navigazione.
La mattina un bel sole ed un vento attorno ai 15 nodi ci invitano a lavorare un po' e issiamo quindi lo spi 2 e ammainiamo yankee e trinchetta, la velocità sale subito di un paio di nodi e viaggiamo in perfetta rotta verso la Nuova Caledonia distante ora 750 miglia.
Verso sera il vento aumenta e quindi ammainiamo lo spi e rimettiamo lo yankee. Durante la notte il vento sale ancora e gira più a Est costringendoci a prendere una mano alla maestra, il "Braga" non governa, sembra non avere sufficiente forza per condurre il Pink Jaws. Quindi inseriamo l'autopilota elettrico. Le prime luci dell'alba rivelano la causa del mancato funzionamento del wind pilot: la servopala si è rotta. Non ho il pezzo di ricambio per cui metto il "Braga" in vacanza e mi affido completamente al pilota elettrico.
Il ciclone "June" muove a SE e diminuisce a Tropical Depression, la nostra rotta è libera.
6 maggio cielo nuvoloso vento ENE 30 nodi con raffiche fino a 40, filiamo come saette a 8 nodi con punte a 9/10, due mani alla maestra, mezzana trinchetta e yankee. Per non affaticare il pilota, di cui non conosco il rendimento a vela, iniziamo i turni al timone.
Il mare si gonfia notevolmente e la vita a bordo non è molto confortevole, io soffro un po' di nausea e riesco ad occuparmi della navigazione ma non della cucina. Fortunatamente Stefania annovera tra le sue non poche doti anche uno stomaco di ferro e accantonando la riluttanza con cui di solito si avvicina alle cose di cucina prende possesso dei fornelli ed inizia a sfoderare piatti prelibati, frutto di una insospettabile fantasia culinaria. Notte dura con piovaschi e vento sempre rafficoso intorno ai 40 nodi, mare grosso con onde notevoli spesso frangenti. Proprio un tempo da lupi. I turni in due sono come sempre molto faticosi, in particolare per lei che generosamente mi lascia dormire spesso qualche ora in più.
Finalmente la mattina seguente il sole fa capolino tra i nuvoloni neri, ma il vento ed il mare non mollano. Percorriamo più di 160 miglia nelle 24 ore, mancano 580 miglia all'arrivo.
Cominciamo ad essere un po' provati da queste dure condizioni di navigazione ma il Pink Jaws naviga talmente veloce e sicuro da rendere tutto sopportabile.
Un'altra notte difficile ci attende, prima del tramonto il cielo ridiventa grigio e minaccioso e il vento tende a salire ancora e gira a ENE. La nostra andatura diventa sempre più stretta, anche perché sottovento abbiamo l'isola australiana di Norfolk impossibile lascare le vele per una navigazione più tranquilla, bisogna tenere duro. Procediamo sempre veloci ma sempre più sbandati.
All'alba la pioggia smette di cadere e il vento si stabilizza sui 25 nodi, anche il mare sembra meno cattivo e l'onda si fa più lunga e meno ripida. Il sole sorge lento e man mano che sale fa scomparire le nuvole e l'azzurro si riprende tutto il suo spazio.
Il vento torna a soffiare da Est laschiamo le vele e togliamo le mani alla randa, la velocità scende sui sei nodi ma la navigazione diventa finalmente tranquilla e rilassante. Alle 15 del 9 maggio siamo in posizione 24.57 Sud e 166.05 Est, mancano 155 miglia all'arrivo.
Verso sera il vento cala notevolmente e gira a Nord, esattamente sulla nostra prua, non ci resta che accendere il motore e procedere senza yankee e trinchetta, con issate solo le rande.
L'ultima notte di navigazione trascorre tranquilla con il mare sempre più calmo e con una temperatura molto gradevole, forse abbiamo raggiunto il tropico. Incontriamo per la prima volta da quando siamo partiti una nave, è diretta verso Sud Ovest, verso l'Australia, tento un collegamento radio ma purtroppo nessuno mi risponde.
Ore 12.30 del 10 maggio avvistiamo le alture della Nuova Caledonia, mancano meno di 25 miglia alla passe Boulari porta d'entrata nella grande laguna che attornia questa vasta isola.
Ore 15 avvistiamo il phare Amedèe che indica l'allineamento per l'entrata.
Ore 17 siamo dentro !!
Alle 19 attracchiamo al marina di Port Moselle a Noumea. E' stata una dura traversata ma finalmente è finita.
Spento il motore scendiamo a terra e passeggiamo a lungo intorno al marina per sgranchirci un po' e soprattutto per cercare un buon ristorante dove festeggiare l'arrivo in Nuova Caledonia.
Davanti ad una buona bottiglia di Bordeaux e ad un filetto di manzo di ottima qualità passiamo un paio d'ore veramente belle. La durezza della traversata e le difficoltà non solo tecniche che abbiamo superato insieme ci riempiono di orgoglio e per un po' ci uniscono, come una volta, accomunati da questa passione per la vela d'altura, per la navigazione, per la vita in mare.
Parliamo fino a tarda sera di questa avventura che ci ha dimostrato come sarebbe stato facile e possibile vivere noi due soli in barca, lasciandoci dietro le spalle il mondo intero con tutti i suoi problemi con tutte le sue priorità, abbiamo capito che in mare nessun ostacolo avrebbe mai potuto fermarci e che niente ci avrebbe mai separato. Purtroppo la realtà è ben diversa, tra una settimana ci attende l'aereo per il volo di ritorno in Europa e col suo decollo voleranno via anche tutti questi sogni e ritornerà la solita vita di sempre per me la stagione di charter in Mediterraneo e per Stefania il suo lavoro in banca. Ma ormai lei è sempre più distante da me non solo materialmente ma soprattutto con la mente il mio continuo lasciarla sola a Milano ha lentamente ma inesorabilmente rotto quel filo che per tanto tempo ci ha unito e che sembrava indissolubile.
Un sonno profondo e ristoratore finalmente non interrotto dai turni ci riporta ad una eccellente condizione fisica quindi possiamo programmare i pochi giorni che ancora rimangono a disposizione.
La Nuova Caledonia è un'isola molto grande lunga quasi 400 Km e larga spesso più di 50, con all'interno catene montuose che superano anche i 1500 mt ed è attorniata completamente da una vasta barriera corallina che in alcuni punti è distante anche 20mg dalla terra. All'interno del reef ci sono numerose isole grandi e piccole, anche loro circondate da un piccola barriera corallina.
La prima idea è di visitare alcune di queste isole con la barca ma purtroppo il nostro motore non vuol saperne di mettersi in moto, penso che il motorino d'avviamento, più volte ricondizionato, non abbia forza per far partire il motore. Quindi ritenendo questo il problema mi riprometto di acquistarne uno nuovo in Italia. Per cui non metto mano alle chiavi e lascio tutto per il prossimo viaggio in ottobre. Questo sarà un errore che mi costerà molto caro dal punto di vista finanziario.
Il secondo giorno di sosta nel marina ci porta una gradita sorpresa, mentre stiamo pranzando sentiamo bussare sullo scafo esco pensando che sia qualcuno della capitaneria, invece è Thierry. Lo avevamo conosciuto via radio, poi di persona a Opua in Nuova Zelanda, quando ci aveva dato il benvenuto di prima mattina con una croccante baguette. La sorpresa è tale che all'inizio stento a riconoscerlo.
Vive a Noumea da ormai tre anni e ha concluso qui la sua avventura in mare, come del resto aveva programmato fin dalla sua partenza dalla Bretagna nel 1991. Allora lui, veterinario e la moglie Gwenola, medico dermatologo, decisero di lasciare la Francia e di partire insieme a Malò, il loro bimbo di tre anni, con un catamarano di 15 metri per un viaggio di tre anni che li avrebbe portati fino in Nuova Caledonia dove si sarebbero poi stabiliti per permettere a Malò di frequentare la scuola.
Infatti giunti qui misero in vendita il catamarano e acquistarono una stupenda villa e ridiventarono terraioli come una volta e ricominciarono con successo ad esercitare le relative professioni.
Rimane con noi solo una mezzora poi deve lasciarci per impegni di lavoro, comunque accettiamo con molto piacere il suo invito a cena per la sera successiva.
L'isola è troppo grande per essere visitata in pochi giorni, quindi decidiamo di scoprire gli immediati dintorni di Noumea e per questo affittiamo due scooter e armati di macchina fotografica e asciugamani
ci inoltriamo verso l'interno e poi lungo la costa alla ricerca di spiaggette bianche e isolate.
Purtroppo la zona intorno alla capitale è densamente abitata e numerose sono anche le attività commerciali e produttive, prima fra tutte l'estrazione e la lavorazione del Nikel di cui questo paese è tra i maggiori produttori mondiali. Sembra di essere in una qualsiasi cittadina del Sud della Francia piuttosto che in un'isola dei mitici Mari del Sud. Così per questi pochi giorni la nostra spiaggia preferita diventa quella antistante i grandi alberghi.
A poca distanza dal marina c'è un mercato coperto di verdura, pesce, carne, pane etc così vivace e colorato che ogni mattina ci passiamo qualche ora, per fare colazione, acquistare dei favolosi gamberi o solamente per curiosare tra le numerose bancarelle che espongono l'artigianato locale. L'animazione è resa ancora più allegra da un'orchestrina di indigeni che fino alla chiusura intona canzoni e suona musica tipica del luogo.
Gli abitanti originari dell'isola si chiamano Kanak sono ancora numerosi e mantengono sempre la loro suddivisione in tribù. Queste sono ben 35 sulla Grande Terre, cioè l'isola più grande e ognuna di loro parla un dialetto incomprensibile alle altre, solo grazie alla lingua francese riescono a capirsi tra di loro. Una volta erano dediti solo alla pesca, all'allevamento del bestiame e all'agricoltura, oggi invece sono presenti in quasi tutte le attività lavorative e da qualche tempo hanno addirittura la priorità sul posto di lavoro nei confronti anche dei francesi metropolitani. L'anno prossimo ci sarà un referendum definitivo sull'indipendenza del paese ma la maggioranza ritiene prematura una eventualità del genere, troppo vicini e presenti sono gli esempi delle isole che hanno ottenuto il libero arbitrio e poi sono finite, senza i sussidi e gli aiuti finanziari stranieri, in condizioni di povertà irreversibile con un'economia improvvisamente precipitata a livelli decisamente bassi.
La cena a casa di Thierry ha il sapore della rimpatriata, sono ormai tre anni che non navigano più ma la nostalgia dell'Oceano, delle grandi traversate, della vita vagabonda tra atolli deserti e reef sperduti comincia a farsi sentire. Lo si intuisce da come ascoltano i nostri racconti, dalle domande così interessate e naturalmente la serata scorre via piacevolmente grazie al solito Bordeaux e all'ottima cucina di Gwenola.
Ancora due giorni e questa splendida avventura sarà finita, abbiamo solo il tempo di acquistare gli ultimi souvenirs, chiudere la barca ed andare all'aeroporto accompagnati dal gentilissimo Thierry.
Il volo di ritorno con la Garuda, compagnia di bandiera dell'Indonesia, parte da Aukland la mattina molto presto, per cui dobbiamo partire da Noumea il pomeriggio precedente. Quindi cenetta romantica col tipico bisteccone neozelandese stavolta però senza Bordeaux ma con un eccellente rosso di produzione locale. Poi ultima notte in Nuova Zelanda in un Hotel prossimo all'aeroporto e la mattina successiva ci imbarchiamo finalmente sul volo per Bali dove saremo costretti, non certo mal volentieri, ad una sosta di 24 ore per attendere la coincidenza, sempre con Garuda, per Roma.
Abbiamo così il tempo di una rapida visita dell'isola che sarà una meta delle prossime navigazioni. Il porto naturalmente è il nostro primo obiettivo, conosciamo anche l'agente doganale senza i servizi del quale è impossibile ottenere il permesso di navigazione in Indonesia e da lui otteniamo tutte le informazioni necessarie.
Quello che più ci colpisce è l'incredibile densità della popolazione e il traffico assurdo e caotico con centinaia anzi migliaia di ciclomotori che arrivano da tutte le parti e costringono le auto a delle medie ridicole. Riusciamo solamente a visitare un tempio interessante e molto spettacolare perché posto su una rupe a strapiombo sul mare. L'irta e lunga scalinata che porta all'entrata principale è custodita da alcune scimmie che incuranti delle noccioline che gli offriamo si interessano solo dei capelli biondi di Stefania, l'assaltano letteralmente fino a che non riescono a strappargli una luccicante spilla ferma capelli.
Siamo sull'aereo, ora la vacanza è veramente finita mi attende una lunga stagione di charter in Mediterraneo al comando dell'Adventure uno splendido Swan 59. Navigherò tutta l'estate, prima tra Baleari, Sardegna, Costa Azzurra poi dai primi di luglio sarò in Grecia fino alla metà di settembre.
Vedrò Stefania solo una settimana quando mi accompagnerà da La Spezia a Paxos nelle isole ioniche della Grecia.
E' l'anno del Nino, in Grecia il Meltemi soffia continuo notte e giorno spesso con forza di burrasca anche per questo quando rientriamo a Viareggio con l'Adventure alla metà di settembre io e il mio marinaio Stefano che è anche mio nipote siamo stanchi e un po' svuotati. Ma tra meno di 15 giorni bisogna ripartire, il Pink Jaws ci attende impaziente.
Anche Stefania pur combattuta per la ormai certa fine della nostra relazione, non resiste al fascino di due settimane in Nuova Caledonia, alla scoperta delle isole che non abbiamo visitato nel precedente viaggio e decide di accompagnarmi in questa ultima crociera sulla mia barca.
L'ambizioso programma di trasferire il Pink Jaws da Noumea direttamente in Thailandia passando per la Grande Barriera Corallina australiana e lo stretto di Torres per attraversare poi il mare di Arafura e raggiungere l'Indonesia, Singapore ed infine Pucket viene purtroppo accantonato a causa degli incendi enormi delle foreste indonesiane che sono all'origine della nube di fumo tossica che copre tutta la regione con effetti catastrofici sull'ecosistema e sulle popolazioni. Opto per una rotta più breve e rilassante, la destinazione sarà Brisbane, Australia preceduta però da una crociera di tre, quattro settimane in Nuova Caledonia. Per la prima volta mi accompagna in questi viaggi Stefano, figlio di mia sorella Anna. Ha 19 anni e da tre stagioni mi segue in Mediterraneo, come marinaio. Il suo viaggio è un premio per aver raggiunto la maturità scientifica.
Il 7 ottobre alle due del mattino all'aeroporto di Noumea troviamo ad attenderci Thierry che ci informa di avere ospite a casa sua un altro Stefano, amico e cliente di Stefania che ci preceduto di un paio di giorni e che si imbarcherà con noi per la crociera dentro la Barriera corallina.
Prima notte come sempre in albergo e la mattina seguente ritroviamo il Pink Jaws che beatamente dondola nelle tranquille acque di Port Moselle. Una bella pulita, i passi uomo aperti e tutto a bordo ricomincia a vivere. Subito attacco il caricabatterie e inizio a smontare il motorino d'avviamento per sostituirlo con quello nuovo acquistato all'Aifo di Milano. Prima grossa delusione non va bene, gli attacchi sono identici ma è troppo lungo per poter essere montato correttamente. Non mi rimane che prendere il vecchio motorino e portarlo in un laboratorio di un vecchio vietnamita specialista in queste riparazioni. L'uomo è oberato di impegni, ma poiché conosce Thierry blocca il lavoro corrente e in meno di un'ora lo ricondiziona perfettamente.
Seconda delusione della giornata il motore non dà segni di vita è come bloccato, comincio a presagire un danno ben più grave. Infatti dopo vari tentativi di sbloccarlo manualmente decido di smontare gli iniettori per togliere la compressione, quando levo il primo mi si gela il sangue, uno spruzzo di acqua rugginosa e salata fuoriesce, rimuovo gli altri tre ed ottengo il medesimo risultato, le camere sono piene.
Il motore è finito. L'acqua penetrata a causa della rottura della valvola del sifone ha riempito prima la marmitta e poi dallo scarico il motore stesso ed essendo rimasta all'interno per ben quattro mesi ha corroso ed arrugginito le camere di scoppio, i cilindri, le camicie, insomma un disastro. Se ad aprile avessi insistito nella riparazione probabilmente lo avrei salvato, infatti sarebbe bastato togliere l'acqua salata, ripulire e oliare il tutto per rimetterlo in funzione. Purtroppo è andata così ed ora non rimane che portare il motore in un'officina per rifarlo completamente. Occorreranno almeno tre settimane e dovrò far arrivare i pezzi di ricambio dall'Italia perché qui non sono reperibili. Fortunatamente Vitto e Franco avevano già programmato il loro arrivo due settimane dopo per cui si interesseranno loro di procurarsi i pezzi a Milano e poi di portarli
qui.
Per poter togliere il motore dobbiamo spagliolare il soffitto ed aprire l'apposita botola in coperta poi con una gru issarlo fino in banchina. Port Moselle non è attrezzato per questo lavoro, per cui dobbiamo farci rimorchiare nell'apposito bacino adibito alla cantieristica e dotato di un'area con travel lift, posto non lontano e sempre nella baia. L'operazione nonostante qualche brivido avviene in tempi abbastanza brevi e in meno di due ore il nostro glorioso e ormai distrutto Aifo viene portato via su un carrello trainato da un fuoristrada.
Ora dobbiamo pensare ai turisti, come li chiama Thierry, cioè a Stefano, il più grande, e a Stefania che hanno già perso tre giorni della loro vacanza. Decidiamo quindi di noleggiare per i prossimi dieci giorni una barca di 34 piedi per visitare come da programma le isole della laguna, prima fra tutte la mitica Ile des Pins.
Quando prendo possesso della nuova barca ed esco insieme a Stefano 2, il marinaio, da Port Moselle mi sento un po' a disagio sia per le dimensioni ridotte della stessa, ma soprattutto per non essere sul mio Pink Jaws che mi pare di abbandonare solo in un momento così difficile.
La bella giornata e il vento stranamente favorevole per scendere a Sud portano via tutti i pensieri tristi e fanno rivolgere tutte le attenzioni alla nuova piccola avventura in queste acque così lontane e sconosciute. L'equipaggio è formato da una Stefania e due Stefani mi sarà a volte difficile chiamare uno senza che mi rispondano tutti in coro, comunque anche questo servirà a tenere alto il morale.
Dopo esserci accostati al Pink Jaws ed aver trasbordato sul Tiendi, così si chiama il Beneteau che abbiamo noleggiato, la cambusa già acquistata mettiamo la prua a Sud e dirigiamo verso la nostra prima meta la Baie de Prony nell'estremo Sud della Grande Terre da lì spiccheremo poi il volo verso l'Ile des Pins.
Una bella smotorata di tre ore e alle 18 un attimo prima del tramonto diamo fondo nella Rade de l'Est, un ancoraggio solitario e selvaggio con un'acqua limpida ma resa scura dal fondo di alghe, a riva una piccola spiaggia nera appena visibile ricoperta com'è da una folta e impenetrabile vegetazione. Il tramonto è stupendo e reso ancora più suggestivo dai rumori e dai suoni della foresta.
Il cielo è terso e le stelle brillano luminose, dopo cena rimango a lungo con Stefania nel pozzetto, abbracciato a lei senza parlare ad ammirare lo spettacolo celeste come spesso abbiamo fatto nelle traversate, una tristezza infinita mi prende quando penso che questa sarà la nostra ultima crociera.
Sveglia all'alba perché ben 60 miglia ci dividono dalla nostra prossima destinazione la Baie de Kuto Ile des Pins. Salpiamo l'ancora alle 06.30 e diamo motore per sfruttare al massimo la mancanza di vento, qui predomina l'Aliseo di Sud Est quindi sarebbe tutto in prua sulla nostra rotta. Mentre usciamo dalla Baie de Prony scorgo in lontananza sulla dritta una sagoma familiare, non ci posso credere, prendo il binocolo e lo vedo chiaramente, è proprio lui il Mowgli di Sandro. Sembra incredibile che dopo così tanto tempo ci si possa ritrovare senza appuntamento e senza nemmeno sapere in quale parte del Pacifico fosse. Viro subito e dopo pochi minuti ecco Sandro che da prua mi osserva incuriosito non potendomi riconoscere dalla barca poi naturalmente mi vede e iniziano i grandi saluti. Ci diamo appuntamento tra qualche giorno all'Ile des Pins.
Riprendiamo la rotta sfruttando al massimo il motore del Tiendi per cercare di arrivare a Kuto prima che l'Aliseo riprenda la sua solita forza. La navigazione è abbastanza complessa perché innumerevoli sono i reef da superare, e spesso, non sono visibili, fortunatamente le carte sono molto ben dettagliate e il GPS come al solito compie il suo dovere. Quando arriviamo al traverso della baia il vento è già salito a 20 nodi, poco male viriamo spegniamo il motore, svolgiamo il genoa e percorriamo a vela le ultime sette miglia che ci dividono dalla nostra meta. Alle 15 diamo fondo nella Baie de Kuto, grazie al minimo pescaggio, circa 160 cm, posiamo l'ancora a meno di tre metri di profondità. La baia è stupenda, da cartolina dei mari del Sud una spiaggia bianca la percorre in tutta la sua lunghezza, più di 4 km. Nella vegetazione si intravedono le case del villaggio ed i bungalow del resort. Purtroppo c'è anche un grande pontile in legno dove attracca un grosso catamarano a motore che tutti i giorni sbarca turisti provenienti da Noumea, nonostante questo il luogo non è per niente affollato ed anche le barche alla fonda sono in numero limitato.
Finalmente un bel tuffo nell'acqua trasparente resa ancora più limpida dal fondo di bianca sabbia corallina, la temperatura non è molto invitante, infatti se di giorno il termometro sale anche a 28 gradi di notte spesso scende attorno ai 16 e quella del mare rimane attorno ai 22 gradi. Bagno breve ma intenso che fa venire un buon appetito a tutto l'equipaggio.
La caratteristica principale dell'Ile des Pins è proprio quella di possedere nella sua vegetazione degli altissimi e strani pini di fusto largo con rami corti e verdi che sembrano aver sostituito le palme molto meno numerose qui che in qualsiasi altra isola del Pacifico.
Variamo il tender con un minuscolo motore di 2 cavalli e raggiungiamo il pontile di sbarco in cemento alla fine del quale scopriamo con gioia un rubinetto d'acqua dolce.
Ci inoltriamo nel piccolo villaggio composto da poche case, quasi tutte adibite a negozi di souvenirs poi proseguendo verso Nord arriviamo alla baia di Kanumera che rimanendo sopravento è spazzata dall'Aliseo ma è molto bella e caratteristica, lungo la spiaggia che la attornia sorgono diversi resort e addirittura un campeggio. Cerchiamo a lungo un ristorante per cenare ma i pochi che troviamo non ci soddisfanno minimamente quindi prima del tramonto si rientra a bordo per aperitivo e cena.
Solito tramonto mozzafiato e poi si passa alla programmazione della giornata successiva che verrà spesa per la visita della parte Sud.
La notte un incendio di vaste proporzioni si sviluppa al centro dell'isola e le fiamme altissime e le colonne di fumo rendono impressionante il panorama sotto un cielo terso e stellato.
Oggi è domenica, sveglia di buon'ora e via alla ricerca di un mezzo di trasporto per recarci a Vao il capoluogo che dista da noi circa 7 chilometri. Unica possibilità un pulmino taxi che facendo già un servizio per altri turisti carica anche noi e ci dà appuntamento alla baia delle piroghe per il ritorno a Kuto. E' l'ora della Messa e tutti sono in chiesa o stanno per arrivarci, le donne sono vestite con sgargianti e colorati abiti di cotone. Alla fine della funzione le strade si animano e tutti si dirigono verso l'unico negozio aperto. E' il solito bazar che vende di tutto, dal pane ai gelati, dalla stoffa ai giornali, ci infiliamo dentro anche noi per acquistare il pane e un paio di croissant.
Al limite più meridionale del villaggio raggiungiamo la zona dei Totem, vale a dire un'area recintata vicino alla spiaggia dentro la quale si trovano un gran numero di idoli intarsiati nel legno alti anche più di due metri e pare abbastanza antichi, il posto è deserto e incute un certo timore, ma facciamo appena in tempo a scattare qualche foto che improvvisamente arriva un pulman di turisti giapponesi che in un battibaleno occupano completamente la zona ed iniziano a fotografare e filmare senza sosta. Un po' delusi dall'ultimo arrivo ci incamminiamo mestamente verso la baia delle Piroghe, percorrendo una lunga polverosa e assolata strada che esce dal villaggio e costeggia piuttosto all'interno il mare.
Questa baia è il luogo dove gli indigeni fabbricavano le loro grandi piroghe con bilanciere che tuttora utilizzano per pescare o portare i turisti, anche adesso qualcuno le costruisce ma ormai sono sempre più spesso sostituite dalle moderne imbarcazioni in acciaio e vetroresina.
In effetti non c'è molto da vedere quindi ci dedichiamo alla raccolta delle noci di cocco che mio nipote non ha mai assaggiato a queste latitudini. Molto cortesemente un pescatore col suo machete ce le apre e Stefano finalmente beve l'acqua e ne gusta la tenera polpa, per lui è una scoperta eccezionale, infatti finora le noci di cocco le aveva viste solo al supermercato o tagliate a spicchi sui banchetti delle fiere.
La gita è finita si rientra per pranzare sul Tiendi e per dedicare il pomeriggio ad uno sportivissimo jogging a piedi nudi sulla spiaggia.
Domani si cambia ormeggio destinazione Baie de Gadji nel Nord che raggiungeremo attraversando un reef pieno di bassofondi e teste di corallo, non avrei potuto neanche pensare di farlo col Pink Jaws a causa del maggiore pescaggio, questa rotta ci evita però un lungo giro per arrivare ad una delle passe principali d'entrata.
Partiamo col sole alto per avere maggiore possibilità di individuare i reef, usciamo dalla baia di Kuto e lasciamo a dritta l'Ilot Moro e ci infiliamo nel dedalo di coralli. Stefania con Stefano 2 stanno a prua con gli occhi incollati sull'acqua e mi indicano la strada da percorrere, Stefano 1 osserva e partecipa in qualche modo alla navigazione sostituendomi al timone quando devo controllare sulla carta la posizione, impieghiamo ben tre ore ad attraversare questa zona rabbrividendo un paio di volte quando l'ecoscandaglio segnala meno di 150 cm, ma alla fine ne usciamo sani e salvi.
Dopo un tratto di laguna senza ostacoli raggiungiamo la punta Nord dell'isola che si presenta completamente differente da quanto visto finora costellata come è da isolotti e scogli ricoperti da fitta vegetazione e dai pini, le palme sono completamente scomparse. L'ancoraggio migliore si trova dietro l'Ilot Moenoro ed è protetto a NE da altri due isolotti e dal reef. L'entrata non è facile, vi si accede tra due reef visibili col sole alle spalle, allineandosi ad una spiaggetta bianca. Naturalmente quando siamo ben allineati il sole sparisce dietro una grossa nube, ma entriamo lo stesso confidando nella nostra corretta posizione, come siamo dentro subito vediamo il Mowgli e stavolta Sandro ci riconosce al volo e ci saluta gesticolando.
Quando caliamo l'ancora sono già le cinque del pomeriggio, abbiamo appena il tempo di un giretto col tender, un the da Sandro per invitarlo a cena insieme alla sua nuova compagna Alda e poi l'oscurità avvolge tutto e dobbiamo fare ritorno sul Tiendi.
L'ultima volta che vidi Sandro fu al nostro arrivo a Opua in Nuova Zelanda, poi di lui ebbi solo notizie frammentarie, via radio ma mai direttamente, qualcuno mi disse perfino che gestiva un piccolo ristorante alle Tonga cosa assolutamente falsa.
Per cena porta un cerniotto che crea qualche piccolo timore al mio equipaggio, infatti questo tipo di pesce è spesso reso tossico dalla ciguatera e può creare seri problemi a chi lo mangia. Ma Sandro assicura che è buono, la garanzia gli deriva da un metodo cubano per riconoscere i pesci infettati e che consiste in questo: bisogna svuotare subito il pescato e poi attendere qualche momento per vedere se prende il "rigor mortis", cioè se si irrigidisce vuol dire che si può consumare, se al contrario rimane molle è tossico. Qualche dubbio su questo sistema viene anche a me, ma decido comunque di fidarmi anche perché so che Sandro ormai da anni mangia pesce corallino senza avere mai avuto alcun problema. L'unico che si rifiuta categoricamente di assaggiarlo è Stefano 1.
La cena scorre via piacevolmente rallegrata dal buon vino rosso e dai racconti di Sandro sui suoi recenti viaggi col Mowgli. Ha rivisitato le Tonga, poi le Figi ed infine le Vanuato e da quasi un anno è in Nuova Caledonia dove ha trascorso la stagione dei cicloni prendendone uno proprio sulla testa. Quest'ultima esperienza lo ha traumatizzato a tal punto da togliergli qualsiasi velleità di passare un'altra estate nelle zone infestate da questo fenomeno. Rimase per una settimana nella baia di Prony, ebbe vento fino a 80 nodi e pioggia torrenziale. Anche per lui la destinazione sarà l'Australia, Brisbane.
Al termine della cena ci ritroviamo tutti in pozzetto ad ammirare un splendida luna piena che con la sua luce illumina addirittura il fondo della baia dando la sensazione che la barca sia sospesa in aria, mentre osserviamo questo spettacolo due grosse remore improvvisamente si mettono a nuotare sotto di noi e per un attimo ci sembrano degli squali.
Il mattino sveglia presto e attrezzati per lo snorkeling ci dirigiamo verso l'isolotto che delimita la passe Nord Est del reef. Il paesaggio è straordinario passiamo attraverso numerosi scogli e piccole isole coperte di fitta vegetazione che si innalzano su delle magnifiche formazioni coralline, e spesso si aprono verso il mare con spiagge di sabbia bianca dove si vedono correre numerosi granchi rosa.
Dopo un mezzora mettiamo in secca il tender e ci tuffiamo. Lo spettacolo al solito è grandioso il reef è coloratissimo ed i pesci tropicali sono molto numerosi, ne restiamo così affascinati che decidiamo di esplorare un'altra zona nel pomeriggio.
Verso sera siamo ospiti sul Mowgli per l'aperitivo e Sandro ci mostra la sua ultima creazione, una balestra per andare a caccia di capre selvatiche, ha trovato i disegni in un negozio di Suva e nel giro di sei mesi l'ha costruita. Finora l'ha utilizzata solo per uccidere un cinghiale durante una battuta di caccia alle Vanuato insieme agli indigeni, però la preda era stretta d'assedio dai cani ed era posta a solo due metri di distanza. Il collaudo vero e proprio lo effettuerà in questi giorni poiché dice di aver visto un branco di capre su un isolotto vicino.
Sandro è proprio un navigatore d'altri tempi, vive sempre a bordo e passa magari sei mesi nella stessa baia nutrendosi di quanto la natura riesce a dargli, in breve diventa un mito per Stefano 2.
Cena a bordo del Tiendi, Alda porta un sugo di granchio un po' troppo agliato ma saporito. L'appuntamento con Sandro è a fine ottobre a Noumea, domani infatti salperemo presto per rientrare verso la Grande Terre.
Solita attenta navigazione per evitare i numerosi reef e per individuare la passe d'uscita non segnalata ma ben visibile con il sole alto. L'Aliseo di Sud Est soffia regolare quindi vento in poppa e andatura rilassante. Nel primo pomeriggio siamo di nuovo nella baia di Prony, ma stavolta scegliamo come ormeggio l'isolotto di Casy posto dentro una riserva marina. Snorkeling discreto ma ovviamente non all'altezza dei precedenti.
La crociera è quasi al termine, l'ultima notte la passiamo davanti all'Ilot Maitre, una striscia di sabbia ricoperta da palme e attorniata da un vasto reef, tipico atollo da cartolina con tanto di villaggio turistico.
Il pomeriggio del giorno successivo siamo di nuovo affiancati al Pink Jaws, trasbordiamo i bagagli e riportiamo il Tiendi al suo ormeggio abituale di Port Moselle.
Questa sera sono in arrivo Vitto e Mirko e porteranno con loro i pezzi di ricambio del motore, la nuova servopala del Wind Pilot e un po' di cambusa italiana, vale a dire grana, prosciutto e salamini.
Al solito l'aereo è in ritardo e sono ormai le due del mattino quando facciamo ritorno con i nuovi arrivati sul Pink Jaws.
Oggi è il 17 ottobre e non si rivela certo una data fortunata, infatti portiamo i pezzi di ricambio in officina e dopo un minuzioso esame il meccanico dice che alcuni vanno sostituiti e che ne occorrono altri, perché durante lo smontaggio del monoblocco si sono rivelate altre rotture. Fortunatamente Franco parte dall'Italia tra una settimana, quindi dovremmo fare in tempo ad ordinare i nuovi pezzi all'Aifo.
Questa sera siamo tutti invitati da Thierry, ultima cena in Nuova Caledonia per Stefania che domani ritornerà in Italia e per Stefano 1 che invece proseguirà nel suo viaggio che lo porterà prima alle Tonga e poi negli Stati Uniti.
La mattina presto accompagno Stefy all'aeroporto, stavolta è un mesto addio, chissà se la rivedrò ancora qualche volta in barca. Quando ritorno verso Noumea la mia mente è attraversata da pensieri tristi e cupi, comincio ad accorgermi che la mia scelta di vita porta inesorabilmente verso la solitudine, verso l'impossibilità di poter intrattenere rapporti con chi ha una vita normale, un lavoro normale, con chi insomma è inserito nel comune modo di vivere, comincio a chiedermi se ne valga la pena se stavolta il prezzo pagato non sia stato troppo alto. La strada corre all'interno, ma verso la fine costeggia la laguna e quando vedo l'acqua turchese interrotta nella sua limpidezza dalle teste di corallo e dagli atolli, e in lontananza si vede la schiuma bianca delle onde dell'Oceano che si frangono sul reef, e le vele che navigano veloci spinte dall'Aliseo capisco che ormai la mia vita è questa, al di là di qualsiasi costo e di qualunque sacrificio. Non riesco nemmeno ad immaginare un'esistenza senza le grandi traersate, le albe e i tramonti infuocati che solo l'Oceano può dare, l'emozione di atterrare in terre sconosciute dopo giorni e giorni di navigazione, il cielo terso e stellato che sembra ancora più immenso quando sei là in mezzo all'Oceano, magari con la terra più vicina a 2000 miglia.
Immerso come sono nei miei pensieri non mi accorgo nemmeno di arrivare in porto, la vista del Pink Jaws con la botola, attraverso la quale passa il motore, appena fissata col silicone spazza via tutto dalla mia mente e mi riporta all'emergenza più immediata.
Fra due giorni arriva Franco con i pezzi di ricambio speriamo definitivi poi ci vorrà ancora una settimana prima di poter riavere il motore rifatto.
A questo punto, visto che dobbiamo far passare almeno dieci giorni stiliamo una lista di lavori di grande manutenzione.
Rifacimento del vano batterie, riverniciatura delle sentine, dei bagni, della cucina insomma nel giro di una settimana il Pink Jaws ringiovanisce e riacquista l'antico splendore.
Franco oltre che al motore ha pensato anche all'equipaggio, infatti riempie le borse di ogni ben di Dio per arricchire la cambusa. Purtroppo la dogana all'aeroporto sequestra quasi tutto il carico, passano inosservati solo un paio di file di salamini e due pezzi di grana.
I ricambi questa volta sono corretti e poiché le rettifiche sono già state effettuate i meccanici riescono a rimontare tutto e a far partire il motore sul banco nel giro di tre giorni.
Quando il nostro Aifo perfettamente ricondizionato e verniciato a nuovo fa il suo rientro in cantiere siamo tutti un po' emozionati. Grazie alla perizia del gruista e alla nostra attenzione riusciamo in poco tempo a rimetterlo al suo posto senza provocare alcun danno agli interni.
Serriamo i bulloni che lo legano saldamente ai silent-block, riattacchiamo l'asse elica e ripristiniamo i collegamenti elettrici quando va in moto un urlo di gioia si leva.
Questa sera si stappa una bottiglia di champagne per festeggiare il costosissimo avvenimento. Ora dobbiamo farlo girare almeno dodici ore per fare il rodaggio e serrare definitivamente la testata.
Abbiamo ancora una settimana a disposizione prima di partire per Brisbane.
Il tempo che negli ultimi giorni era pessimo, con vento e pioggia continua ora si rimette al bello e quando facciamo la prima uscita il sole splende e l'Aliseo soffia generoso. Condizioni ottimali per andare a vela, non certo per fare ore di motore, infatti nei primi tre giorni riusciamo a fare solo due ore di moto, un po' poche ma l'equipaggio è troppo gasato per il vento e desideroso di spingere al massimo il Pink Jaws sotto vela. E lui risponde alla grande sfoderando prestazioni da formula uno.
L'unico che è un po' triste è Mirko che dopo tre settimane sente la nostalgia e la mancanza della fidanzata, non resiste e rinunciando alla traversata anticipa la partenza e ritorna in Italia.
Visto che non si riescono a fare le ore necessarie prendo la decisione di fare un giorno intero a navigare a motore dentro la rada. Infatti l'indomani possiamo chiamare il meccanico e concludere l'operazione.
Il Mowgli è arrivato e Sandro ci invita per la sera ad un barbecue organizzato presso il maneggio di un suo amico. Serata molto piacevole, sono presenti tutti amici navigatori in maggioranza francesi, coi quali iniziamo una lunga discussione sui pregi e difetti dei catamarani, la barca da loro preferita. La birra scorre e la carne, sapientemente cucinata da Sandro, è squisita.
Domani giorno di partenze, Sandro per Brisbane e noi per l'Ile des Pins, perché voglio verificare con una crociera un po' più lunga che tutto funzioni alla perfezione prima di affrontare la traversata.
Riprendiamo i consueti collegamenti radio con Mario di Melbourne e con Pierlugi in Italia.
Ripercorriamo la stessa rotta già fatta col Tiendi e stavolta ovviamente è tutto più facile, infatti i reef quando passi la seconda volta sembrano più visibile e facili. Passiamo tre giorni stupendi a Gadji, e per una volta viviamo anche noi come Sandro, seppure per poco tempo, nutrendoci di gamberi, aragoste, frutti di mare che peschiamo sul reef e lungo le spiagge coralline. Grazie ad un gentile americano proprietario di un catamarano dotato di compressore riusciamo a caricare le bombole ed a effettuare due belle immersioni. Una di queste è particolarmente emozionante per gli squali che incontriamo e faticosa per la corrente nella passe che mi costringe a rimanere aggrappato, per qualche minuto, ad una roccia per evitare di andare in affanno. Stefano e Franco sfruttano tutto il tempo disponibile a terra per raccogliere un numero incredibile di conchiglie e pezzi di corallo che si disputano, si scambiano quasi litigano per quelle che ritengono migliori ma che verranno poi bocciate da Thierry esperto in materia.
Potremmo rimanere a lungo in questo paradiso ma il tempo stringe la stagione dei cicloni è alle porte e quest'anno con l'influenza della corrente del Nino i fenomeni meteorologici hanno subito dei cambiamenti radicali in tutto il globo. Infatti un ciclone, piuttosto in anticipo, ha già duramente colpito la Polinesia Francese.
Dopo una bella navigazione sotto spi in una giornata di sole e vento e una sosta per la notte a Casy rientriamo a Port Moselle per gli ultimi preparativi. Due giorni per rifare cambusa, riempire i serbatoi di gasolio e salutare Thierry.
Al mercato sui banchi del pesce vediamo esposti i famosi granchi del cocco che noi non essendo passati per Suwaroff non abbiamo avuto la possibilità di catturare, pensavamo fossero in estinzione in tutto il Pacifico, invece pare che nelle Iles Loyauté e alle Vanuato siano ancora numerosi. Quindi nonostante il prezzo elevato, uguale a quello dell'aragosta, non esitiamo e ne compriamo due esemplari abbastanza grossi. Finiscono in pentola subito a pranzo, è troppa la voglia di assaggiarli e in effetti la polpa contenuta nelle chele è ottima e ha veramente un sapore di fondo simile al cocco ma sicuramente non equivale a quella dell'aragosta o del granchio di mare. Probabilmente se l'avessimo gustata in qualche atollo sperduto piuttosto che nel marina, l'avremmo apprezzata di più.
Oggi è il 15 novembre e ufficialmente siamo nella stagione dei cicloni anche se normalmente questi fenomeni si verificano dalla fine di dicembre a marzo.
Anche Thierry è in partenza, si è concesso una vacanza di dieci giorni insieme alla moglie, per riportare una barca dalla Vanuato a Noumea, quindi fisso con lui un appuntamento radio per quando saremo entrambi in navigazione.
Ultima costosa spesa al supermercato, i prezzi in Nuova Caledonia sono a volte più cari che in Polinesia, e siamo pronti per salpare. Stavolta non ci attende un atollo, un'isola, un reef, ma un continente, ci aspetta l'Australia.
CAPITOLO
QUATTORDICESIMO
"AUSTRALIA"
Domenica 16 novembre 1997.
Giornata ideale per partire, cielo terso, sole, vento Sud Sud Est 15 nodi, issiamo le vele appena fuori dal marina, rande, yankee, trinchetta, spegniamo il motore e facciamo rotta verso la passe Dumbea con l'Aliseo al traverso. Come al solito durante le feste la laguna è affollate di barche che tirano bordi o dirigono verso gli atolli più vicini a Noumea. In meno di un'ora passiamo l'isolotto di Nge e quindi possiamo lascare un po' le vele e puntare direttamente la grande passe. Alle 12.45 la forziamo e usciamo in mare aperto. Ammainiamo lo yankee e issiamo l'MPS. Come la vela prende vento il Pink Jaws sembra aver inserito il turbo, schizza via come un proiettile e la velocità sale a 9 nodi spesso con punte oltre i dieci. Naturalmente con questa andatura non possiamo affidarci al "Braga", ma è troppo divertente timonare, seguire le onde cercando di planare, sentire la barca che vibra e freme con il log a fondo scala che per il momento non sentiamo nessuna necessità di timoni automatici.
Mancano 748 miglia a Moreton Bay la rotta vera è per 246, ma ci teniamo più alti di 20 gradi per poter meglio contrastare in atterraggio la corrente continentale australiana che spesso supera i 4 nodi e va sempre in direzione Sud. Il barometro è alto le carte meteofax finora ricevute danno un'alta pressione estesa dall'Australia alla Nuova Zelanda con il bordo superiore che sfiora la Nuova Caledonia, quindi condizioni ottimali per la traversata.
Procediamo talmente veloci e siamo tutti così gasati che decidiamo di timonare anche di notte per mantenere la media. Alle 18.30 un botto secco mi fa uscire a razzo dal tambuccio, l'MPS è scoppiato, la drizza in testa d'albero e la vela in mare, riusciamo a recuperarla velocemente prima che venga trascinata sotto, magari attorcigliandosi all'elica. Poi laschiamo le rande, mi metto in poppa piena cercando di ridurre al minimo il rollio per permettere a Vitto una salita agevole in testa d'albero. L'operazione è piuttosto lunga perché quando le rollate si fanno più forti Vitto si deve attaccare all'albero e gli altri devono interrompere di issarlo. E' ormai buio quando scende con la drizza in mano.
Issiamo lo yankee e la trinchetta, ci rimettiamo in rotta e mettiamo in azione il Braga, la velocità scende sui 7 nodi ma riprendiamo la vita di sempre durante le traversate, accantonando ogni velleità velocistica.
Durante la notte il vento scende intorno ai 10 nodi e verso le sei di mattina gira più a Est. Sono di turno e sveglio l'equipaggio per issare lo spi 2, manovra abbastanza veloce, la barca riprende ad andare sui 7 nodi e l'equipaggio riprende la via della branda.
Alle 14 ho il primo appuntamento radio con Thierry, sulla frequenza di "radio cocotiers"(punto di incontro giornaliero per tutti i navigatori francesi nel Pacifico) lo chiamo diverse volte ma non c'è, evidentemente non è ancora in barca.
Nonostante il tempo perso per la rottura dell'MPS chiudiamo le ventiquattrore con 151 miglia, ma ora il vento tende a diminuire, infatti alle 15 scende sotto i 10 nodi, ed il mare diventa sempre più calmo.
Stefano è alla sua prima traversata oceanica, era molto preoccupato soprattutto per le condizioni del mare che immaginava di trovare molto dure ma visto come sta andando la navigazione ha preso fiducia e addirittura si butta in cucina per mettere in forno una torta.
Alle 18 primo contatto radio con Pierluigi e Mario, in aria c'è anche Franco Malingri in rotta verso la Nuova Zelanda.
Verso mezzanotte il vento scende ancora e procediamo a 3/4 nodi, alle due del mattino accendiamo il motore e lasciamo issata solo la mezzana. Procediamo così tutta la giornata, le carte meteo non promettono per ora vento, siamo al centro dell'alta pressione quindi probabilmente avremo condizioni di vento leggero o assente fino all'Australia.
Questa sera cena tedesca, Wuster e lenticchie, tanto per stare leggeri.
Il meteofax delle 22 segnala un cambiamento nella situazione del tempo, infatti a Nord delle Vanuato in posizione 11 S, 162 E è evidenziata una Tropical Depression in approfondimento e in movimento verso WSW alla velocità di 10 nodi, praticamente ha una rotta convergente alla nostra.
Mercoledì 19 novembre, la calma piatta continua, mancano poco più di 400 miglia, la TD è diventata il ciclone NUTE' con venti al centro superiori a 60 nodi, mantiene sempre la stessa direzione e velocità di spostamento. Comincio a preoccuparmi anche se solitamente il percorso di questi cicloni è verso ESE, quindi lontano dalla nostra rotta, ma per ora non c'è nessun segno di cambiamento.
Per tutta la giornata continuiamo a navigare a motore, con solo qualche breve intervallo di vela, ogni tre ore riceviamo l'aggiornamento sulla posizione di Nutè che approfondendosi e avvicinandosi relativamente alla nostra rotta provocherà sicuramente un cambiamento della nostra condizione meteorologica. Gli appuntamenti radio con Thierry si fanno più frequenti ed ogni volta gli comunico i dati riguardanti Nutè che per ora è molto più vicino a lui. Decide saggiamente di fermarsi in una delle isole meridionali delle Vanuato ed attendere lì, al sicuro, l'evolversi della situazione. Per noi qua in mezzo l'unico rifugio è l'Oceano. Comunque è ancora molto distante per poter essere pericoloso.
Durante la notte inizia ad arrivare un'onda da SSE che non fa presagire nulla di buono, infatti la mattina di giovedì arriva anche il vento da Sud che si stabilizza subito sui 20 nodi, issiamo yankee e trinchetta e andiamo via subito veloci a 7/8 nodi. Il barometro è sempre stabile ma il cielo comincia ad annuvolarsi ed in breve è tutto coperto e la pioggia inizia a cadere sempre più violenta. Prendiamo una mano alla maestra. Mancano poco più di 200 miglia all'arrivo.
Nutè scende sempre più a Sud Ovest, sembra proprio che voglia farci visita.
Il vento sale ancora, ormai è stabile sopra i 30 nodi e le raffiche cominciano ad arrivare intorno ai quaranta. Affrontiamo la notte ammainando lo yankee e prendendo la seconda mano alla maestra. Il mare è enorme le onde sono spesso frangenti, Franco è Ko in preda a un mal di mare furioso, Stefano invece in preda al terrore di stare male, finirà poi per star male davvero. Equipaggio dimezzato.
Alle tre del mattino di venerdì prendiamo una mano anche alla mezzana, il vento ormai è fisso sopra i quaranta nodi e le raffiche violente superano i cinquanta. Nutè procede sempre nella sua lenta corsa verso di noi, la carta di previsione a 24 ore ci dà una situazione a dir poco drammatica, infatti mancano 123 miglia a Moreton Bay e se tutto rimane come è ci troveremo domattina in costa con il ciclone a poco più di 100 miglia a Nord. Attendo la carta di analisi delle 12 per decidere quale strategia adottare, anche se con questo vento da Sud Sud Est non possiamo sicuramente scappare a Sud.
Un urlo di gioia e liberazione saluta la carta di analisi, Nutè è segnato come ex ciclone, è ritornato di nuovo Tropical Depression ed ha virato decisamente verso Est allontanandosi dalla nostra rotta e soprattutto dalla nostra destinazione. L'incubo è finito ma la burrasca continua senza tregua. Però adesso la possiamo affrontare con un altro spirito.
All'appuntamento radio delle 17.30 mancano 70 miglia, riusciamo a parlare con Sandro, arrivato già da qualche giorno, che ci fornisce tutte le informazioni necessarie per risalire il lungo canale che porta al marina attraversando tutta la baia di Moreton, è lungo quasi 40 miglia.
Notte dura da dividere solo in due, Stefano e Franco infatti sono ancora a pagliolo. Il vento ed il mare non mollano, alle tre di notte, quando avvistiamo il faro di Cartwrigt, registriamo un vento costante di 38 nodi e raffiche che sovente superano i 45. L'impegno nella navigazione è tale da far passare quasi in secondo ordine il fatto che per la prima volta abbiamo avvistato l'Australia. Essendo stati piuttosto alti nella rotta ora dobbiamo riguadagnare a Sud e per fare questo siamo costretti a stringere l'andatura e procedere tra la bolina larga e il traverso. Alle 04.00 vediamo il faro di Columbra ed iniziamo a beneficiare della protezione di Cape Moreton che spezza l'onda da Sud ormai gigantesca.
Dopo due ore, all'alba, raggiungiamo il nostro primo Way Point e seguendo una nave ci infiliamo nel North West Channel e navighiamo contro vento a motore dopo aver ammainato tutte le vele.
Risalendo il canale ci inoltriamo sempre di più nella grande Moreton Bay, e dopo meno di un'ora siamo completamente ridossati dall'onda, ne rimane solo una corta e bassa provocata dal vento che ancora soffia oltre i 20 nodi. Il Pink Jaws procede a motore senza rollare ed è così stabile che i due moribondi escono dalle cabine e in breve riacquistano colore e voglia di navigare. Io e Vitto siamo esausti quindi
dopo aver istruito Franco sulla rotta da seguire per non uscire dal canale, ci buttiamo in branda.
Tre ore di sonno profondo ci permettono di scaricare quasi completamente la tensione accumulata negli ultimi due giorni. Il vento va diminuendo e il sole ha scacciato dal cielo quasi tutte le nuvole, alle 12.30 doppiamo l'ultima meda che delimita il canale e possiamo puntare direttamente Scarborough marina.
Alle 14.00 attracchiamo al pontile della dogana, siamo arrivati.
Anche questa traversata è conclusa e psicologicamente è stata una delle più dure, infatti per la prima volta abbiamo navigato con l'incubo di un ciclone vicino e diretto verso la nostra rotta, non ho mai avuto momenti di panico, naturalmente, ma di forte preoccupazione si. Certo la possibilità di avere carte meteofax con situazioni aggiornate ogni tre ore permette di avere un controllo non indifferente su di lui, anche perché il suo raggio d'azione è molto limitato e i venti distruttivi non si allontanano molto dal suo occhio, ma i venti di burrasca che provoca anche a 400/500 miglia sono sempre violenti.
Ancora una volta le difficoltà superate felicemente in navigazione diventano poi un ricordo piacevole e un'avventura emozionante da raccontare. Ormai il Pacifico è lontano, lo abbiamo attraversato in tutta la sua larghezza dal Centroamerica all'Australia, gli atolli, le isole della Società, le Tonga, la Nuova Zelanda, la Nuova Caledonia tutto ormai appartiene al passato, ora abbiamo da scoprire un intero continente, una terra straordinaria, unica e talmente vasta da farci sentire quasi smarriti, senza sapere esattamente da dove cominciare a visitarla.
Il pontile della "Quarantine" dove siamo attraccati è separato dal resto del marina da un'alta e invalicabile rete, prima di poter scendere a terra bisogna espletare tutte le modalità d'entrata che sono simili a quelle già sperimentate in Nuova Zelanda.
Grazie alla mania delle torte di Stefano il gas della bombola principale è finito, quella di scorta è una piccola camping gaz che non possiamo utilizzare perché sprovvisti di regolatore. Quindi in attesa dei funzionari di Polizia e dogana non possiamo fare altro che improvvisare una maxinsalata con verza e vari tipi di scatolame. Alle 16 arriva prima l'immigrazione per il controllo dei passaporti, poi l'agente della "Quarantine" per sequestrare tutti i generi alimentari freschi e i fagioli secchi, perché possono germogliare. Riusciamo a nascondere solo l'ultimo pezzo di grana rimasto e 6 uova.
Alle 18 lasciamo il pontile della dogana e attracchiamo ad uno del marina non lontano dal Mowgli.
Questa sera, come d'abitudine dopo le traversate, cena di festeggiamenti al ristorante.
Il primo impatto con la terraferma è sicuramente positivo, tutte le persone che incontriamo sono molto gentili e prodighe di informazioni sul villaggio e su tutto quanto chiediamo.
Finalmente una bella passeggiata lungo gli interminabili e larghi viali che percorrono il paese, l'aria è calda, il clima è tropicale, e la temperatura gradevole, tra le piante volano un numero incredibile di pappagalli, qui sono comuni come da noi i passeri.
La cittadina si trova a circa 30 km da Brisbane, ed è una località turistica, le costruzioni, come in Nuova Zelanda, sono raramente costituite da palazzi o edifici a più piani, gli spazi sono talmente vasti che tutto si estende tra parchi e giardini, il verde è veramente preponderante.
La particolarità di questi parchi pubblici è costituita dalla presenza di numerose aree attrezzate per il picnic con tanto di tavoli e panche coperti spesso da un tetto, e sono disponibili gratuitamente delle grandi piastre elettriche per cuocere i cibi. Il tutto è molto ben conservato e curato, non esistono di sicuro problemi di vandalismo. Nella zona antistante il marina, oltre a diversi ristoranti, ci sono anche alcuni negozi che vendono pesce, crostacei, molluschi, tutto già pronto per essere cotto sui barbecue del parco. Durante il weekend è una continua processione di auto con famiglie al completo che prima si riforniscono di pesce e poi si disputano le piastre ed i tavoli. Per gli Australiani il barbecue domenicale è un'istituzione.
Lo scopo principale della nostra passeggiata, oltre a quello di fare un po' di moto dopo una settimana di navigazione, era principalmente quello di trovare un buon ristorante. Infatti dopo averlo prenotato l'equipaggio al completo non ha più alcuna motivazione di continuare a camminare quindi si rientra al Marina. Aperitivo a bordo del Mowgli, Sandro e Alda sono impegnati nella riverniciatura degli interni e hanno una barca talmente incasinata che a fatica riusciamo ad accomodarci nel quadrato.
Stavolta il loro programma è simile al nostro rimarranno un po' di tempo qui, poi barca in secca e via per l'Australia in auto o camper, e quindi rientro in Italia a febbraio.
Per noi invece ancora 10 giorni in Australia poi volo di ritorno da Sidney a Parigi quindi TGV fino a Milano.
Il marina è ben attrezzato, con tanto di Travel-Lift e cantiere i prezzi sono simili a quelli praticati in Nuova Zelanda, quindi decido di alare il Pink Jaws e di lasciarlo in secca per i prossimi cinque mesi, fino alla fine di marzo, data corrispondente al termine della stagione dei cicloni.
L'operazione è abbastanza veloce ed in breve la barca viene appoggiata sul piazzale del cantiere, sopra un robusto invaso in acciaio. Ora non rimane che togliere le vele e come al solito eseguire tutte le operazioni necessarie per lasciare la barca per questi mesi. Stavolta siamo in quattro e quindi tutto avviene più rapidamente.
Noleggiamo una grossa berlina Toyota e siamo pronti per partire, per dove ancora non lo sappiamo, la nostra destinazione è Sidney che dobbiamo raggiungere entro una settimana, e che dista circa 1000 km, potremmo scendere comodamente verso Sud, lungo la Gold Coast, la famosa e superturistica Surfer Paradise, magari in tre quattro tappe e divertirci la sera nei numerosi e affollati Pub. Ma dopo aver quasi affrontato un ciclone, attraversato l'ultimo pezzo di Pacifico con una difficoltà non indifferente, non mi sento di chiudere questa tappa con una semplice scampagnata tipo gita a Rimini, quindi prua a Nord e via verso il North Territory, verso il deserto e la prateria alla ricerca dell'Australia più vera e primitiva. Dobbiamo portarci appresso tutti i bagagli perché il nostro itinerario non prevede il ritorno a Brisbane, nonostante la capienza del baule dobbiamo quasi riempire anche l'abitacolo di borse, sacchi, e macchine fotografiche.
La strada costeggia per qualche decina di chilometri la Moreton Bay poi si allontana dalla costa e comincia ad
inoltrarsi verso l'interno. Il paesaggio cambia completamente le colline verdi e piene di boschi si alternano a numerosi campi coltivati che spesso si estendono fino all'orizzonte, poi ancora prati immensi lasciati a pascolo, stiamo infatti per raggiungere la zona di allevamento delle grandi mandrie bovine che sono la principale attività di questa parte dell'Australia.
Ora sembra quasi di navigare, gli spazi attorno sono talmente vasti, senza segni di vita umana e così incontaminati da sembrare un Oceano. Questo è il Bush, la prateria regno incontrastato di canguri, emù, dingo, serpenti e unica presenza umana i Cow Boys a cavallo o sopra una moto che conducono a fianco delle strade vere piste sterrate, dritte e infinite le mandrie di bovini verso i centri di raccolta. Ogni tanto durante la marcia dobbiamo spostarci dalla strada per fare spazio agli enormi Road Trains che
sopraggiungono veloci e terrificanti sollevando un polverone infernale. Questi giganteschi autoarticolati con uno o più rimorchi sono una caratteristica dell'Australia viaggiano giorno e notte facendo spesso vere e proprie stragi di canguri le cui carcasse sono disseminate numerose lungo le strade.
Percorriamo 700/800 km al giorno senza stancarci di questo panorama sempre uguale che potrebbe anche essere descritto come monotono ma che provoca sensazioni talmente simili a quelle che si provano in navigazione da risultare vicino e amico come solo l'Oceano lo è stato finora. Consumiamo i pasti nei torridi villaggi che incontriamo lungo la strada con temperature di 40° gradi all'ombra gustando sempre le mastodontiche costate di manzo alla griglia accompagnate dall'ottimo rosso australiano. La notte sostiamo nei motels o nei cottage dei campeggi, attrezzati naturalmente con barbecue.
I tramonti nel deserto sono mozzafiato, sembrano incendiare la prateria e colorano il cielo con tonalità di rosso inimmaginabili, le foto e le riprese con la telecamera si sprecano.
Il tempo trascorre veloce e ben presto è ora di invertire la rotta e dirigere a Sud verso Sidney. Usciamo dalla prateria e ritroviamo i verdi scenari collinari dell'inizio del viaggio, i centri abitati aumentano ed anche il traffico cresce facendoci rimpiangere le solitarie piste del Bush. La capitale economica dell'Australia è una moderna città distesa lungo la magnifica e grande baia, come d'abitudine i grattacieli sono riservati solo al centro della city, la zona degli affari, per il resto è un susseguirsi di verde, colline e case singole o caseggiati al massimo di due piani, come è lontana l'Europa.
Dedichiamo due intere giornate alla visita della città scoprendone i segreti e le attrazioni più suggestive, dal grande acuqarium al treno su monorotaia, all'Opera House, al quartiere the Rocks. La notte naturalmente non possiamo esimerci dal visitare i pub superaffollati dove la musica è assordante e la birra scorre a fiumi.
L'avventura è finita, è tempo di rientrare in Italia il Pink Jaws riposerà per i prossimi quattro mesi nel cantiere in attesa della buona stagione. Il periodo dei cicloni termina verso la metà di aprile e fino ad allora ogni navigazione a Nord di Brisbane è da ritenersi ad alto rischio quindi non rimane che il rientro nel vecchio continente con la speranza di abbondanti nevicate per una buona stagione di sci.
Passare dopo tanto tempo un inverno a casa senza partire verso il tropico per almeno quattro mesi non mi dispiace affatto, potrò disintossicarmi dal mare e dalla navigazione con la montagna e tentare almeno di riallacciare i rapporti terraioli sempre più precari e tenui, e sicuramente ricaricherò il desiderio immancabile di ripartire al più presto.
In questi sette anni di navigazioni e viaggi ho finalmente compreso che che la molla che mi spinge sempre è proprio questo desiderio irrefrenabile di partire, non tanto per arrivare ad una meta ben precisa, come concludere il giro del mondo, o raggiungere una destinazione finale. No l'importante non è arrivare, perché quando la meta è raggiunta ci si trova un po' smarriti, magari appagati del viaggio ma svuotati dentro dalla mancanza di un nuovo obbiettivo, di una nuova destinazione. Per me arrivare è un po' morire, l'esatto contrario del detto comune "partire è un po' morire" dove si esalta la difficoltà ed il rincrescimento di lasciare amicizie, affetti ed abitudini per un qualcosa di completamente nuovo e sconosciuto. Ma è proprio il desiderio di questa scoperta, magari dopo una dura navigazione, che fa passare in secondo piano tutto il resto. Probabilmente è una concezione troppo personale e anche egoistica, ma la vita è così spesso dura, difficile e ricca più di momenti dolorosi che felici che non mi seno di rinunciare in alcun caso all'equilibrio che ho trovato in questo strano modo di vivere fuori dalle righe.
Ormai la mia vita è questa, può essere aspramente criticata e dissentita oppure invidiata, ma è la vita che mi sono scelto e costruito anche con non poche rinunce e difficoltà, ma così libera, imprevedibile e con quel pizzico di avventura che la rende ogni giorno più affascinante.
Il mio destino è stato stravolto in pochi anni, tutto è cambiato anche il mio carattere e la mia personalità, per cui mi sento di consigliare a tutti coloro che hanno un sogno nascosto nell'angolo più buio del loro cassetto di prenderlo al volo, metterlo davanti a qualsiasi cosa, armare la barca e ricordarsi sempre e continuamente, anche di fronte alle difficoltà più dure che
"l'importante è partire".